I due esperti, insieme all’ex direttore del Museo, sarebbero sospettati di aver promosso la compravendita di antichità trafugate in Medio Oriente

La Procura di Parigi sospetta che gli archeologi del Louvre Jean-François Charnier e Noëmi Daucé abbiamo promosso la vendita di reperti egizi nonostante gli avvertimenti sulla loro provenienza.

L’inchiesta al centro della quale si collocano i sospetti è quella che riguarda la vendita tra il Louvre di Parigi e quello di Abu Dhabi (inaugurato nel 2017) di cinque antichità egiziane con falsi certificati per un valore di oltre 15 milioni di euro. Le indagini, iniziate nel febbraio 2020, ipotizzano i reati di occultamento di furto in banda organizzata, associazione a delinquere, riciclaggio di denaro, truffa in banda organizzata, contraffazione e uso di falsi nonché omissione di menzione da parte del venditore sul registro dei beni mobili.

Ai tempi dell’accordo l’egittologo Marc Gabolde aveva inviato una nota all’allora direttore del Louvre, Jean-Luc Martinez, indicando che uno dei pezzi, una stele di granito rosa con inciso il nome del re Tutankhamon, potesse essere stata trafugata. Una comunicazione rimasta senza risposta che tuttavia Martinez nega essere esistita

Già lo scorso maggio l’ex direttore del Louvre era stato fermato con l’accusa di riciclaggio di denaro e complicità in frode organizzata di reperti archeologici. Anche Daucé vanta un curriculum non da poco: in passato, infatti, è stato a capo del dipartimento di archeologia dell’Agence France Muséums, impegnata tra le altre cose nel lancio del Louvre di Abu Dhabi, mentre oggi è conservatore del museo parigino. Charnier, invece, che già conosceva Daucé dai tempi dell’Afm, è diventato consulente dell’agenzia Afalula per lo sviluppo culturale della regione di Al-Ula in Arabia Saudita.

Ma al centro del caso non ci sono solo pezzi venduti alla filiale nella capitale degli Emirati arabi uniti ma anche pezzi venduti al Metropolitan di New York. Nel giugno del 2020 in esperto di archeologia mediterranea, Christophe Kunicki, e suo marito Richard Semper, sono stati fermati perché sospettati di aver riciclato reperti archeologici trafugati in diversi paesi come Egitto, Libia, Yemen e Siria.

di: Alessia MALCAUS

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