Un approfondimento sulla Generazione Z

Della dottoressa Angela Gaducci

A pochi giorni dalle elezioni politiche indette a seguito dello scioglimento delle Camere del 21 luglio 2022, sono questi i giorni decisivi per gli indecisi: sia per quelli che decideranno all’ultimo momento, sia per coloro che, considerando scadenti tutte le varie opzioni, non tentenneranno neppure e andranno ad infittire le file degli astenuti che sembrano annunciarsi come la categoria del primo partito italiano.

Si è giunti così alle ultime battute prima del voto e la stagione del dubbio, che ha investito la fine della 18^ legislatura, presenta un orizzonte incerto perchè nessuno vede chiaro di là dal 25 settembre. Il volto del mondo politico a venire presenta lineamenti sfuggenti: l’inattesa chiamata alle urne è stata per tutti motivo di sconcerto, a maggior ragione per gli elettori debuttanti, quelli appartenenti alla cosiddetta Generazione Z che, chiamati alle consultazioni per la prima volta, avrebbero desiderato tempi più distesi per poter esprimere le loro inclinazioni ideologiche con l’avvedutezza e la cura che subentrano alla remissione dei timori da disorientamento ed esitazione. Ma chi sono i ragazzi della Generazione Z?

VITA E PENSIERO DELLA GENERAZIONE Z

La locuzione Generazione Z -abbreviata in Gen Z- raggruppa la platea degli under 25, ovvero i
nativi tra il 1997 e il 2010, quelli per i quali è stato coniato il famoso meme ‘Ok Boomer’,
un’espressione usata ironicamente dagli stessi, sia per sottolineare la distanza siderale tra le loro
opinioni e quelle tipicamente associate ai nati tra la metà degli anni Quaranta e i Sessanta -i loro
nonni, noti come Boomer- i cosiddetti figli del boom economico seguìto alla Seconda guerra
mondiale, sia per deridere le lamentele paternalistiche dei loro genitori, i Baby Boomers appunto,
ritenuti responsabili dei principali disastri contemporanei, dalla crisi finanziaria a quella climatica.
A differenza dei loro fratelli maggiori -i cosiddetti Millennials che ora hanno dai 30 ai 40 anni- ai
giovani della Gen Z vengono attribuite molte aspettative: tratteggiati come il segmento sociale più
vicino ai problemi del pianeta -dai cambiamenti climatici al gender gap, dalla diseguaglianza
sociale ai diritti delle minoranze- tutti si aspettano da loro grande assunzione di responsabilità
sociale e civile, come sembrano dimostrare gli influencer più noti della loro generazione. Inclusivi e
carichi di entusiasmo, sono animati dalla caparbietà di voler fare la cosa giusta per risvegliare una
società sonnolenta e rigenerare un futuro denso di significati: distanti dalle linee di palazzo ma
vicini alle questioni sociali e civili, nonostante vengano etichettati come indifferenti o disaffezionati
alla cosa pubblica sono sempre in prima linea quando si tratta di scendere in piazza per difendere i
diritti dei più vulnerabili, sostenere l’uguaglianza o sensibilizzare sulla salvaguardia della
biodiversità. Cresciuti all’ombra della tecnologia, per i nati dopo il 1995 l’informazione corre sul
web: sono sempre aggiornati dalle notizie che circolano sui social, mentre la stampa cartacea,
considerata troppo impegnativa, è ignorata dalla maggior parte di loro. Sono pochi i giovani adulti
che sfogliano quotidiani o cedono ai notiziari tv, mentre moltissimi sono coloro che,
cercando legami e alleanze, si connettono con i coetanei di tutto il mondo. A differenza della tv, che
li costringe nella veste di semplici spettatori, il web, il cui successo è ricondurre all’immediatezza
della sua fruibilità interattivita, offre ai ragazzi la possibilità di partecipare a conversazioni su
tematiche a loro care. D’altra parte, anche secondo i nostri politici, sembra che il messaggio postato
sui social, al pari dell’agorà di ellenica memoria, sia lo strumento più idoneo per aumentare il
livello di partecipazione dei giovani elettori che non sono raggiungibili da nessun’altra parte se non
sui social: un vero e proprio strumento di marketing politico, utilizzato per propagare i loro
messaggi in progressione geometrica con il supporto del social media manager, la figura che
gestisce gli account social del candidato, essendo a conoscenza del linguaggio, delle tecniche e dei
tempi migliori per pubblicare i contenuti.
Posto, dunque, che nell’informazione i social mantengono un ruolo centrale e che le piazze digitali
rappresentano il mezzo conoscitivo più idoneo per comprendere le riflessioni, gli umori e i dubbi
che animano i nostri giovani user, c’è forse da interrogarsi su alcune questioni.

