La corsa alla Casa Bianca diventa a ostacoli tra il primo ex presidente statunitense giudicato colpevole in un processo penale e la condanna per la prima volta del figlio del presidente in carica
Sono settimane intense quelle in corso negli Stati Uniti e, a loro modo, storiche. Dopo che a fine maggio per la prima volta nella storia statunitense un ex Presidente, Donald Trump, è stato giudicato colpevole (la pena sarà nota l’11 luglio) per tutti i 34 capi di accusa a suo carico nel processo penale in merito ai pagamenti all’ex attrice di film porno Stormy Daniels; l’11 giugno è la data di una nuova prima volta per gli States dato che Hunter Biden, figlio del Presidente in carica, è stato giudicato colpevole in un processo penale per aver violato le leggi che vietano acquisto e possesso di armi da fuoco per le persone che hanno una dipendenza da droghe illegali.
Le vicende di Hunter Biden
Il processo contro il figlio 54enne del Presidente Biden si è svolto in un tribunale del Delaware, l’uomo è stato ritenuto colpevole dei tre capi d’accusa per fatti risalenti al 2018. A Hunter Biden veniva contestato di aver riportato il falso nelle compilazioni dei moduli per l’acquisto di una pistola. Biden, infatti, sostenne di non essere dipendente droghe in quel momento ed era accusato di aver posseduto illegalmente quella pistola per 11 giorni (Biden buttò l’arma dopo quel periodo).

Il processo a carico del figlio del Presidente statunitense sembrava sul punto di non svolgersi un anno fa, grazie a un accordo di patteggiamento fra accusa e difesa che però è stato respinto dalla giudice federale, arrivando così al processo e al verdetto di colpevolezza.
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L’accusa in aula ha fatto ascoltare la versione audiolibro dell’autobiografia di Hunter Biden, Beautiful Things (Cose belle, in Italia tradotto da Arianna Pelagalli edito da Solferino) che racconta gli aspetti più intimi del periodo di dipendenza da droghe di Hunter Biden a partire da quanto venne congedato dai riservisti della Marina perché trovato positivo al test della cocaina nel 2014 e soprattutto il periodo di forte dipendenza a seguito della morte del fratello maggiore Beau (nel 2015, a causa di un tumore al cervello). L’accusa ha sottolineato come gli anni di dipendenza raccolti nel libro fossero quattro, comprendenti l’ottobre 2018 quando acquistò la pistola. Secondo l’accusa Hunter Biden era in quel periodo dipendente da droga e consapevole di esserlo, dunque avrebbe mentito deliberatamente durante la compilazione dei moduli. Oltre al libro sono stati letti alcuni messaggi inviati dal cellulare di Hunter Biden dove si faceva riferimento al crack e l’accusa ha chiamato a testimoniare l’ex moglie del 54enne, Kathleen Buhle, e Hallie Biden, vedova del fratello con cui Hunter Biden nel 2018 aveva una relazione. L’ex moglie, che aveva testimoniato di aver visto alcune tracce di crack nell’auto, ha ammesso durante l’interrogatorio della difesa di non aver mai visto Biden assumere la droga nei gironi intorno all’acquisto dell’arma.
La tesi della difesa si è concentrata invece sulla “buona fede” sostenendo che Hunter Biden avesse compilato i moduli per l’acquisto della pistola dopo aver iniziato la riabilitazione e dunque di essere convinto di non essere, al momento della compilazione, dipendente da droghe illegali. La difesa ha cercato di dimostrare come “in quegli specifici giorni” Hunter Biden non facesse uso di droghe ed è stata chiamata a testimoniare Naomi Biden Neal, la figlia di Biden, che ha dichiarato come il padre in quei giorni fosse “sobrio e fiducioso”. Nel controinterrogatorio condotto dall’accusa sono stati mostrati alcuni messaggi inviati all’epoca da Naomi Biden Neal a suo padre nei quali sosteneva di essere vicina a un “punto di rottura” proprio a causa dei problemi legati alla dipendenza. La difesa, inoltre, ha sottolineato come il percorso di riabilitazione sia stato sostenuto da Hunter Biden, e come abbia superato la dipendenza.

