“Comfort women” è un eufemismo che designa le donne costrette alla schiavitù sessuale dall’Esercito imperiale giapponese dal 1932 al 1945 e rimaste nell’ombra per decenni
Una donna seduta che guarda dritto di fronte a sé. Vicino, una sedia vuota. È la Statua della Pace, inaugurata sul lungomare Colombo, a Stintino, in provincia di Sassari, in Sardegna: è la prima in Italia e la seconda in Europa, dopo quella in Germania. La scultura in bronzo è stata donata dalla fondazione sudcoreana Consiglio Coreano per la giustizia e la memoria della schiavitù sessuale militare da parte del Giappone e ricorda le “comfort women”, le “donne di conforto” (agghiacciante eufemismo), ragazze e bambine costrette a diventare schiave sessuali dei soldati giapponesi dal 1932 al 1945.
La statua, come ha affermato la sindaca di Stintino Rita Vallebella, vuole commemorare le donne che hanno subìto queste atrocità tra il 1932 e il 1945, ma segna anche un’altra controversia (per quanto sia riduttivo chiamarla in questo modo) tra Giappone e Corea del Sud, le cui relazioni diplomatiche sono complicate, segnate da fratture non ancora sanate, vista anche l’occupazione giapponese della Penisola coreana all’inizio dal 1910 al 1945. Molte delle donne, oggi ancora in vita, sostengono che il Paese del Sol Levante non abbia fatto abbastanza per ricordare le violenze legate al colonialismo inferte alla Corea del Sud. La questione è dibattuta anche all’interno dello stesso Giappone che nel 1993 con il primo ministro Kiichi Miyazawa riconobbe i crimini del Paese. Nonostante questo, per il Paese è ancora difficile riconoscere questa parte della Storia (con la “S” maiuscola), senza contare che esiste un movimento conservatore che tende a minimizzare le violenze, se non addirittura a negarle.
Nello specifico di questa vicenda, l’ambasciatore giapponese in Italia Satoshi Suzuki ha palesato le sue rimostranze al Comune di Stintino e ha incontrato la sindaca Vallebella per chiederle di posticipare l’inaugurazione e di rivedere la targa che accompagna l’opera, in cui ci sarebbe scritto che il Giappone non ha mai riconosciuto i propri crimini e che non ha mai risarcito le donne vittime di violenza e le loro famiglie. Tokyo, invece, respinge questa versione e afferma di aver riconosciuto i crimini e di aver già avviato le procedure per il riconoscimento dell’indennità di risarcimento.
«Sono pronta ad appurare questo con l’ambasciatore coreano, perché voglio conoscere la posizione ufficiale di Seul, considerando che ho interesse che le notizie siano date in maniera corretta – ha dichiarato Vallebella, come riporta l’Unione Sarda.it – Ma ritengo che al centro di questa giornata ci siano le donne e le violenze consumate su di loro in tempo di guerra e le vittime coreane che in questo momento celebriamo rappresentano tutte le donne del mondo, comprese quelle che adesso subiscono violenze, come le cittadine ucraine, palestinesi e africane».
La questione si era già presentata in passato. Il Giappone ha chiesto più volte che venisse rimossa la Statua della Pace issata nel 2011 davanti all’ambasciata nipponica a Seul, Capitale della Corea del Sud. Nel 2015, durante la discussione tra i governi su un accordo sul risarcimento alle famiglie delle vittime, Tokyo ha avanzato nuovamente la richiesta ma l’esecutivo sudcoreano non ha mai esplicitamente promesso di rimuovere la scultura. Nel 2018, invece, un’altra statua è stata eretta a Busan, sempre in Corea del Sud.
Sono diverse le Statue della Pace (Statues of Peace) in diversi angoli del mondo: in Australia, a Melbourne, negli Stati Uniti, a San Francisco, dove l’opera ha generato tensioni tra la città statunitense e il sindaco di Osaka. Un’altra scultura era stata eretta sempre in California, a Glendale, ma è stata, poi, rimossa. Quella di Stintino è la seconda Statua della Pace in Europa: la prima si trova a Berlino. E anche questa ha generato discussioni, con l’ambasciata giapponese che ne ha chiesto la rimozione, questa volta senza successo.