*Ciò che gli influencer raccontano come rappresentativo di una generazione è effettivamente la
strada giusta per misurare i comportamenti dei giovani?
*Per un ragazzo è sufficiente seguire un influencer per potersi dichiarare consapevolizzato su tutta
una serie di dinamiche relazionali, civiche e sociali?
*Hanno ancora un senso le campagne elettorali condotte in tv e nelle piazze oppure la mediazione
di un dispositivo elettronico è da prediligere a quella di un essere umano?
*Nel caso in cui, anzichè recarsi alle urne, la tecnologia permettesse di votare con un dispositivo
mobile, cambierebbe in meglio lo scenario democratico?
*Si può davvero ritenere che l’utilizzatore della modalità i-voting continui ad essere titolare del
diritto a un voto libero e segreto?
*In che relazione stanno la diffusione dei social media e i presupposti antropologici e giuridici sui
quali si fonda la democrazia?

  IL POTERE DELL’ALGORITMO E LA SFIDA DELL’ I-VOTING

Un studio condotto da Capgemini [1] nel maggio 2014, realizzato sulla base di un sondaggio che ha
coinvolto 1.000 persone su tutto il territorio nazionale con l’intento di rilevare l’influenza dei social
media nelle dinamiche socio-politiche e nelle pratiche elettorali del nostro Paese, ha evidenziato
come tutti siano d’accordo nel riconoscerne un ruolo determinante nelle loro vite, politica compresa,
e nel prediligerne l’utilizzo nelle consultazioni elettorali per ragioni di praticità, semplicità e
immediatezza. Dal sondaggio è emersa la convinzione che, affidando la scelta del voto a dispositivi
mobili (smartphone e tablet), la platea dei votanti che si recherebbe alle urne si infittirebbe
notevolmente: l’utilizzo della tecnologia mobile incrementerebbe la percentuale dei votanti (dal
71% all’85%) e assottiglierebbe quella dei non-votanti (dal 21% al 9%) e degli indecisi(dall’8% al
6%). Risultando maggiormente rispondente alle richieste dello stile di vita contemporaneo, è ovvio
che il voto elettronico motiverebbe soprattutto le generazioni dei digital natives: per aumentarne
l’afflusso alle urne risulterebbe utile una modalità di espressione del voto che garantisse rapidità e
ne consentisse l’espressione da ovunque si trovassero.
Un recente rapporto di Capgemini (2021) ha evidenziato che oltre l’80% dei giovani in Europa
utilizza internet mobile quotidianamente: almeno una volta al giorno, 4 giovani europei su 5 usano
uno smartphone e accedono al web per rispondere ad una mail, aggiornare il profilo Facebook, fare
shopping on-line, leggere le notizie o consultare una mappa. Tra le molteplici funzioni della rete
però non è ancora presente il poter votare per un deputato e dare voce ai propri ideali per contribuire
a costruire il futuro dell’Europa.
Il concetto di I-Voting, tuttavia, non costituisce una novità. Merita forse ricordare che i social sono
stati utilizzati in alcune importanti campagne elettorali: da Obama nel 2008 a Trump nel 2016 gli
Stati Uniti rappresentano senza dubbio il palcoscenico politico più importante su cui le piattaforme
di condivisione online hanno giocato un ruolo chiave. Ma anche per l’Europa l’I-Voting non
rappresenta una novità: dal 2005 ad oggi, gli estoni hanno avuto ben 6 opportunità di votare da
dispositivo mobile e il numero di schede elettorali espresse è aumentato del 1.337%. Certo è che
l’esperienza dell’Estonia non è stata esente da preoccupazioni legittime circa sicurezza, privacy e
competenze del mercato, ma l’importanza di condurre un libero ed equo processo elettorale, protetto
da eventuali manomissioni e brogli, non è da sottovalutare.