Al momento la giudice Maryellen Noreika non ha indicato la data per il pronunciamento sulla condanna – solitamente è circa 120 giorni dopo il verdetto (dunque ai primi di ottobre) -, la pena massima per i tre capi d’accusa è di 25 anni di reclusione e una multa di 750 mila dollari. Secondo gli esperti è quasi certo che Hunter Biden non finisca in prigione, dato che gli imputati incensurati e non colpevoli di reati violenti non sono quasi mai condannati con pene detentive per reati come quelli contestati al figlio del presidente degli Stati Uniti.
Da par sua Joe Biden, intervistato da Abc, ha assicurato di voler accettare l’esito del procedimento e che non intende graziare il figlio, in caso di condanna: «come ho detto la scorsa settimana accetto il risultato e continuerò a rispettare il processo, mentre Hunter pensa di fare appello. Jill e io ci saremo sempre per Hunter. Niente cambierà questa cosa». Il Presidente già all’indomani del processo aveva espresso al figlio (avuto con la prima moglie, Neilia Hunter Biden) la propria vicinanza e quella della first lady, Jill Tracy, con un comunicato: «la resilienza di Hunter di fronte alle avversità e la forza che ha mostrato nella sua disintossicazione sono state fonti di ispirazione. Come padre ho un amore senza limiti per mio figlio, fiducia in lui e rispetto per la sua forza. Io e Jill continueremo a sostenerlo con amore».

Cortocircuito Giustizia
In un elettorato polarizzato come quello statunitense la Giustizia è entrata a gamba tesa nella campagna elettorale prima con la condanna di Donald Trump poi con quella di Hunter Biden.
I supporter repubblicani hanno per mesi attaccato la Giustizia, sostenendo che quella messa in atto nei confronti del candidato Trump fosse una persecuzione, lo stesso ex Presidente ha dichiarato che il processo penale nei suoi confronti fosse uno “scandalo” e una “gigantesca caccia alle streghe per cercare di far male a una campagna che sta battendo il peggior presidente della storia degli Stati Uniti” sostenendo di essere in vantaggio su Joe Biden e che quello di incriminarlo fosse “l’unico modo in cui pensano di poter vincere ma non funzionerà”.

Trump ha utilizzato il tema della giustizia corrotta in maniera incendiaria nella campagna elettorale e adesso la condanna del figlio dell’avversario Joe Biden sembra metterlo in difficoltà, infatti non ha utilizzato a fine propagandistico le sorti giudiziarie del figlio del Presidente in carica, se non per sostenere un trattamento diverso tra quello riservato a lui e quello riservato a Hunter Biden così, sul social Truth ha ribadito che il processo in questione sia un aspetto quasi trascurabile rispetto ai “crimini” perpetrati dalla “criminale famiglia Biden”. Gli esponenti repubblicani hanno reagito in ordine sparso alla notizia: il membro della Camera dei Rappresentanti per lo stato della Florida, Matthew Louis Gaetz, ha parlato di una sentenza “stupida” perché sostenitore della contrarietà agli ostacoli al possesso di armi (dunque anche a quelli legati alla dipendenza da droghe); la linea della deputata newyorchese Elise Stefanik è quella di sottolineare la bravura della giudice del caso (nominata da Donald Trump), Maryellen Noreika, che ha reso possibile fare luce sui crimini commessi da Biden; mentre il deputato del Kentucky, Thomas Massie, ha sostenuto che il figlio del presidente “dovrebbe essere in cella per molti motivi, possedere un’arma non è uno di questi”.
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La parola all’esperto
Abbiamo parlato dell’attualità statunitense con il Professore di Storia degli Stati Uniti dell’Università Roma Tre, Daniele Fiorentino, Direttore del Centro Interuniversitario di Storia e Politica Euro-Americana.
Professore, la condanna di Hunter Biden può condizionare la campagna elettorale statunitense?
