La salute dei cittadini statunitensi fa i conti con un sistema sanitario pieno di contraddizioni mentre le recenti decisioni dell’Amministrazione Trump 2.0 potrebbero ripercuotersi in tutto il mondo

È iniziato il conto alla rovescia: il 26 gennaio 2026 gli Stati Uniti non saranno più Stato membro della World Health Organization, l’Organizzazione Mondiale della Sanità nata nel 1948 come istituto specializzato dell’ONU per la salute. A deciderlo, lo scorso 20 gennaio, è stato il rieletto presidente statunitense Donald Trump con la firma dei primi atti esecutivi della sua seconda presidenza. Il motivo, a detta sua, sarebbe da ricercare nello squilibrio dei finanziamenti, uno squilibrio che avrebbe visto gli USA tirar fuori dalla tasca “troppi” soldi o comunque più di altri Paesi, primo tra tutti – questa l’accusa del presidente – la Cina. È vero infatti che gli USA sono da sempre tra i principali finanziatori dell’istituto (il cui bilancio è tenuto in piedi da due fonti: le quote associative dei Paesi membri, 193, e i contributi volontari degli stessi Paesi e di altri attori, tra cui organizzazioni delle Nazioni Unite, organizzazioni intergovernative, fondazioni filantropiche e privati): nel biennio 2020-2021 hanno contribuito al budget dell’OMS per il 9,7% in una top 10 che vede al primo posto la Germania (14,4%) e all’ottavo la Cina (2,5%); nel biennio 2022-2023 ha stanziato 1,3 miliardi di dollari mentre per il biennio 2024-2025 sono stati preventivati 958 milioni su un budget complessivo di 6,5 miliardi di dollari, fondi a cui si aggiungono risorse come uffici, banche dati e ricercatori per due miliardi di dollari messe a disposizione per emergenze e finalità specifiche. I finanziamenti non sarebbero l’unico motore della decisione: Trump punta il dito contro l’OMS anche in merito alla gestione della pandemia da Covid-19, esattamente come aveva fatto già nel maggio 2020 annunciando la rottura dei rapporti con l’istituto, prima che il suo successore Biden ritirasse il provvedimento.

L’annuncio della presidenza ha messo in stato di agitazione il mondo della sanità globale. Il ritiro degli importanti finanziamenti, infatti, potrebbe rallentare se non fermare la lotta ad alcune malattie diffuse nelle zone più a rischio (nel 2024 l’Africa Centres for Disease Control and Prevention ha registrato nel Continente africano 214 emergenze sanitarie rispetto alle 166 del 2023, tra cui l’Mpox o vaiolo delle scimmie in Centrafrica e Repubblica democratica del Congo, il virus Marburg in Rwanda, le frequenti epidemie di colera, di dengue o di morbillo negli altri Paesi) nonché a nuovi stati di emergenza locali e globali. Ma la questione potrebbe non riguardare solo il Terzo Mondo e i Paesi in via di sviluppo, la decisione di Trump – privando gli statunitensi dell’ombrello sanitario mondiale – potrebbe avere importanti ripercussioni anche sulla Sanità a stelle e strisce che già adesso non gode di ottima salute. Il ritiro dall’OMS non è l’unico atto in tema firmato dal presidente che, tra gli altri, ritira gli Stati Uniti dagli Accordi di Parigi – che in campagna elettorale definiva “hoax”, “bufala” – contro il cambiamento climatico (e non saremo certo noi a spiegare come il tema del cambiamento climatico sia legato a quello della salute), dà il via ai tagli all’USAID (l’Agenzia per lo Sviluppo Internazionale degli Stati Uniti fondata nel 1961 dal presidente John Fitzgerald Kennedy, organo governativo che fornisce aiuti umanitari e assistenza per lo sviluppo in decine di Paesi nel mondo) dietro suggerimento del capo del Dipartimento per l’efficienza del Governo Elon Musk, blocca tre trilioni di dollari di sovvenzioni e prestiti federali per la Sanità, rallenta le attività del più grande istituto di ricerca biomedica al mondo, il National Institutes of Health, e dei Centers for Disease Control and Prevention. In poche parole, secondo gli appelli della comunità interessata, mette in pericolo non sono la salute dei cittadini statunitensi e del mondo ma anche la ricerca medica e le attività della comunità scientifica.

