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Il marchio di fast fashion nel mirino delle associazioni umanitarie, dopo che sono state scoperte lavorazioni del cotone nello Xinjiang

Che la fast fashion fosse un settore ad alto impatto umano e ambientale le associazioni per i diritti dell’ambiente e dei lavoratori lo denunciano da anni. Questa volta però è particolarmente pesante l’accusa che viene mossa a Shein, marchio di moda “buy-and- wear” già al centro di diverse polemiche negli anni passati, concernenti i diritti dei lavoratori e delle lavoratrici in particolare in Europa e in Asia. Questa volta la multinazionale di proprietà di Chris Xu finisce sotto accusa per utilizzare una filiera del cotone lavorata nello Xinjiang, cioè nella regione cinese dove Pechino è nota per attuare forme feroci di repressione nei confronti della popolazione uiguri, di etnica turcofona e religione musulmana.

Secondo quanto riportato dal sito Bloomberg News infatti nell’embargo applicato dagli Stati Uniti nei confronti dei prodotti assemblati o creati in Xinjiang spunta il nome del colosso cinese, che importerebbe capi prodotti dalla Cina, forse addirittura nei campi di concentramento, detti dal governo cinese “campi di rieducazione”, dove vengono costretti ai lavori forzati gli uiguri, dopo essere stati sequestrati alle famiglie. Il colosso di Chris Xu non ha risposto all’inchiesta del media americano, limitandosi a twittare che: «stiamo facendo il possibile per conformaci alle leggi e ai termini dei vari paesi». Secondo le associazioni umanitarie oltre un milione di Uiguri sarebbe detenuto illegalmente da Pechino nei campi di “rieducazione”.

di: Caterina MAGGI

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