«Certamente può condizionarla. Una delle questioni principali che questa condanna porta con sé è il fatto che ci siano responsabilità da una parte e dall’altra, che la situazione di Trump, insomma, non sia così eccezionale. Questo elemento verrà utilizzato sicuramente dai repubblicani nella campagna elettorale perché è un modo come un altro per screditare il Presidente in carica. Anche per questo credo che in qualche misura la campagna elettorale, che è una campagna senza esclusioni colpi, si farà ancora più dura nei mesi a venire e contemplerà anche il ricorso ad argomentazioni come questa. Va però sottolineato che da un punto di vista strettamente legale-giudiziario, la questione esula dalla politica: si tratta di una vicenda assolutamente personale avvenuta in un periodo, peraltro, in cui Joe Biden non era nemmeno Presidente. Non solo, ma non riguarda nemmeno direttamente il Presidente; può essere utilizzata comunque contro il candidato del partito democratico che, va detto, sta tenendo una posizione piuttosto neutrale. A mio avviso se non si fosse trattato del figlio del Presidente in carica, le cose sarebbero andate molto diversamente, una persona diversa probabilmente non sarebbe nemmeno stata condannata perché si parla di un caso molto particolare: la detenzione di una pistola per 11 giorni in un Paese che mantiene una politica particolarmente permissiva in fatto di armi, non dovrebbe incidere così tanto se non ci fosse una campagna elettorale in corso».

Quanto invece le teorie cospirative, diverse hanno lo stesso Hunter Biden al centro, della destra statunitense incidono sulla campagna elettorale?
«Le teorie cospirative sono tutte montature di certi settori della destra radicale. Tra l’altro c’è poco da nascondere, visto che Hunter Biden ha messo in piazza, tutto sommato, una vicenda drammatica, personale e familiare, raccontando la propria storia, coinvolgendo la prima moglie, la sua compagna successiva, anche le figlie sono state chiamate per testimoniare. Tutto quello che poteva essere detto è stato detto, forse anche per la paura che potesse essere strumentalizzato, anche se verrà strumentalizzato a prescindere. Ma quanto alle teorie cospirative, c’è poco da fare ipotesi, si sa praticamente tutto della vita privata di Hunter Biden».
La condanna di Hunter Biden arriva a poca distanza dal verdetto di colpevolezza di Donald Trump, quanto pesa dunque la questione della Giustizia sulla campagna elettorale in corso?
«Dopo il verdetto di colpevolezza di Trump la gestione della giustizia sta pesando moltissimo, perché ovviamente su Trump ci sono vari processi in corso, è innegabile. Al momento i democratici non l’hanno nemmeno sfruttata troppo, anche Biden è stato molto, molto misurato. Qualcuno del partito democratico lo ha definito esageratamente cauto nell’utilizzare la colpevolezza di Trump a fini elettorali. Biden, come per il caso di suo figlio, si è tenuto fuori da questi giochi, assumendo la posizione che compete a un presidente in carica. Va detto che Joe Biden è il rappresentante di un vecchio Partito Democratico con dei forti principi etici e morali, è una persona con una grandissima esperienza politica, di lunghissima data, e si attiene a quei valori. Certo, colpi bassi nella politica in generale, e in quella americana in particolare, ci sono sempre stati, ma diciamo che Biden come Presidente tutto sommato si sta comportando in modo molto corretto. Qualcuno è convinto che questo modo però non paghi, nel senso che dovrebbe sfruttare più a proprio vantaggio la situazione, ma potrebbe aver deciso di non sfruttarla anche perché in attesa di conoscere le sorti giudiziarie del figlio. Ma in realtà ha dichiarato di non avere intenzione di utilizzare il potere di concedere la grazia nei confronti di suo figlio. A mio avviso il Presidente sta tenendo un comportamento molto coerente, eticamente corretto».

La parte repubblica con la condanna di Hunter Biden si trova davanti a una rottura proprio a proposito di Giustizia, definita spesso corrotta, ma anche di politica intorno al possesso di armi?
«La questione delle armi è della massima importanza, perché negli Stati Uniti è molto sentita. Certo i repubblicani si trovano in contraddizione e credo che utilizzeranno questa condanna contro Biden anche se li potrebbe mettere a rischio – nonostante la situazione di Trump resti lontanissima dato che Hunter Biden non ha condanne precedenti, non è una persona attenzionata dalla polizia, il reato è a proposito della compilazione dei moduli per l’acquisto dell’arma e non ha commesso reati di altro genere -, ma la questione del porto d’armi sicuramente crea imbarazzo tra i repubblicani. Tra l’altro c’è una sentenza della Corte Suprema proprio di questi giorni che sostiene, addirittura, che le politiche di Trump fossero state troppo restrittive rispetto all’uso delle armi negli Stati Uniti e si punta a una liberalizzazione ulteriore. La notizia è molto preoccupante, la restrizione all’uso delle armi automatiche era una delle norme introdotte da Obama e confermata da Trump, ma con questa Corte Suprema rischia di essere smantellata».
