Con l’uscita al cinema del sequel “Beetlejuice Beetlejuice” e una mostra, in questo 2024 è tornato l’immaginario del regista statunitense, tra fiabe dark e personaggi outsider
Con il grande successo del sequel Beetlejuice Beetlejuice e l’arrivo in Italia, alla Fabbrica del Vapore di Milano, della mostra Tim Burton’s Labyrinth, l’immaginario estetico e narrativo di Tim Burton è tornato alla ribalta. Tra surreale, grottesco, gotico, fiabesco, onirico, macabro, la cifra stilistica del regista statunitense ha segnato il cinema dalla seconda metà degli anni Ottanta (se si considerano solo i lungometraggi), con film come il primo Beetlejuice, Edward mani di forbice, Ed Wood,i due Batman Mars Attacks!, Big Fish, La fabbrica di cioccolato, La sposa cadavere, Sweeney Todd – solo per citarne alcuni – fino ad arrivare alla serialità con Mercoledì. Grazie all’esposizione, che ha fatto tappa in altre città europee come Madrid, Barcellona, Berlino, Parigi e Bruxelles, è possibile ammirare ricostruzioni scenografiche, bozzetti, disegni, videomapping, sequenze e figure animate dei personaggi.
Sono proprio i personaggi uno dei motori della filmografia del cineasta di Burbank: outsider, malinconici, timidi, buffi, cupi, ai margini, spinti nell’isolamento e nell’alienazione. Il cinema di Burton racconta anche questo: lo scontro tra l’individuo e la crudezza della società, dalla quale vengono respinti perché non ne rispecchiano i canoni. Ci sono anche i morti nei film di Tim Burton, spesso più vivi dei vivi: ne La sposa cadavere, ad esempio, l’aldilà è colorato, vivace, chiassoso, a differenza del mondo terreno, in cui vive il co-protagonista Victor Van Dort. Il ribaltamento è tipico del cinema di Burton: la prospettiva è capovolta, è, appunto, quella degli outcast, delle “persone strambe”, che sono le norme stringenti a rendere “diversi”, non il contrario.
Questo rovesciamento avviene anche in senso inverso, pensiamo, ad esempio, a Edward mani di forbice (1990), dove è il microcosmo del tipico sobborgo americano ad essere coloratissimo, il che contribuisce volutamente a stilizzarlo ancora di più nelle sue idiosincrasie e a renderlo paradossale. Al contrario, il protagonista Edward – interpretato da Johnny Depp che proprio in questa pellicola collabora per la prima volta con il regista – è vestito prima di nero poi in bianco e nero. Il film diventa un cult, anche grazie alla spinta sull’empatia e l’immedesimazione generata dalla “parabola dell’outsider” raccontata anche attraverso la categoria della tragedia: Edward cerca un contatto umano reale che o gli viene negato o sembra impossibile da realizzarsi, come nel caso del suo rapporto con Kim Boggs,interpretata da Winona Ryder, che lavorerà a lungo con Burton. Per questo Edward mani di forbice viene considerato come uno dei film che meglio incarnano la poetica burtoniana: il racconto delle persone emarginate, dei “weird kids”, che avviene attraverso il fantastico.

Il percorso dei dimenticati viene messo in scena anche in Ed Wood (1994), che prende spunto dalla vita di quello che è stato definito “il peggior regista di tutti i tempi”, che è stato prima deriso, poi a lungo dimenticato e successivamente solo parzialmente rivalutato. Il ruolo del protagonista è ancora una volta affidato a Depp, invece le musiche non portano la firma di Danny Elfman, storico collaboratore del regista, ma del compositore Howard Shore. Un’altra pellicola che si inserisce perfettamente nella visione burtoniana degli emarginati: non racconta una storia di successo o riscatto secondo parametri socialmente definiti e accettati, ma l’esatto opposto. Il film si aggiudica due Oscar, Miglior Trucco e Miglior Attore Non Protagonista a Martin Landau per la sua interpretazione dell’attore Bela Lugosi, icona del cinema horror, soprattutto per aver dato il volto a Dracula.
