Una riflessione della professoressa Gadducci sull’opera teatrale in memoria di Falcone e Borsellino, messa in scena a La Versiliana di Marina di Pietrasanta il 9 agosto
di: Angela Gadducci
Mafia, la parola italiana -che insieme a pizza- è forse la più conosciuta al mondo, fa subito pensare alla Sicilia, agli uomini delle istituzioni, a innocenti che hanno perso la vita per mano di quell’organizzazione criminale che è Cosa Nostra.
Ma soprattutto riconduce ai giudici Falcone e Borsellino e agli efferati attentati di Capaci e via D’Amelio in cui, tra lamiere contorte e colonne di fumo, videro la morte i due magistrati: il 23 maggio 1992 a Capaci fu assassinato il giudice Falcone e, pochi mesi più tardi, il 19 luglio 1992, in via D’Amelio a Palermo, persero la vita l’amico e collega Borsellino e cinque agenti della scorta.In occasione del trentunesimo anniversario delle due stragi la Compagnia Emilia Romagna Teatro ERT/Teatro Nazionale, in collaborazione con il Teatro Metastasio di Prato, il 9 agosto 2023 ha messo in scena, presso lo Spazio Caffè de La Versiliana a Marina di Pietrasanta, “L’Ultima Estate. Falcone e Borsellino 30 annidopo” un’opera teatrale, scritta durante l’isolamento pandemico e già rappresentata in vari teatri italiani ed esteri, in cui sono state ripercorse le tappe più significative della vita dei due magistrati palermitani. Scritto da Claudio Fava, Presidente della Commissione antimafia in Sicilia, e curato dall’attore Simone Luglio, il progetto ha inteso rendere noti fatti pubblici e privati dei due giudici mettendo in luce, oltre alla ben nota tenacia, all’assoluto rigore morale e all’amore per la giustizia che li consacra universalmente come eroi, la loro dimensione più autentica e quotidiana: la loro umanità, la loro sintonia ed amicizia, ma anche l’ironia, la rabbia e la solitudine sociale alla quale furono condannati durante il loro incarico nell’ambito delle indagini antimafia. Sotto la fievole luce di un’insegna luminosa ad evidenziare l’anno di riferimento, il 1992, nello spazio ombrato del palcoscenico -effetti scenografici ridotti all’essenziale per evidenziare le parole recitate in dialetto siciliano- viene compiuto un viaggio attraverso i momenti più pregnanti della vita dei due giudici (Simone Luglio e Giovanni Santangelo) a partire dalla loro triste fine. Si parte da Falcone. Dopo aver richiamato lo scampato attentato del giugno del 1989 ad Addaura, un piccolo borgo marinaro di Palermo, dove un borsone con 58 candelotti di dinamite, pronto a detonare, era stato nascosto sulla piccola spiaggia davanti alla villetta che il giudice aveva affittato per le vacanze, viene rievocato -con opportune sonorità riprodotte da un registratore- il brutale omicidio del 23 maggio 1992 quando, atterrato all’aeroporto di Punta Raisi, la Fiat Croma che aveva il compito di accompagnare il giudice Falcone a casa, venne investita -all’altezza di Capaci- dalla deflagrazione di centinaia di chili di esplosivo che ne provocarono la morte insieme alla moglie. E’ poi la volta di Borsellino. Nel silenzio scenico rotto da suoni e scarne parole, è stata ripercorsa la drammaticità di quel 15 luglio 1992 quando, dopo essere stato informato dei rapporti che altissimi esponenti dello Stato avevano intessuto con Cosa Nostra, il giudice Borsellino, afflitto dal dolore per la recente perdita dell’amico e collega Falcone e dalla consapevolezza di sentirsi circondato da traditori, si espresse con un momento di accorata riflessione su quale avrebbe potuto essere il prossimo bersaglio della malavita siciliana. Ci mise poco a capirlo: sarebbe toccato a lui e, di colpo, si convinse che il suo tempo stava ormai per finire. La sera stessa, in una telefonata alla moglie, confessò sconsolato di aver respirato “aria di morte”, una premonizione che si compirà dopo pochi giorni, il 19 luglio, in occasione della consueta visita domenicale del giudice alla madre che abitava in via D’Amelio 21, una strada stretta e a fondo chiuso. Non fece in tempo a staccare il dito dal campanello che una Fiat 126 imbottita con circa 90 chili di esplosivo, venne fatta detonare. Improvvisamente, l’inferno.