Cosa aspettarsi dunque nei prossimi mesi?
«Credo che i toni torneranno ad alzarsi, anche se è un rischio, in particolare per i Repubblicani, sfruttare una questione come quella della Giustizia. Anche perché Trump potrebbe partecipare alle elezioni anche nell’improbabile caso dovesse trovarsi in prigione, che è una delle apparenti contraddizioni della politica americana. Il timore però che un attacco a Biden sul terreno giudiziario, e in particolare sul possesso di un’arma da parte del figlio, possa ritorcersi contro i Repubblicani è l’unico ostacolo che potrebbe non far usare loro questo argomento. Anche perché la questione è ancora aperta e Hunter Biden può ancora fare ricorso, mentre la questione che pesa su Trump è molto più pesante. C’è da dire che con questo Partito Repubblicano e con i personaggi in prima linea che Trump sta utilizzando – compreso lo speaker della Camera dei rappresentanti, Mike Johnson – la campagna elettorale sembra prendere toni eccessivi quasi senza scrupoli».

Fare previsioni quindi è impossibile?
«Da storico lo dico sempre. Dopo quanto accaduto il 6 gennaio 2021 sembrava impossibile che Trump si ripresentasse e avesse questo seguito, molti analisti allora si dicevano sicuri che fosse finito politicamente, che avesse passato la misura. Trump infatti non era ripresentabile, i Repubblicani hanno esitato a lungo, ma quando hanno visto come reagiva la pancia del Paese hanno deciso di seguirlo. E l’abilità di Trump sta proprio nel toccare quella pancia del Paese e lanciare il messaggio: “ce l’hanno con me, mi vogliono far tacere, ma ce la vedremo a novembre, con i risultati delle elezioni, perché il popolo vuole me”. La strategia è stata sempre quella di una adesione non per scelta politica, ma per fede. Andando a fomentare quella massa rabbiosa della popolazione americana; rabbiosa per motivi gravi, seri, storici, politici e sociali e questo è abbastanza inquietante. Quello di Trump è il messaggio populista che sfrutta l’idea, tra l’altro falsa, che il popolo elegge il Presidente. Trump rivendica una posizione che molti altri Presidenti, prima di lui, hanno rivendicato ma ottenendo una risposta negativa da parte dell’elettorato. Definirsi l’unica vera espressione del popolo è falso perché il Presidente viene eletto attraverso i grandi elettori, quindi è una scelta mediata, ed è mediata proprio per evitare che le masse possano in qualche modo mettere in discussione il risultato delle elezioni politiche. Trump riesce a travalicare questo punto e soprattutto riesce a far sì che la gente gli creda. Inoltre c’è una costante manipolazione della realtà, in una certa area della destra cospirazionista e antivax. Così si manipolano le informazioni, e quindi “tutti sono colpevoli, la politica è sporca, è necessario sporcarsi le mani, nessuno è immune. Perciò Trump sarà forse pure colpevole, ma anche il figlio del Presidente in carica non è da meno”. Si tratta di una strategia politica che va avanti da decenni. Spesso si dice che la realtà supera la fantasia e, in effetti, questo sta succedendo oggi e non solo negli Stati Uniti».
La figura del presidente Joe Biden come esce dai fatti che riguardano il figlio?
«Non bene, diciamo. Anche se non dovrebbe, perché cosa si evince da questa storia? Che il figlio del Presidente si drogava? E quindi non è stato un buon padre? E questo come si trasforma a livello politico? Ciò che mi inquieta è il populismo, perché ci stiamo abituando a vedere cose che mai avremmo pensato di vedere. Studiosi esperti di populismo davano Trump per finito dal punto di vista politico dopo il 6 gennaio 2021, e sono stati smentiti. Questo perché noi tutti usiamo modelli del vecchio populismo, ma allora i politici avevano una formazione scolastica o universitaria di un certo tipo, adesso non è più così. Per questo oggi siamo di fronte a possibili conseguenze che quanto più sono impossibili da prevedere razionalmente, tanto più avranno possibilità di successo, ed è questo il fattore più spiazzante in assoluto. Ritorno sui fatti dell’assalto a Capitol Hill: è stata una giornata drammatica, era in gioco la sopravvivenza degli Stati Uniti, la leadership del Partito Repubblicano aveva aderito alla Costituzione, abbandonando Trump. Oggi molti hanno cambiato atteggiamento, salvo qualche eccezione, e il Partito sembra quasi ostaggio di un’idea, di un’immagine che si è attaccata al Partito Repubblicano la cui preoccupazione principale diventa vincere le elezioni, a prescindere dai pericoli che si corrono e che corre la democrazia negli Stati Uniti».

