di Elisa Ortuso
“Non dirmi che hai paura” di Giuseppe Catozzella diventa un film: la storia della corritrice somala morta nel Mediterraneo sognando Londra 2012
Grembiule addosso, capelli tirati indietro e scarpette ai piedi, guarda dietro di sé sua mamma e si prepara a correre per arrivare prima di Alì a scuola. Questa è Samia Yusuf Omar, si fa chiamare la bambina più veloce di tutta la Somalia, non sa che è custode di un destino che continua a far parlare di lei ancora oggi.
Non dirmi che hai paura è la sua storia, raccontata per la prima volta nel 2014 dalla penna di Giuseppe Catozzella e diventata una pellicola cinematografica 10 anni dopo, grazie al lavoro di Yasemin Samdereli, in collaborazione con Deka Mohamed Osman. Il film, presentato la scorsa estate al Tribeca Film Festival, a New York, ha vinto il Premio Speciale della giuria e successivamente il Premio del Pubblico al Munchen Festival.
Samia è nata a Mogadiscio e nel suo sangue scorre la passione sconfinata per la corsa. Fin da bambina si sfida con Alì, suo cugino ma anche il suo migliore amico, e non perde mai nessuna gara, tanto che il bambino propone a Samia di diventare il suo allenatore, in quanto ogni atleta che si definisca tale ne ha uno. Giorno e notte, a casa, per strada o in riva al mare, Samia corre, spronata da Alì, vuole vincere la gara della sua città.
La storia si muove sullo sfondo della Somalia, sempre più in preda all’irrigidimento politico e alla sopraffazione. Samia vive in una famiglia numerosa, i suoi fratelli più grandi la prendono in giro sminuendo la sua passione per la corsa ma non si può dire lo stesso del padre. Figura cardine nella vita della bambina, il più grande insegnamento che le ha dato è stato di non dire mai di avere paura, altrimenti le cose che si temono si credono grandi e possono sopraffarti. Il padre ha sempre spinto la figlia ad allenarsi e dopo un momento di forte sconforto per la perdita di una gamba dovuta ad un’esplosione, lo ha fatto con ancora più decisione, per insegnare a Samia a inseguire sempre i propri sogni, nonostante tutte le difficoltà che si verificano.
Samia cresce e nei suoi sogni continua a credere. Vince la prima gara internazionale ad Addis Abeba e il padre vuole regalarle un vero paio di scarpe da ginnastica. Bianche con il contorno rosa, si tratterebbe delle prime scarpe tutte per lei, Samia non ne ha mai avute un paio suo. Il sogno di ricevere nuove scarpe viene presto interrotto da un boato, un’altra esplosione. Samia e sua mamma si guardano e il presentimento di quello che è accaduto compare sui loro volti.
La mamma prova a fare le veci del padre, spinge Samia a continuare ad allenarsi, nonostante il fratello più grande, nuovo capo famiglia, provi ad ostacolare la sua passione. Una ragazza non dovrebbe correre in Somalia ma Samia è cresciuta in una famiglia dove anche alle donne è permesso di inseguire i propri sogni. Samia continua a correre, di nascosto, nel cuore della notte, mentre indossa il burqa e la Somalia è sempre più sotto il controllo degli estremisti.
Una donna porta nuovamente il sorriso sul suo volto: si tratta di una rappresentante della Nazionale di atletica della Somalia che va a cercare la ragazza, il suo nome ormai è famoso in tutto il Paese. Samia si qualifica per le Olimpiadi di Pechino del 2008. In gara arriva ultima, ma il suo nome diventa un simbolo per le donne musulmane. Samia però vuole vincere.

Le Olimpiadi di Londra 2012 sono il suo obiettivo, la giovane ha voglia di riscattarsi, ma con la difficile situazione politica del Paese il Comitato olimpico non può aiutarla. Samia è rimasta sola, così decide di partire per raggiungere l’Europa. Inizia il Viaggio, dalla Somalia attraversa l’Etiopia, il Sudan, il deserto del Sahara fino a raggiungere la Libia. Il Viaggio è un percorso al buio, animato dall’incertezza e dalla paura. Samia, insieme a tutti coloro che sono alla ricerca di una nuova vita, è in balia dei trafficanti di esseri umani. Il Viaggio avviene a bordo di camion, a volte aperti, nella peggiore delle ipotesi chiusi, e le persone percorrono centinaia di chilometri con pochi viveri, in gravi condizioni igienico sanitarie.
Quando i trafficanti vogliono il camion si ferma, ma non è detto che si sia arrivati dove avevano promesso. A quel punto è il momento di chiamare le famiglie e di farsi mandare dei soldi, altrimenti non si va avanti. Chi è fortunato riesce a proseguire e arriva sulle sponde della Libia, chi non lo è muore nel tragitto per fame, per sonno, o per malattia. A chi va peggio si ritrova in balia dell’attesa, l’attesa di sapere quando i soldi arriveranno, se arriveranno.
Samia sulle sponde della Libia ci arriva. Adesso deve fare l’ultimo grande passo, attraversare il Mediterraneo per arrivare in Italia. Sale su un barcone insieme ad altri migranti, tanti o pochi che siano si ritrovano tutti stipati su piccole barchette che tentano affannosamente di arrivare a Lampedusa. È questione di attimi, Samia si lancia in acqua e sbraccia nel tentativo di raggiungere una fune lanciata da una nave italiana. È questione di attimi e Samia viene inghiottita dalle acque. Chiude gli occhi e accanto a lei compare il padre, è il momento di rincontrarsi.
Samia Yusuf Omar è morta il 2 aprile 2012, aveva 21 anni. Oggi il mondo può conoscere la sua storia, quella di una donna che non si è mai arresa e ha continuato a inseguire i propri sogni. Contro i dettami di un Paese che vuole le donne relegate ai lati della società, private dei loro diritti e senza la possibilità di esprimere il proprio Io, Samia ha deciso di opporsi. La sua corsa è stata verso la libertà ma si è arrestata lì, dove il mare è profondo e i sogni di molti vedono la loro fine.
Prima il libro, e ora il film, restituiscono al pubblico una storia esemplare che richiama l’attenzione sul tema dei diritti delle donne, ancora violati in molti Paesi, e la difficile realtà che vivono coloro che decidono di emigrare da Paesi in guerra o sotto dittatura.
Più di tutto la storia di Samia invita a riflettere di come la conquista della libertà in molti casi passi per il dolore, addirittura per la morte. La sua storia è un grido di aiuto per coloro che si ritrovano nella stessa condizione ma che nonostante tutto decidono di rincorrere i propri sogni perché non bisogna mai avere paura.