La regia indirizza poi un cono di luce su quello storico procedimento giudiziario, istituito nel 1986 contro Cosa Nostra, che prese il nome di “Maxiprocesso” : durato 638 giorni, oltre 21 mesi, coinvolse ben 475 persone incriminate per capi d’accusa inerenti al reato di mafia, tra cui quello di associazione a delinquere di stampo mafioso. La significatività di quel processo dagli esiti inattesi, che si concluse nel dicembre 1987, stava nel fatto che, per la prima volta, lo Stato si rendeva protagonista di una dura condanna giudiziaria nei confronti dei membri di Cosa Nostra, definita a tutti gli effetti un’organizzazione mafiosa unitaria e di tipo verticistico: la “Cupola”, portata alla luce da Falcone, rappresentava la nicchia più potente della mafia siciliana. Il processo si rese possibile grazie al “Pool antimafia” di Palermo, istituito nel 1984 e composto da 4 magistrati, tra cui Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, che lavoravano congiuntamente mettendo a disposizione l’uno dell’altro le informazioni, i risultati delle reciproche indagini e ogni nuovo elemento di cui fossero venuti a conoscenza, riuscendo così ad ottenere una ricostruzione completa dei meccanismi agìti dalla mafia siciliana. Si avvalsero anche del supporto di ulteriori, preziosi quanto inediti collaboratori capaci di ribaltare i rapporti di forza tra Stato e mafia, i pentiti, nei confronti dei quali venne emanata una legge atta a proteggerli, la L.304/1982, richiesta da Falcone non appena si trasferì a Roma per dirigere la sezione Affari Penali del Ministero. Trasferimento che venne accolto con preoccupazione dalle cosche mafiose, perchè il magistato siciliano avanzò la proposta -che venne accolta- di creare un pacchetto antimafia che, oltre alla succitata legge, prevedeva anche la confisca dei beni detenuti dai boss mafiosi e il loro trasferimento nelle carceri di massima sicurezza di Pianosa e dell’Asinara.
Un’altra scena in cui troneggiava una scrivania, una macchina da scrivere, numerosi faldoni, sedie e giacche, è stata dedicata alla discussione in Parlamento del Decreto Legge n.306 dell’ 8 giugno 1992 detto anche “Decreto antimafia Scotti-Martelli” introduttivo del 41-bis, quel regime detentivo speciale, teso a ridurre drasticamente le occasioni di contatto tra i detenuti e le associazioni criminali di appartenenza che operavano all’esterno, sul territorio. Quello firmato dai ministri Scotti e Martelli era però soltanto un decreto-legge che, per essere convertirlo in legge, prevedeva appena 60 giorni di tempo, trascorsi i quali il provvedimento non approvato avrebbe perduto validità. L’idea era quella di attendere l’inizio di agosto e lasciar decadere il provvedimento, per poi ricominciare laddove il progetto era stato depositato. Ma, a fronte di questa strategia attendista, Borsellino rispose con un’ulteriore intensificazione delle indagini che vennero portate avanti sin dall’indomani dell’attentato di via D’Amelio. Tre settimane dopo la strage, infatti, il Parlamento tornò al lavoro su alcuni decreti da convertire in legge e, tra questi, anche su quello relativo al 41-bis, ormai in fase di scadenza: il Decreto-Legge n.306 venne convertito nella Legge n.356 del 7 agosto1992 recante modifiche urgenti al codice di procedura penale e provvedimenti di contrasto alla criminalita’ mafiosa. Introdotta nell’ordinamento penitenziario come una soluzione di carattere emergenziale della durata di tre anni (dalla data di emanazione del Decreto), l’immediata percezione dell’efficacia del provvedimento indusse il legislatore a prorogarne a più riprese la validità, sino all’entrata in vigore della L.279/2002 che rese permanente la misura del regime detentivo speciale.
Dall’epoca stragista di quel lontano 1992, le cose oggi sembrano cambiate. Cosa Nostra appare indebolita. Utilizzando strategie di infiltrazione meno eclatanti, forse anche per le pesanti misure repressive adottate nel frattempo dallo Stato e tese a smantellare l’apparato mafioso, oggi la mafia è uscita dalla fase degli attentati dinamitardi per rifugiarsi nella cosiddetta zona grigia, una complessa rete di relazioni, caratterizzata inizialmente da intimidazioni e violenza, e successivamente da convenienza, corruzione e fusione di interessi diversi, quali la gestione o, comunque, il controllo di attività economiche, concessioni, autorizzazioni, appalti e servizi pubblici per realizzare profitti e vantaggi per sé o per altri. C’è stato un tempo in cui si è creduto che le mafie, equiparate alla comune criminalità organizzata, esistessero solo come comportamento e non come organizzazione. Questa rappresentazione del fenomeno fu però demolita radicalmente dal Maxiprocesso, grazie al quale è stato possibile dimostrare l’esistenza di un modello organizzativo reticolare fondato su intimidazione, assoggettamento e omertà che non erano previsti nell’ordinaria associazione per delinquere. Oltre a ciò, si rese palese il rigore gerarchico e prescrittivo che disciplinava ogni mafia: ognuna, che nel proprio ambito rifletteva il contesto geo-sociale ed economico-culturale da cui aveva tratto origine, rispondeva ad un apparato normativo interno, utilizzava rituali, procedure e simboli per delinearne l’identità, alimentava negli affiliati il senso di appartenenza, creava e gestiva le relazioni, promuoveva il godimento del consenso e della credibilità. Ma la mafia ha davvero abbandonato la violenza sanguinaria? Probabilmente, grazie agli esiti delle trascorse stagioni di sangue, si è capito che esse hanno contribuito a tracciare il solco alla pratica della repressione e del pentitismo, ma è certo che i mafiosi non possono prescindere dal ricorso alla violenza: l’uso della ferocia rientra nel freddo e lucido calcolo del controllo e dominio assoluto che la mafia esercita sugli affiliati e sulle vittime. Anche se oggi la componente economica è diventata dominante e le nuove generazioni hanno conseguito un diploma o una laurea, ogni uomo d’onore che si rispetti deve comunque dimostrare di saper imbracciare una lupara per poter esercitare il potere di imporre e gestire le regole del gioco. Diversamente, si assisterebbe al collasso dell’intero impianto mafioso.
FOTO: ANSA/Antonella Lombardi