La corrente del Golfo, attiva grazie agli equilibri degli ecosistemi, rischia di collassare tra poco meno di 100 anni. Il suo arresto potrebbe causare enormi ed irreparabili cambiamenti per il pianeta
Sono più di 50 anni che la climatologia sta studiando il funzionamento di una delle più potenti correnti oceaniche al mondo per capire se il surriscaldamento globale possa essere davvero in grado di fermarla. Si tratta della corrente del Golfo, un fenomeno naturale che fa parte di un sistema di correnti molto grande e complesso chiamato Atlantic meridional overturning circulation (AMOC), in italiano Capovolgimento meridionale della circolazione atlantica. Ma perché siamo qui a parlarne? Una ricerca pubblicata di recente su Nature Communications conferma che la Corrente del Golfo sta rallentando a tal punto da poter collassare entro il 2095. Capiamo perché è importante che questo non accada.
Cos’è la corrente del Golfo e qual è il suo ruolo
La corrente del Golfo, una delle correnti più grandi e veloci della Terra, si origina da un meccanismo complesso di correnti circolari e di venti molto potenti detto vortice subtropicale del Nord Atlantico. A dar vita alle correnti sono le diverse densità delle acque alle quali contribuiscono due fattori rilevanti, la temperatura e la salinità, che conferiscono alla corrente del Golfo anche il nome di circolazione termoalina. La densità dell’acqua cresce con l’abbassarsi delle temperature e con l’incremento del grado di salinità: questo significa che l’acqua fredda e l’acqua salata sono più dense rispetto all’acqua calda e dolce. Nel caso quindi del vortice del Nord Atlantico, le acque in superficie evaporano e rilasciano il calore nell’atmosfera, il mare diventa quindi più freddo, salato e denso portando l’acqua ad inabissarsi nell’oceano. Nelle zone intorno all’Islanda, alla Groenlandia e alla Norvegia le differenze di densità tra l’acqua della corrente del Golfo e quella che si trova in quella determinata area dà vita a flussi d’acqua verticali che sembrano gigantesche cascate sottomarine, sono i cosiddetti “camini oceanici” che spingono l’acqua proveniente da sud-ovest in profondità. È in quel momento che, prendendone il posto, interviene la Corrente del Golfo il cui ruolo è quello di portare acqua calda dal Golfo del Messico alle coste dell’Europa attraversando quindi l’Oceano Atlantico. Durante il suo viaggio verso nord l’acqua calda si raffredda, diventa più pesante e quando si trova in prossimità della Groenlandia inizia a sprofondare nell’oceano, a quel punto cambia direzione e si dirige verso il sud dando nuovamente inizio al ciclo. È proprio grazie alla liberazione del suo calore che il Nord Europa ha un clima più mite rispetto a quello che colpisce i Paesi che si trovano alla stessa latitudine dall’altra parte dell’Atlantico: basti pensare all’enorme differenza di clima che c’è tra due città poste alla stessa latitudine, New York e Madrid.
In che modo la corrente del Golfo e il riscaldamento globale sono connessi tra loro?
Ciò che collega i due è lo scioglimento dei ghiacci che sta avvenendo in Groenlandia e in altre terre dell’Artico: un fenomeno causato dall’aumento delle temperature medie. Secondo un calcolo, 20 anni fa il ritmo di scioglimento dei ghiacci era di 50 miliardi di tonnellate all’anno, adesso si è passati a quasi 300 miliardi. Maggiore è il numero dei ghiacci che si fondono, maggiore è la quantità di acqua dolce che si mescola nell’oceano Atlantico del nord facendo mutare gli sviluppi delle correnti. La salinità diminuisce, l’acqua diventa meno densa e una possibile conseguenza potrebbe essere il collasso della corrente del Golfo che ormai da decenni è in continuo rallentamento. Le zone che si trovano nei pressi dell’Equatore, invece, sono caratterizzate da temperature maggiori, acque molto più calde e di conseguenza più salate. Dal Golfo del Messico, dove l’acqua raggiunge i 30 gradi, una grande quantità di questa viene spinta verso nord dai forti venti e dalla rotazione della Terra facendola giungere fino al Vecchio continente.

Quanto sono importanti le correnti oceaniche e la loro circolazione?
Il Capovolgimento meridionale della circolazione atlantica è un processo che deve essere immaginato come un nastro trasportatore che sposta le correnti dell’oceano, un sistema che negli ultimi 10.000 anni ha permesso il mantenimento di un clima stabile e temperato nel Nord Europa. Se questo non ci fosse la maggior parte della superficie del mare della Norvegia sarebbe completamente ricoperta di ghiacci durante i mesi più freddi e moltissimi Paesi europei avrebbero un clima simile a quello di Canada e Stati Uniti.
Alcune simulazioni numeriche della circolazione oceanica hanno rivelato che l’AMOC può avere due stati: uno forte, che è quello che lo ha caratterizzato negli ultimi millenni, e uno invece più debole e lento. L’aumento delle temperature può cambiare il suo stato da forte a lento in un periodo di tempo che varia da uno a cinque decenni: nel periodo storico in cui stiamo vivendo, siamo testimoni di un flusso che sembra essere più debole da oltre 1600 anni. La scoperta di questa duplice condizione venne fatta negli anni Sessanta del Novecento dall’oceanografo statunitense Henry Stommel. Si tratta di un’ipotesi che prevede la presenza di un “punto estremo” ovvero una soglia critica oltre la quale un meccanismo viene completamente distorto in maniera improvvisa e irreversibile. In questo caso quindi si presuppone che, una volta che la circolazione di acqua dolce nel Nord Atlantico ha raggiunto il cosiddetto “punto di non ritorno”, la corrente del Golfo possa bloccarsi.
Ma è già successo? Assolutamente sì, nel corso delle ere glaciali questo fenomeno è avvenuto più volte. L’ultima risale a 12 mila anni fa: il periodo di raffreddamento del Vecchio continente che causò la discesa del termometro di circa 5 gradi in alcune zone è chiamato “Dryas recente”.