DISIMPEGNO POLITICO E SFIDUCIA

Il Report Giovani 2018, curato dall’Istituto Toniolo[2] e relativo ad un’indagine sulla condizione
giovanile in Italia, restituisce un prisma di ciò che i giovani italiani pensano della cosa pubblica:

l’affresco complessivo disegnato dai dati mette in luce una scarsa fiducia nella politica, un
atteggiamento di delega totale a chi se ne occupa a livello professionale e uno spirito di disaffezione
che continua a crescere in modo esponenziale, perchè i giovani non percepiscono la politica come
strumento per risolvere problemi.  Stando, invece, alle fonti IARD 2022[3] quest’anno in Italia
compirebbero la maggiore età ben oltre 500.000 persone, tra ragazze e ragazzi che, insieme ai loro
amici o fratelli più grandi (coloro che nel 2018 non erano ancora maggiorenni e oggi hanno tra i 19
e i 22 anni), si attestano intorno ai 3 milioni di aventi diritto al voto. Ciononostante, la stragrande
maggioranza dei nuovi elettori mostra disimpegno e scarsa partecipazione alla vita politica,
perlomeno nelle forme tradizionalmente intese. Figli del disincanto [4], il clima che serpeggia tra i
giovani riveste i caratteri di un muto risentimento che dilaga nell’eclissi della politica, da essi
ritenuta carente di visione strategica, e nella scarsa identificazione con i partiti, dai quali prendono
le distanze per l’incapacità gestionale, la corruzione e i privilegi di casta che imputano loro:
l’incertezza del futuro e il sempre più crescente bisogno di sicuri ancoraggi conduce i giovani ad
esprimere il senso del proprio smarrimento e il confuso stato di ansia in cui si sentono intrappolati
con un progressivo riflusso nel privato. A questo decrescente trend nei confronti della
partecipazione politica tradizionale, fanno da contraltare altri canali di mobilitazione, esperiti non
nelle convenzionali forme di impegno collettivo organizzato, tipiche degli anni della contestazione
sessantottina ben nota ai loro nonni, ma in azioni proattive a favore di aggregazioni ristrette alle
quali affidano la naturale e insopprimibile tensione umana verso i temi del sociale: rispetto e tutela
verso ogni forma di diversità, dalle culture alle persone e all’intero mondo dei sistemi viventi. Si
tratta di manifestazioni di interesse meno impegnative che si concretizzano in raccolte-firma per
referendum, sit-in, assemblee, cortei a difesa della pace, gruppi culturali, associazioni di
volontariato assistenziale e cura dell’ambiente: nuovi canali di partecipazione e mobilitazione
attraverso cui esprimono atteggiamenti solidali e prosociali, tentando di influenzare le scelte di
governo in modo da trasformare le richieste in proposte elettorali concrete e realizzabili. Tende così
ad affermarsi una forma partecipazione giovanile di natura privatistica, svincolata da appartenenze
politiche, dove partecipare significa prendere parte a iniziative diverse senza però identificarsi con
alcuna di esse. E’ questa la forma di partecipazione che prediligono i giovani: amplificare la
political voice su temi e ideali legati alle problematiche giovanili, ai servizi sociali, alla scuola, a
significare che essi ritengono strettamente correlate azione politica e azione sociale.