Tutto questo arriva, come dicevamo, mentre il settore affronta già le sue difficoltà, come si evince anche dalla cronaca. Il sistema sanitario statunitense, infatti, di tipo privato-occupazionale, si basa sul meccanismo delle assicurazioni, un meccanismo che ormai da diverso tempo mostra le sue contraddizioni e le sue falle. Ciò non vuol dire che il sistema di stampo europeo, di tipo universalistico-pubblico, sia privo di difetti, tutto il contrario, quanto che i due sistemi sono così diversi da non poter essere messi a confronto se non nelle sue pratiche. Dicevamo, negli Stati Uniti il “pagamento” dei servizi e delle prestazioni sanitarie, inclusi i medicinali, avviene tramite le assicurazioni stipulate dai datori di lavoro per i propri dipendenti (pagate in parte da uno e in parte dall’altro), tramite assicurazioni private e federali e tramite pagamenti “out of pocket”, ovvero di tasca propria. I costi delle polizze dipendono da numerosi fattori, genere, età, stato di salute, Stato, ma si aggirano in media tra i 700 e i 1.000 dollari al mese per i piani individuali e tra i 1.200 e i 4.000 dollari per i piani familiari. Ogni assicurazione propone un determinato grado di copertura dei servizi e delle prestazioni e spesso include delle “deductibles”, ovvero franchigie, e clausole di “copayments”, ovvero somme che l’assicurato deve anticipare per far sì che l’assicurazione copra il resto delle spese, e “coinsurance”, ovvero percentuali sempre a carico dell’assicurato. Il sistema non è totalmente in mano ai privati ma coinvolge anche lo Stato in diverse modalità: tramite un marketplace governativo, l’Health Insurance Marketplace, dove confrontare le diverse polizze e, soprattutto, tramite i programmi federali Medicare e Medicaid. Entrambi introdotti nel 1965 come emendamento al Social Security Act e finanziati da lavoratori e datori di lavoro, il primo è rivolto ai cittadini over 65, ai disabili e alle persone con malattie renali agli ultimi stadi, il secondo (per esteso Medicaid and the State Children’s Health Insurance ProgramSCHIP) invece a cittadini e famiglie a basso reddito. Nel 2010 il programma Medicaid è stato espanso dall’Affordable Care Act, anche conosciuto come “Obamacare”, legge promossa – non senza difficoltà – dall’allora presidente Obama e negli anni ulteriormente riformata, ma secondo la rivista scientifica The Lancet il suo funzionamento è messo ora a repentaglio dai tagli dei fondi federali voluti da Trump.

Secondo le stime, nel 2023 i piani pubblici coprivano il 36,6% della popolazione statunitense mentre il 65,4% era coperto da piani privati e l’8,3% (poco meno di 28 milioni), soprattutto giovani tra i 19 e i 25 anni, risultava scoperto. Nonostante questo, e proprio a causa della grande varietà di offerte sul mercato, non sempre chi è coperto da un’assicurazione è al sicuro: secondo il Commonwealth Fund Health Care Affordability Survey del 2023, il 57% di chi ha una polizza individuale, il 51% degli iscritti a Medicare, il 45% degli iscritti a Medicaid e il 43% degli assicurati tramite polizze collettive aziendali riferiscono di difficoltà nel permettersi l’accesso all’assistenza sanitaria, mentre il 30% degli adulti con copertura da parte del datore di lavoro, il 33% di quelli con piani di mercato o individuali, il 21% con Medicaid e il 33% con Medicare stanno saldando debiti relativi a spese sanitarie e odontoiatriche (che, insieme a quelle oculistiche, sono per lo più escluse dalle polizze standard). In totale, come riporta un’analisi condotta nel 2022 dalla radio NPR e dal sito di notizie indipendente KFF Health News, 100 milioni di statunitensi su una popolazione complessiva di 333 milioni avrebbero un debito legato alle cure mediche e di questi il 20% ritiene che non sarà mai in grado di pagarlo.

Dunque, chi non è assicurato evita di accedere alle prestazioni sanitarie e quando è costretto a farlo, in casi di emergenza, viene assistito (la legge Emergency Medical Treatment and Labor Act del 1986 obbliga il personale sanitario a prestare assistenza a chiunque si rechi in pronto soccorso) ma si vede poi presentato il conto. Chi è assicurato, invece, e nonostante la polizza, spesso decide di ritardare esami e cure se non quando rinunciarvi del tutto, pena l’ulteriore indebitamento che sembra oggi essere alla base del sistema sanitario statunitense. Ovviamente tutto questo ricade sui programmi di prevenzione e, in ultima battuta, sullo stato di salute generazione della popolazione: non è un caso che negli ultimi anni l’aspettativa di vita media negli Stati Uniti sia tornata ai valori del 1996, ovvero 76,4 anni, cinque anni meno l’aspettativa di vita media in UE, pari a 81,5 anni. Sul dato, secondo gli esperti, pesano il tasso di obesità, il tabagismo, l’epidemia di oppioidi e, ultimo ma non per importanza, un sistema sanitario costoso ma poco efficiente. Così gli statunitensi diventano sempre più malati e sempre più poveri e l’attualità non fa ben sperare per il futuro.