13 mesi dopo il “più grave attacco alla democrazia europea”, come lo definì Roberta Metsola, l’inchiesta sul Qatargate rischia di implodere in sé fra ombre di influenza e intrecci con la politica

Non è la solita storia di politici corrotti, né sarà la pietra tombale delle istituzioni europee. Presentato come il primo vero scandalo che ha coinvolto i vertici di Bruxelles, a pochi mesi dalle elezioni il sistema sembra aver riassorbito la bolla del Qatargate. Dalla Procura belga che segue il caso arrivano segnali di distensione, a partire dalla certezza che finché le urne non saranno chiuse il processo non avrà inizio. Un segnale, questo, che in pentola non stia cuocendo un granché; altrimenti, perché rimandare il banchetto?

Non solo 13 mesi dopo l’inizio delle indagini la Procura non ha chiesto nessuna incriminazione, ma ora dal caso si dipana un secondo filone della magistratura belga su presunte irregolarità nella conduzione dell’inchiesta. Un boomerang che torna indietro? Prima di cedere all’ozio speculativo, ripercorriamo brevemente le vicende giudiziarie del Qatargate che si districano in un intreccio di nomi più o meno coinvolti e reti di influenza più o meno occulte. Il primo nome a finire su tutti i giornali nel dicembre del 2022 è quello di Pier Antonio Panzeri, ex eurodeputato di Articolo 1 (afferente al gruppo S&D) e sindacalista. Il politico è il primo a finire in manette nella prima tranche di arresti che vede coinvolti anche il suo ex assistente parlamentare Francesco Giorgi insieme alla compagna Eva Kaili, vicepresidente del Parlamento Europeo, e a Niccolò Figà-Talamanca, segretario generale dell’ONG No Peace Without Justice. La ricostruzione dei magistrati belgi, in questa prima fase, è così abbozzata: alcuni Paesi stranieri (principalmente Qatar, ma anche Marocco, Algeria, Mauritania) avrebbero indirizzato ricche tangenti a esponenti politici, in carica e non, in cambio di trattamenti “di favore” nella politica estera dell’UE.

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L’ex eurodeputato Antonio Panzeri (EPA/STEPHANIE LECOCQ)

Nella casa di Bruxelles di Panzeri vengono ritrovati 700mila euro in contanti, nell’appartamento di Giorgi e Kaili 878.355 euro. Finiscono in manette anche la moglie, la figlia e la commercialista di Panzeri che a questo punto sveste i panni di accusato per indossare quelli di gola profonda. L’ex parlamentare scende a patti con la magistratura e firma l’accordo per 80mila euro di multa, un anno di carcere preventivo e la confisca dei proventi delle attività illecite, oltre alla scarcerazione della moglie Maria Dolores Colleno e della figlia Silvia. A questo punto, Panzeri snocciola altri nomi: in un primo momento cita Maria Arena (poi ritratta, e ora vediamo come) e Marc Tarabella, eurodeputato socialista, per poi coinvolgere anche il collega Andrea Cozzolino (Pd, di cui Giorgi era assistente). La posizione di Arena, politica belga anch’essa nell’orbita socialista, pare in un primo momento sospetta: «se ci sei tu allora io raccolgo più soldi… – le dice intercettato Panzeri. – I soldi ci sono, ma io vorrei aumentarli, perché secondo me sei forte per certe cose». A casa di Arena e suo figlio Ugo Lemaire vengono trovati 280mila euro, ma né lui né la madre avranno conseguenze da perquisizioni e intercettazioni. Qualche mese dopo capiamo il perché: l’ironia della sorte vuole che il giudice istruttore, padre dell’inchiesta, Michel Claise sia costretto a un passo indietro per… conflitto di interessi. Suo figlio Nicolas, infatti, si è scoperto socio di Lemaire. Secondo la Procura belga, lo scopo ultimo delle ingenti somme inviate da Doha agli europarlamentari era quello di ammorbidire il dibattito e i giudizi politici sulla situazione dei diritti umani nel Paese. Il Qatar è nel bel mezzo dei suoi primi mondiali di calcio, un evento che si era aggiudicato da oltre 12 anni, ma i riflettori della stampa internazionale si accendono a intermittenza sulle condizioni lavorative di migliaia di operai impiegati nei cantieri del mondiale.