Questo come si ricollega al fatto che i due candidati siano così anziani e non si sia voluto o potuto trovare candidati alternativi in entrambi gli schieramenti?
«Questo ci dà la misura della crisi della politica, che si è radicalizzata sempre di più ma non ha leader capaci di interpretare quali siano davvero i problemi che il popolo affronta. Gli Stati Uniti erano riusciti a stabilire un equilibrio sociale, negli anni ‘30 e poi con il welfare negli anni ‘60, piuttosto elaborato e avanzato che viene però smontato pezzo per pezzo con il passare del tempo. Le crisi economiche hanno messo in ginocchio una classe media che non è più la colonna vertebrale del Paese; secondo me molti leader da una parte faticano a interpretare le aspettative e le richieste del popolo e dall’altra hanno paura di coinvolgersi. Faccio spesso un parallelo con la situazione della Prima guerra mondiale, quando si sapeva di andare incontro al disastro incapaci di reagire e prendere un’iniziativa alternativa, come se si fosse davanti a un meccanismo incastrato che si è bloccato e nessuno riesce a trovare una chiave per farlo tornare a muovere nel modo corretto. Quello che mi sembra mancare, nella politica statunitense, è ciò che Obama aveva promosso – come dimostrava il suo messaggio “the audacity of hope” – nella crisi post Guerra fredda e tutto ciò che sono stati gli anni ‘90 e i primi 2000: la speranza. Nessuno, tra tutti i politici che sono emersi nell’ultimo decennio, anche brevemente, ha mai avuto il coraggio di lanciare una vera proposta alternativa e una sfida, soprattutto a Trump. C’è poi da fare una distinzione. Per quanto riguarda il Partito Democratico l’unico che potesse salvarlo da se stesso è il Presidente, Biden che avrebbe dovuto dire: “mi faccio da parte, ho compiuto il mio dovere” per lasciare spazio a qualcuno di più giovane. Perché mai è successo che un Presidente in carica venisse messo da parte dal partito, sarebbe stata un’autocondanna a perdere le elezioni. Da parte repubblicana invece c’è stata una vera e propria incapacità di dare una seria e valida alternativa a Trump, soprattutto di dare ai potenziali elettori la sensazione di avere un candidato forte, in grado davvero di vincere le elezioni. Così, con la convinzione che l’unico candidato che potrebbe battere i democratici fosse Trump, molti repubblicani hanno finito per tapparsi naso e occhi e ripromettersi di votare Trump. Dopo la sua condanna, però, e di fronte a una scelta estrema, in molti potrebbero cambiare idea perché la base repubblicana tradizionale non è così schierata e non è pronta a votare una persona riconosciuta colpevole e condannata. Ma come ho detto è davvero difficile se non impossibile fare previsioni allo stato attuale dei fatti».
Al di là delle previsioni allora, quale scenario è auspicabile?
«Posso dire che la partita è ancora aperta e che è in gioco la democrazia americana così come la conosciamo oggi: potrebbe verificarsi però qualche evento capace di cambiare le carte in tavola. Il rischio vero è che finisca definitivamente quella che è stata etichettata come l’era americana. Nonostante si dica da anni, gli Stati Uniti giocano ancora un ruolo importantissimo a livello internazionale, ma l’esito di queste elezioni potrebbe essere il colpo di grazia. Dubito ci possa essere una terza via allo stato dei fatti, ma i giochi non sono ancora fatti e possiamo immaginarci scenari diversi senza cadere però nelle teorie cospirative. Staremo a vedere quanto la democrazia negli Stati Uniti sia resiliente».
di: Flavia DELL’ERTOLE
FOTO: ANSA/EPA/Al Drago