Una storia di violenza ed eufemismi
Questa è anche una storia di termini inappropriati. “Comfort women” è una beffarda e sadica espressione che non esprime la brutalità, la violenza, gli orrori che queste donne hanno dovuto subire. Si tratta della traduzione del termine giapponese ianfu (慰安婦), a sua volta eufemismo di shōhu (娼婦), traducibile con “prostituta”. Non si sa esattamente quante furono le donne coinvolte, non ci sono dati ufficiali. Secondo lo storico Yoshiaki Yoshimi, il primo ad avviare uno studio accademico sul “fenomeno” (si perdoni l’ennesimo termine inadeguato) e tra i fondatori del Center for Research and Documentation on Japan’s War Responsibility (JWRC), le vittime furono tra le 50mila e le 200mila, mentre secondo altre stime, riportate dal Vassar College, tra 200mila e 400mila.
Erano molto giovani, avevano dai 14 ai 20 anni – alcune addirittura 11 – e provenivano soprattutto dalla Corea, ma anche dalle Filippine, dalla Cina, così come dalla Thailandia, dal Vietnam, dall’Indonesia, da Taiwan, dalla Malesia e da altri territori all’epoca sotto il controllo dell’Impero giapponese. Alcune, infatti, erano olandesi, provenienti da quelle che erano le Indie orientali olandesi. Le donne venivano prelevate dalle loro case, rapite dai soldati giapponesi e in molti casi ingannate con la promessa di lavori come infermiere e operaie, per poi essere portate nei cosiddetti “centri di conforto”, le “comfort stations” (altri eufemismi, altri termini decisamente inappropriati).
Facciamo un passo indietro. Le cosiddette “comfort stations” vennero create per prevenire gli stupri di guerra e per evitare di inimicarsi le popolazioni locali, ma anche per intercettare lo spionaggio e ridurre la diffusione di malattie sessualmente trasmissibili. Nel 1932 venne aperta la prima “comfort station” (nome con cui vennero designati i bordelli militari) nella concessione straniera di Shanghai con sex worker giapponesi offertesi volontarie. Ben presto, però, il numero di volontarie calò e i militari giapponesi decisero di sfruttare le donne che abitavano nelle zone occupate. All’inizio cercarono di adescare le donne tramite annunci di lavoro falsi, poi cominciarono a rapirle, fino a quando non iniziarono a cercarle fuori dal Giappone e pretesero che fossero i governi locali a “procurare” (ennesimo termine inappropriato) loro le giovani.
Nelle cosiddette “comfort stations” le condizioni erano disumane. Come raccontò Jan Ruff-O’Herne davanti a un comitato della Camera dei rappresentati degli Stati Uniti nel 2007. Ruff-O’Herne, nata nelle allora Indie orientali olandesi, dopo l’invasione del Giappone venne portata in un campo di prigionia a Giava da dove, nel 1944, a 21 anni, venne prelevata insieme ad altre 9 giovani per essere “trasferita” in una “comfort station”, che aveva l’apparenza di una casa coloniale. Qui, raccontò, venne “sistematicamente picchiata e violentata notte e giorno”, anche dal medico durante le visite. Jan Ruff-O’Herne rivelò pubblicamente la sua esperienza nel 1992, ispirandosi alle donne coreane che per prime ruppero il silenzio. Negli anni successivi lottò affinché il Giappone si scusasse e le vittime ottenessero giustizia, fino alla morte, avvenuta nel 2019, a 96 anni. Da notare come Ruff-O’Herne rifiutò il risarcimento dell’Asian Women’s Fund perché, sottolineò, si trattava di un fondo non governativo. Il fondo era stato istituito nel 1994 dal governo giapponese (anche se i fondi non provenivano dall’esecutivo) per risarcire le donne sudcoreane, taiwanesi, filippine, indonesiane e olandesi. Ancora prima della sua dissoluzione nel 2007 il fondo era stato criticato da più fronti, come ad esempio i movimenti femminili e dalle stesse survivors, che spesso hanno rifiutato il risarcimento.
Quel giorno al Congresso statunitense anno raccontato la loro storia anche Kim Koon-ja e Lee Yong-soo che ancora oggi, a quasi 96 anni, si batte per vedere riconosciuta la verità.
Ma sono tante le testimonianze di donne che hanno svelato quanto accadeva, come quella di Maria Rosa Henson, la prima donna filippina a rendere la sua testimonianza, che ha raccontato la sua storia nell’autobiografia Comfort Woman: Salve of Destiny.