Lo studio presentato da tre scienziati dell’Università di Utrecht
Il collasso della corrente del Golfo è un risultato che si fonda su una simulazione che ha coinvolto eventi di circa 4.400 anni fa e che tiene conto anche dello stato in cui si trova l’atmosfera. Per mettere in atto la simulazione, che è stata svolta da René M. van Westen, Michael Kliphuis e Henk A. Dijkstra, tre scienziati dell’Istituto per la ricerca marina e atmosferica dell’Università di Utrecht (uno degli enti più autorevoli per le analisi sull’AMOC), sono serviti 6 mesi di calcoli e indagini nel più importante centro computazionale dei Paesi Bassi. Questo studio ha confermato che le condizioni dell’Atlantico sono sempre più simili a quelle del “punto di non ritorno” e ha suggerito un modo per capire anticipatamente quello che potrebbe essere il momento in cui ci troveremo troppo vicini a quest’ultimo. È stata poi anche offerta una misurazione del trasporto di acqua dolce da parte della corrente del Golfo. A rimanere però sconosciuto è il preciso momento in cui dovrebbe avvenire il collasso: i tre studiosi si sono limitati a riferire che questo “punto estremo” potrebbe concretizzarsi tra il 2025 e il 2095.
L’indagine di van Westen, Kliphuis e Dijkstra ospita anche qualche supposizione riguardo le conseguenze del blocco dell’AMOC sul clima europeo senza però includere tutti gli altri effetti del riscaldamento globale. Si pensa che le temperature dell’Europa settentrionale (Scandinavia, Gran Bretagna e Irlanda) possano scendere dai 10 ai 30 °C nel giro di un secolo, con cambiamenti di 5 °C ogni 10 anni. Questi numeri indicano una trasformazione molto più repentina rispetto a quella che sta avvenendo adesso con l’attuale riscaldamento della Terra. Simultaneamente, avverrebbero importanti variazioni riguardanti il livello del mare (l’Atlantico salirebbe di circa 70 cm sommergendo molte città costiere) e riguardanti le precipitazioni nelle regioni tropicali (la foresta Amazzonica potrebbe scomparire) che si ridurrebbero in maniera esponenziale a causa del basso apporto di calore e di vapore acqueo. Sebbene sia una trasformazione inverosimile perché non si terrebbe conto degli altri effetti delle emissioni antropiche, l’alterazione delle temperature, anche se nell’arco di parecchi anni, avrebbe degli enormi impatti su ecosistemi marini e terrestri che porterebbero a una gigantesca crisi sociale ed economica su scala mondiale.
Secondo Rahmstorf, professore di Fisica degli oceani all’Università di Potsdam, l’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC) dell’ONU, primo organismo scientifico internazionale per valutare i cambiamenti climatici, ha sempre sottovalutato i rischi che provocherebbe l’arresto della corrente del Golfo proponendo rapporti fondati su studi non precisi.
«Il problema non è se siamo sicuri che questo accadrà. Il problema è che avremmo bisogno di escluderlo con una probabilità del 99,9%. Una volta che avremo un segnale di avvertimento inequivocabile e definitivo, sarà troppo tardi per fare qualcosa al riguardo, data l’inerzia del sistema,» ha detto Stefan Rahmstorf.
Curiosità sulla corrente del Golfo
Gli umani conoscono la corrente del Golfo da oltre 500 anni. Il primo annuncio della sua esistenza venne fatto dall’esploratore spagnolo Juan Ponce de Leon nel 1513. Nel giro di pochissimo i navigatori di tutto il mondo capirono che poteva essere sfruttata come uno strumento naturale per viaggiare più velocemente dal Messico alla Spagna. La primissima mappa del percorso della corrente del Golfo però venne disegnata da Benjamin Franklin, scienziato statunitense, nel XVIII secolo.
Oggi è un fenomeno controllao da esperti grazie ad osservazioni satellitari, come quelle del Geostationary Operational Environmental Satellite-R o del satellite Aqua della Nasa che accumulano informazioni sulla temperatura della superficie degli oceani, sull’evaporazione, sulle precipitazioni, sui ghiacci polari e molto altro. Secondo il National Oceanic and Atmospheric Administration, la velocità media della corrente è di 6,4 km/h, può arrivare ad un massimo di 9 km/h in alcuni tratti del suo percorso ma dirigendosi verso Nord rallenta e può toccare i 1,6 km/h.
In conclusione, quella a cui stiamo assistendo è una graduale trasformazione del clima del pianeta, il quale ci sta implorando aiuto. Questo supporto potrebbe arrivare solo acquisendo la consapevolezza di quella che è la nostra funzione all’interno di alcuni equilibri che, anche se non sembrano, sono molto fragili. Soltanto quando avremmo cambiato il nostro modo di vivere potremmo abitare il pianeta per sfruttare le risorse che ci offre ma anche per contribuire a mantenerlo sano. Solo quando questo avverrà e quando ce ne prenderemo cura potremmo chiamarlo davvero “casa”.

di: Alice GEMMA
FOTO: SHUTTERSTOCK