LA SFERA PUBBLICA TRA CRITICA E ANSIA DI RINNOVAMENTO: LA PAROLA AI SONDAGGI

Da un sondaggio pubblicato il 3 settembre 2022 da Il Sole 24 Ore [5] con l’intento di rilevare le
tendenze dei giovani aventi diritto al voto del prossimo 25 settembre, è emerso che il loro
atteggiamento di sfiducia nei confronti della politica raggiunge elevati livelli di rinuncia: il dato
sull’astensionismo giovanile oscilla tra il 34 e il 38%, nel senso che un giovane elettore su tre, il
prossimo 25 settembre, potrebbe scegliere di non partecipare all’elezione dell’esecutivo che guiderà
il Paese nei prossimi anni. Il campione dell’indagine, che ha coinvolto oltre 20mila elettori di età
compresa fra i 18 e i 34 anni, ha risposto a 10 domande precostituite che spaziavano dal proprio
grado di fiducia negli attuali partiti politici fino alle urgenze che dovrebbero essere poste in agenda
dal prossimo governo: 9 intervistati su 10 dichiarano di nutrire poca (56%) o nessuna (33%) fiducia
nella politica in sé, ma l’esito più sconcertante è da ricondurre alla domanda se la classe politica
conosca i problemi che affliggono le nuove generazioni. Ebbene, il 90% dei giovani interpellati
sostiene di no: i giovani non si sentono rappresentati dai partiti in corsa, per mancanza di attenzione
ai loro temi più cari. E’ questa la percezione che attraversa l’intero universo giovanile ed è questo il
motivo della scarsa fiducia che essi ripongono nelle istituzioni politiche percepite come distanti e
insensibili. Esiste una stretta relazione tra incremento nella propensione dei giovani a partecipare
alla vita politica e capacità istituzionale di rispondere ai bisogni degli stessi: la stragrande
maggioranza degli intervistati vorrebbe un leader politico capace di comprendere i problemi dei
giovani, mentre ad una minoranza basterebbe che le proposte dei giovani venissero prese in
considerazione. Per il gruppo di giovani interpellato, le priorità da inserire nell’agenda politica del

prossimo esecutivo dovrebbero essere il lavoro (46%), l’ambiente (28%), l’istruzione (16%) e i
diritti civili (10%).

SCUOLA COME PALESTRA DI DEMOCRAZIA

I giovani nutrono risentimento non solo verso i politici, ma anche nei confronti della scuola dove
non si parla né di politica né ci si sofferma abbastanza sui problemi che animano le loro discussioni.
Essi ritengono che essere informati di politica nel corso degli anni di scolarità sia un dovere
istituzionale e che sia un loro diritto quello di essere supportati nella comprensione dei valori
fondamentali dell’ordinamento democratico e delle dinamiche dell’amministrazione pubblica. Da
qui la necessità che la scuola, primo esemplare di comunità democratica, si assuma il compito di
intraprendere una formazione etico-politica in modo da avvicinare gli studenti ad un’idea dell’arte di
governare intesa come ‘pratica del bene comune’, da salvaguardare per sé e per gli altri mediante
azioni che esprimano corresponsabilità matura e consapevole. E’ in questo modo che politica ed
etica si armonizzano nella forma della partecipazione e della condivisione democratica di idee
progettuali e di valori nutriti dal comune interesse per la collettività.
Ecco allora riemergere prepotentemente il ruolo formativo delle istituzioni scolastiche orientate alla
costruzione di persone mediante lo sviluppo armonico della naturale propensione alla
socializzazione positiva, in modo da consentire loro di poter esercitare il proprio diritto
di cittadinanza. Scuole, dunque, da rimodellare come cantieri di democrazia, palestre di
addestramento per il servizio al benessere della comunità, tese alla costruzione di mentalità critiche
e creative che, aldilà di qualsivoglia atteggiamento impositivo o intollerante, si nutrano di dialogo e
di reciproco ascolto per una educazione alla convivialità responsabile che sappia apprezzare le
reciproche differenze, quale fondamento per la costruzione di una convivenza sociale
autenticamente democratica.

NOTE

[1] Capgemini è uno dei principali fornitori globali di servizi di consulenza, information technology e
outsourcing.
[2] L’indagine è stata promossa dall’Osservatorio Giovani dell’Istituto Toniolo  che si avvale della
competenza del Laboratorio di Statistica dell’Università Cattolica e di Ipsos Srl. 
[3] L’indagine è stata promossa dall’Istituto di Ricerca Iard,un organismo attivo nella ricerca sociologica che
ha sempre posto al centro delle proprie attività di ricerca l’osservazione dei fenomeni legati alla condizione
giovanile, analizzata sia nei suoi aspetti strutturali sia sotto il profilo delle rappresentazioni sociali e dei
vissuti individuali.
[4] M. Weber, La scienza come professione, Armando editore, Roma, 1919. Nell’opera Weber tratteggia
come disincanto la condizione di malessere esistenziale che associa la condizione di oppressione e di
impotenza tipica del tempo presente, al sentire profondo delle nuove generazioni.
[5] Il sondaggio è stato realizzato via Instagram dalla Company Cnc Media in collaborazione con Il Sole 24
Ore.