Stanza plenaria del Parlamento Europeo (EPA/RONALD WITTEK)

Prima di andare in pensione, Claise si assicura però di sospendere il mandato di arresto (per la verità mai eseguito) nei confronti del ministro del Lavoro del Qatar Ali bin Samikh Al Marri. La tempistica ci suggerisce una chiave di lettura in salsa geopolitica, con Riyad reduce dalla mediazione con Teheran per la liberazione dell’attivista belga Olivier Vandecasteele fermato in Iran per spionaggio. Pochi mesi dopo, l’annuncio: Claise decide di capitalizzare la fama internazionale acquisita e si candida alle prossime elezioni politiche in Belgio (9 giugno, insieme al Parlamento UE) per il partito francofono di orientamento social-liberale Défi. Il clima attorno all’inchiesta è rovente: lo stesso procuratore federale belga Frédéric Van Leeuw ammette di “non aver mai visto così tanta pressione attorno ad un caso”, tra fughe di notizie, magistrati esteri spesso intenzionati a interferire con le indagini e una certa “frenesia” attorno alla famiglia Claise. Le voci sul fatto che tutte le accuse potrebbero cadere trovano sempre più fonti, non tutte anonime. «So che presto o tardi le persone capiranno che questo non è il Qatargate, ma un Belgiogate – dichiara sicura Kaili. – Sono emersi legami con la massoneria, conflitti di interesse». La politica greca, che si professa innocente, ha rinnegato la proprietà dei soldi trovati nel suo appartamento puntando il dito contro indagini in cui “mancano del tutto la presunzione di innocenza e l’imparzialità dei magistrati”. Poco prima di essere arrestata, Kaili chiede a suo padre di portare via i trolley di contanti da casa sua ma spiega: «dovevo rispedire (la borsa, ndr) al proprietario perché non era mia» e «ho capito, dopo aver letto sui media del Belgio, che doveva trattarsi di soldi di Panzeri».

L’ex vicepresidente del Parlamento Europeo Eva Kaili (EPA/JULIEN WARNAND)

Per evitare di perdere definitivamente il senno dilungandoci sulla ricostruzione processuale, restiamo concentrati sui fatti. Stando ai documenti condivisi con il consorzio di giornalismo investigativo Eic dalla rivista francese Mediapart, fin dal 2018 lobbisti qatarini cercherebbero di influenzare il Parlamento europeo, con modalità definite a volte “traditional” e a volte “dark”. È la società svizzera di consulenza ALP Services a diffondere per prima il dossier Constellation contenente nomi, ruoli e dinamiche del lobbying pro-Doha. Da queste carte emerge chiarissimo il ruolo di un’altra Monarchia del Golfo, gli Emirati Arabi Uniti acerrimi nemici del Qatar. Sarebbe stata proprio Abu Dhabi a finanziare ricerche in tal senso, con i servizi di intelligence belgi ma soprattutto stranieri che avrebbero fatto da ponte fra il dossier e la Procura di Bruxelles. Sono circa 70 le persone citate dal documento, fra cui Kaili, Panzeri, Tarabella, ma anche l’ex vicepresidente della Commissione Joaquin Almunia e Federica Mogherini, allora Alto rappresentante per la politica estera europea. Daniele Capezzone viene citato come un “agente chiave del Middle East Dialogue Center”, una sorta di think tank creato dalla stessa ambasciata qatarina in Belgio. L’ex deputato dei Radicali Marco Perduca, che accusa Bruxelles di essersi “immediatamente piegata al populismo giustizialista”, finisce nel mirino di ALP dopo aver denunciato sulle colonne del Guardian il mancato rispetto dei diritti umani negli Emirati. Quanto a Figà-Talamanca, a ottobre 2023 l’UE ha confermato la “eleggibilità a rimanere nel Registro della Trasparenza” della sua ONG Non c’è pace senza giustizia. Da parte sua non c’era stata “alcuna violazione del Codice di Condotta Ue”. Pazienza che nel frattempo abbiano sequestrato all’organizzazione l’80% dei fondi. Più che uno scandalo giudiziario, il Qatargate sembra configurarsi come uno scontro fra lobbisti vicini a Doha e quelli vicini a Abu Dhabi, “zizzanie tra petromonarchie del Golfo, roba poco edificante” come commenta Mauro Giansante su Policy Maker. Su tutto, l’ombra di Fratellanza Musulmana che secondo ALP tirerebbe i fili dietro ai tentativi di influenza qatarina e al lobbismo arabo.