Secondo una ricerca condotta da docenti del Vassar College e della Shanghai Normal University, le donne erano costrette a compiere atti sessuali con un numero impressionante di soldati, dai cinque ai 60 al giorno.

La posizione dei governi giapponesi
Questa non è solo una storia di relazioni bilaterali difficili tra Giappone e Corea del Sud. Questa non è solo una storia di termini inappropriati, ma anche di parole che non possono essere dette, parole negate, che non possono essere usate per raccontare la propria esperienza. Un’esperienza spesso taciuta, ma anche minimizzata e disconosciuta.
I governi giapponesi succedutisi negli anni hanno dato solo segnali ambivalenti sul riconoscimento delle donne costrette alla schiavitù sessuale, come, invece, richiesto a gran voce da Seul.
Con il Trattato di normalizzazione dei rapporti tra Corea del Sud e Giappone del 1965 si è stabilito che Tokyo dovesse risarcire Seul. Tra le questioni affrontate dal trattato bilaterale non c’era solo quella delle donne costrette alla schiavitù sessuale, ma anche quella delle deportazioni dei lavoratori coreani in Giappone, costretti ai lavori forzati. Il Giappone pagò, quindi, al governo coreano 364 milioni di dollari per tutti i crimi di guerra.
Nel 1993 l’allora presidente Camera dei rappresentanti del Giappone Yōhei Kōno firmò una storica dichiarazione con cui per la prima volta il governo nipponico riconobbe per la prima volta il coinvolgimento dell’esercito imperiale giapponese. Nel 1994, come detto, il governo giapponese avviò l’Asian Women’s Fund per risarcire le sopravvissute, alle quali arrivò una scusa ufficiale firmata dall’allora primo ministro Tomiichi Murayama.
Nel 2007 l’allora primo ministro giapponese Shinzō Abe, assassinato nel 2022, disse che non c’erano prove che ci fosse stata coercizione, nonostante quanto riconosciuto dal governo nipponico nel 1993. Dopo le parole del primo ministro, il Parlamento fece le sue scuse alle donne coinvolte.
Nel dicembre 2015 il governo sudcoreano e quello giapponese, guidato proprio dal conservatore Shinzō Abe, giunsero a un accordo che prevedeva un risarcimento di 8,3 milioni di dollari alle vittime da parte del Giappone. E arrivarono, dopo 70 anni, scuse ufficiali tramite l’allora ministro degli Esteri Fumio Kishida, che oggi è primo ministro. L’accordo, però, è stato sciolto nel 2018 dal governo sudcoreano guidato dal presidente Moon Jae-in anche perché non teneva conto della prospettiva delle vittime.
Inoltre, nel 2021 la Corte del Distretto di Seul ha ordinato al Giappone di risarcire ogni donna con quasi 100mila dollari. La stessa Corte, però, appena pochi mesi dopo ha respinto la richiesta di risarcimento da un gruppo di donne vittime di violenza.
Nonostante la storia delle comfort women trovi riscontri storici in numerose ricerche e anche in un filmato (rinvenuto negli archivi statunitensi da alcuni ricercatori sudcoreani della Seoul National University, secondo i quali le immagini ritraggono due donne già riconosciute in precedenza come vittime e delle quali era già stata ricostruita l’identità), e nonostante le numerose testimonianze, in Giappone c’è chi sostiene non sia vera, soprattutto nell’ala destra. Come Japanese Society for History Textbook Reform, che ha sempre sostenuto che le dichiarazioni delle sopravvissute fossero false e le ha accusate di voler distorcere la storia e infangare la reputazione del Paese.
Ogni mercoledì dal 1992 di fronte all’ambasciata giapponese a Seul si tiene la Wednesday Demonstration: organizzata dal The Korean Council for the Women Drafted for Military Sexual Slavery by Japan (chiamato anche Korean Council): l’obiettivo è il riconoscimento da parte del Giappone delle donne costrette alla schiavitù. E in quello stesso luogo, davanti all’ambasciata, svetta la Statua della Pace, attorno alla quale si avviluppano, forse non solo metaforicamente parlando, irrisolte spaccature diplomatiche e umane. E soprattutto rende visibili, concrete, le voci di donne che non sono mai state ascoltate.
di: Francesca LASI
FOTO: SHUTTERSTOCK/KoreaKHW