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Il Pontefice contro la “cultura gender”. Il viaggio apostolico di Bergoglio durerà tre giorni

Papa Francesco è in Ungheria, per un viaggio apostolico che avrà una durata di tre giorni.

È il 41esimo viaggio del suo pontificato e il secondo quest’anno dopo quello nella Repubblica democratica del Congo e in Sud Sudan.

Si tratta di un viaggio intenso in un Paese vicino alle zone di guerra (l’Ungheria è a 166 chilometri dal confine ucraino).

Bergoglio, partito da Fiumicino con un Airbus A320neo di Ita Airways, è accompagnato da un equipaggio di 9 persone, tre piloti e 6 assistenti di volo.

Nel momento in cui mi accingo a lasciare il suolo d’Italia per compiere un viaggio apostolico in Ungheria, mosso dal desiderio di incontrare i fratelli nella fede e testimoniare l’importanza di costruire ponti tra i popoli, rivolgo a Lei, signor Presidente, e a tutti gli italiani il mio cordiale saluto, che accompagno con fervide preghiere per il bene della nazione” ha scritto Francesco in un telegramma di saluto inviato al presidente della Repubblica Sergio Mattarella.

Durante il volo il Papa ha parlato con i giornalisti e ha liquidato le possibili correlazioni tra Papa Giovanni Paolo II ed Emanuela Orlandi “una cretinata”.

Al suo arrivo all’aeroporto di Budapest il Pontefice è stato accolto dal vice primo ministro della Repubblica di Ungheria, Zsolt Semjén, poi due bambini hanno offerto al papa pane e sale. Dopodiché Francesco ha raggiunto il Palazzo Sándor per la cerimonia di benvenuto dove è stato accolto dalla Presidente della Repubblica Katalin Novak e dal primo ministro Viktor Orban.

Il colloquio con il primo ministro Orban si è tenuto nella Sala Maria Teresa del Palazzo presidenziale Sandor. «Lottiamo per mantenere l’Ungheria sulla via cristiana, è molto difficile in questa Europa attuale» ha detto Orban al Papa.

Dopo l’incontro Bergoglio è andato nell’ex Monastero Carmelitano, a Budapest, sede del governo ungherese, dove ha incontrato le autorità del Paese, la società civile e il corpo diplomatico. «Budapest, luogo centrale della storia. Città di ponti e di santi. Nel mondo in cui viviamo la passione per la politica comunitaria e per la multilateralità sembra un bel ricordo del passato: pare di assistere al triste tramonto del sogno corale di pace, mentre si fanno spazio i solisti della guerra. Nel dopoguerra l’Europa ha rappresentato, insieme alle Nazioni Unite, la grande speranza, nel comune obiettivo che un più stretto legame fra le Nazioni prevenisse ulteriori conflitti. Purtroppo non è stato così. In generale sembra essersi disgregato negli animi l’entusiasmo di edificare una comunità delle nazioni pacifica e stabile, mentre si marcano le zone, si segnano le differenze, tornano a ruggire i nazionalismi e si esasperano giudizi e toni nei confronti degli altri. A livello internazionale pare persino che la politica abbia come effetto quello di infiammare gli animi anziché di risolvere i problemi, dimentica della maturità raggiunta dopo gli orrori della guerra e regredita a una sorta di infantilismo bellico. Ma la pace non verrà mai dal perseguimento dei propri interessi strategici, bensì da politiche capaci di guardare all’insieme, allo sviluppo di tutti: attente alle persone, ai poveri e al domani; non solo al potere, ai guadagni e alle opportunità del presente».

Il Papa ha dichiarato che è essenziale “ritrovare l’anima europea”: «l’entusiasmo e il sogno dei padri fondatori, statisti che hanno saputo guardare oltre il proprio tempo, oltre i confini nazionali e i bisogni immediati, generando diplomazie capaci di ricucire l’unità, non di allargare gli strappi. In questa fase storica i pericoli sono tanti oggi, tanti; ma, mi chiedo, anche pensando alla martoriata Ucraina, dove sono gli sforzi creativi di pace? Dove stanno?

Penso dunque a un’Europa che non sia ostaggio delle parti, diventando preda di populismi autoreferenziali, ma che nemmeno si trasformi in una realtà fluida, se non gassosa, in una sorta di sovranazionalismo astratto, dimentico della vita dei popoli».

Il Papa si è poi scagliato contro la cultura gender e l’aborto: «la via nefasta delle ‘colonizzazioni ideologiche’, che eliminano le differenze, come nel caso della cosiddetta cultura gender, che appunto elimina le differenze o antepongono alla realtà della vita concetti riduttivi di libertà, ad esempio vantando come conquista un insensato ‘diritto all’aborto’, che è sempre una tragica sconfitta. Che bello invece costruire un’Europa centrata sulla persona e sui popoli, dove vi siano politiche effettive per la natalità e la famiglia, perseguite con attenzione in questo Paese, dove nazioni diverse siano una famiglia in cui si custodiscono la crescita e la singolarità di ciascuno.

È feconda una proficua collaborazione tra Stato e Chiesa che, per essere tale, necessita però di ben salvaguardare le opportune distinzioni. È importante che ogni cristiano lo ricordi, tenendo come punto di riferimento il Vangelo, per aderire alle scelte libere e liberanti di Gesù e non prestarsi a una sorta di collateralismo con le logiche del potere. Fa bene, da questo punto di vista, una sana laicità, che non scada nel laicismo diffuso, il quale si mostra allergico ad ogni aspetto sacro per poi immolarsi sugli altari del profitto.

È urgente, come Europa, lavorare a vie sicure e legali, a meccanismi condivisi di fronte a una sfida epocale che non si potrà arginare respingendo, ma va accolta per preparare un futuro che, se non sarà insieme, non sarà». Infine ha ringraziato l’Ungheria per l’aiuto ai cristiani in Siria.

L’incontro con il clero ungherese

In seguito Bergoglio ah incontrato il clero ungherese.

«Anche in questo Paese, dove la tradizione di fede rimane ben radicata, si assiste alla diffusione del secolarismo e a quanto lo accompagna, il che spesso rischia di minacciare l’integrità e la bellezza della famiglia, di esporre i giovani a modelli di vita improntati al materialismo e all’edonismo, di polarizzare il dibattito su tematiche e sfide nuove» ha affermato il Papa, che “ha messo in guardia” dalla tentazione “di irrigidirsi, di chiudersi e assumere un atteggiamento da combattenti” ma anche da una sorta di “paganesimo soft”.

di: Micaela FERRARO

FOTO: ANSA/Andrew Medichini