La presidente del Parlamento Europeo Roberta Metsola (EPA/CHRISTOPHE PETIT TESSON)

Quanto al Marocco, secondo i pm a versare le tangenti era l’ambasciatore di Rabat in Polonia Abderrahim Atmoun. Il diplomatico avrebbe avuto un ruolo anche rispetto all’atteggiamento UE nella questione aperta tra il Marocco e il movimento del Fronte Polisario. La rete intessuta da Atmoun puntava proprio a “condizionare la posizione storicamente ambigua dell’Europa che disporrebbe in realtà di forti leve economiche con entrambe le parti” come spiega sul Corriere della Sera Maria Serena Natale: «Bruxelles è il primo fornitore di aiuti umanitari ai campi profughi dei Sahrawi in Algeria e ne appoggia la lotta per l’autodeterminazione. Di fatto però non ha mai assunto un ruolo attivo nella ricerca di una risoluzione del conflitto e mantiene forti legami con il Marocco».

Approfondisci l’argomento con la lettura di Lobby d’Italia: a quando una legge?

Non siamo qui per emettere sentenze, brandire la forca giustizialista né smontare tesi accusatorie. In attesa di una verità processuale che, visti i presupposti, non ci aspettiamo essere esaustiva, i tempi sono maturi per una riflessione sul concetto di influenza esterna. L’opinione pubblica italiana è da sempre diffidente nei confronti del lobbismo, che nel resto del mondo non è altro che il professionismo delle istanze che bussano alla politica, le più disparate e non necessariamente corrotte forze sinistre intenzionate a governare il mondo. Il punto è che più nell’immaginario comune vigono pregiudizi e sfiducia, meno le loro operazioni saranno normalizzate alla luce del sole, più ci sarà spazio per corruzione e influenze davvero occulte. In Italia, lo denuncia il docente di lobbying e comunicazione politica alla Luiss nonché fondatore del Riformista Claudio Velardi, manca ancora “l’idea che la decisione possa essere compartecipata anche dai rappresentanti di interessi”, mentre tutto ciò che proviene dalle lobby non può che essere propaganda inquinata. Quando si tratta di regolare il lobbying, sembra poi che lo Stato agisca con un “intento punitivo, quasi voglia ondeggiare tra l’esistenza di queste zone grigie” e una regolamentazione rigida, “tale da impedire qualunque svolgimento di attività lobbistiche”.

Sede del Parlamento Europeo a Bruxelles (Wiktor Dabkowski/ZUMA Press Wire)

La vera malattia non è il lobbismo qatarino (non quanto non possa esserlo anche quello emiratino): ad avvelenare i pozzi sono le bugie di chi si occupa poco di cosa pubblica e tanto di interessi privati, mischiando le acque per passare inosservato. Così i gruppi di interesse stranieri promuovono la loro propaganda vendendola per lobbying, mentre i lobbisti che si appellano apertamente al decisore pubblico sono accusati di cospirazione. Se è vero che ciò che il bruco chiama fine del mondo, il resto del mondo lo chiama farfalla, l’Europa ha colto l’occasione per riformare il Regolamento interno del Parlamento. Il nuovo piano stringe sulla tracciabilità dell’operato (e delle amicizie) dei deputati per “rafforzare l’integrità e l’indipendenza” della politica: un “passo avanti” secondo la ONG The Good Lobby, anche se “non abbastanza per prevenire a monte futuri scandali”, sempre che l’intento sia questo. Su tutto, comunque vada il processo, resta la figuraccia di un’Unione Europea, tanto prima della classe quando si parla di diritti e rispetto delle regole, che abdica la sua politica estera in favore di mazzette arabe.

Lobbismo: l’Italia attende ancora una legge

Dopo quasi 100 tentativi naufragati in 46 anni, nel gennaio 2022 la Camera dei deputati aveva finalmente approvato una proposta di legge sul lobbying, un tema quanto mai grigio nel nostro ordinamento. Il testo raccoglieva le proposte di legge dei primi firmatari Silvia Fregolent (Italia Viva), Marianna Madia (Pd) e Francesco Silvestri (M5S). La proposta prevedeva, sul modello europeo, l’istituzione di un Registro nazionale per la trasparenza dei cosiddetti lobbisti. Il Senato avrebbe dovuto votare il testo a luglio, ma la caduta del Governo Draghi ha costretto tutti a ripartire dal via. Eppure i lobbisti operano in Italia fin dai tempi della Prima Repubblica, quando venivano chiamati “sottobraccisti”. Gli affaristi erano infatti soliti attendere i parlamentari all’uscita da Montecitorio, nel salone del Transatlantico, per poi afferrarli per il braccio.