Le parti si accusano a vicenda di aver violato il cessate il fuoco di 72 ore siglato il 30 aprile
È ancora caldissima la situazione in Sudan dove, nonostante il 30 aprile le parti abbiano concordato un cessate il fuoco di 72 ore, i combattimenti non si arrestano e riguardano ormai 12 dei 18 Stati del Paese. Sul mancato rispetto della tregua le due parti contendenti, i paramilitari e l’esercito, si rimpallano le responsabilità. I morti hanno già superato la soglia de 500. Secondo l’ultimo bollettino dei medici sudanesi, i feriti sarebbero almeno 2100.
Secondo l’Alto commissario delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr) Filippo Grandi “più di 800mila persone” potrebbero fuggire dal Paese. «Speriamo che non si arrivi a tanto – scrive Grandi su Twitter – ma se le violenze non cesseranno, vedremo più persone costrette a scappare in cerca di sicurezza».
Lo status di guerra civile è sempre più vicino; tre settimane dopo l’esplosione delle violenze i numeri dell’emergenza umanitaria già in corso preoccupano tutta la comunità internazionale. Come riferito dall’Onu, gli sfollati a causa dei combattimenti sono già 75mila, in un Paese, uno dei più poveri al mondo, che conta 45 milioni di abitanti.
Fra gli spiragli per un negoziato compare l’opzione, avanzata dall’alto funzionario delle Nazioni Unite nel Paese Volker Perthes, che dei negoziati possano tenersi in Arabia Saudita dove rappresentanti dell’esercito governativo e dei paramilitari avrebbero accettato di incontrarsi. La logistica dell’incontro “è ancora in fase di elaborazione“. Il primo obiettivo di qualunque tavolo rimane un cessate il fuoco “stabile e duraturo”, aggiungono fonti dell’Onu.
di: Marianna MANCINI
FOTO: ANSA/EPA/MOHAMMAD ALI