Nel cinema di Tim Burton c’è spazio anche per la critica e la satira sociale. Pensiamo a Beetlejuice (1988), commedia grottesca dall’umorismo dark e caustico con Michael Keaton nei panni del “bio-esorcista” che rappresenta tutto ciò che la società cerca di nascondere: Beetlejuice è sboccato, schietto – molto schietto -, scurrile, caotico, imbroglione (e nella prima stesura dello scrittore Michael McDowell – oggi riscoperto grazie alla saga di Blackwater – tutta la storia era più cupa e cruda). La critica sociale sta soprattutto nella rappresentazione nell’aldilà, che è un labirinto burocratico regolato da una gerarchia, esattamente come accade nel mondo terreno. Anche qui ritorna il tema dei “weird kids”: anzi della “weird girl”, incarnata da Lydia Deetz, interpretata sempre da Winona Ryder.
La satira sociale trova il suo exploit nella filmografia di Tim Burton in Mars Attacks! (1996), commedia macabra infarcita di black humor, omaggio ai film di fantascienza degli anni Cinquanta, soprattutto i B-movie, e ispirato a una serie di figurine pubblicate negli Stati Uniti a partire dagli anni Sessanta. Il film racconta di un’invasione aliena: gli alieni (che non hanno genere) non hanno esattamente intenzioni amichevoli (come in ogni film tradizionale sci-fi), ma sono indubbiamente più scaltri e organizzati degli esseri umani. Esseri umani qui portati sullo schermo da un cast stellare: Jack Nicholson (che interpreta ben due personaggi), Glenn Close, Annette Bening, Sarah Jessica Parker, Danny DeVito, Pierce Brosnan, Pam Grier, Natalie Portman, Jim Brown, Lukaas Haas e il cantante Tom Jones nella parte di stesso. All’epoca dell’uscita il film riceve recensioni miste ed è un flop al botteghino, anche perché ingiustamente paragonato a un altro film uscito nello stesso anno, Independence Day di Roland Emmerich, un classico blockbuster fantascientifico, contrariamente al lavoro di Burton, che nasce con l’intenzione di essere l’esatto opposto. Negli anni è stato rivalutato ed è diventato un cult per i fan del cineasta e, per alcuni, è anche l’ultimo Burton realmente libero e irriverente.
Dopo Mars Attacks! inizia un’altra fase nella cinematografia del regista californiano, più aderente alla definizione di fiaba gotica con cui spesso vengono definiti i suoi lavori. Anche qui ritorna la figura dell’outsider come Il Cappellaio Matto di Alice in Wonderland (2010) e Alice Attraverso lo specchio (2016), dai celebri romanzi di Lewis Carroll, i bambini e gli adolescenti di Miss Peregrine – La casa dei ragazzi speciali (2016), anche questo tratto da un libro, stavolta di Ransom Riggs. Ma c’è anche spazio per i film biografici come Big Eyes (2014), che racconta la storia della pittrice Margaret Keane, raggirata e sfruttata dal marito: anche lei un’outsider dimenticata, che ha avuto, però, il suo riscatto e il giusto riconoscimento che per anni è mancato.

Sono diversi i personaggi creati da Tim Burton diventati delle vere e proprie icone, come quelli di The Nightmare Before Christmas (1993), diretto da Henry Selnick (con sceneggiatura di Caroline Thompson), di cui Burton è co-produttore.Il suo cinema è costellato di alti e bassi, gli scenari e le figure da lui create hanno lasciato un segno nella Settima Arte, permettendo a molti spettatori e spettatrici di sentirsi meno sole. Come ha detto Winona Ryder nel discorso tenuto durante la cerimonia per la stella attribuita al regista sulla Hollywood Walk of Fame: «quando ti ho conosciuto, ero una ragazzina strana. Hai confermato la mia voce, hai rafforzato la mia fiducia nell’essere me stessa, nell’andare contro le maree del conformismo. La tua inclusività creativa mi ha mostrato com’è la vera collaborazione artistica e, in altre parole, hai reso l’essere una ragazza strana non solo ok, ma anche qualcosa da celebrare e anche un po’ cool».