Nel 1865 l’approvazione del 13esimo emendamento della Costituzione

Il 18 dicembre del 1865 gli Stati Uniti d’America abolivano ufficialmente la schiavitù. Due anni dopo la Dichiarazione di emancipazione del presidente Abramo Lincoln, gli Stati approvavano finalmente il 13esimo emendamento della Costituzione, che sanciva l’acquisizione delle libertà civili da parte degli schiavi neri.

Il terreno per la svolta era già stato preparato, nel 1808, con l’abolizione del commercio degli schiavi: nonostante la tratta fosse ora vietata, lo status degli schiavi era rimasto immutato negli Stati Uniti. Un percorso vissuto anche da altre potenze, compresa la Francia che vide passare 57 anni dall’abolizione della tratta a quella della schiavitù nelle colonie).

La prima abolizione della schiavitù fra i grandi Paesi si deve alla Gran Bretagna, che impiegò 46 anni per far approvare la proposita di legge connessa alle battaglie di William Wilberforce nel 1833.

Per gli Usa il passaggio dall’abolizione della tratta a quella della schiavitù fu meno graduale e passò per la guerra civile che divise gli Stati del nord e quelli del sud. Il conflitto aveva cause economiche e politiche ben più profonde, ma presto i nordisti adottarono la battaglia per l’abolizione della schiavitù fra le proprie rivendicazioni.

La morte di Lincoln portò ad accelerare il suo piano di transizione, inizialmente graduale, che prevedeva anche un indennizzo per i proprietari. La schiavitù venne invece abolita in modo immediato e senza alcun indennizzo per i grandi prorpietari agricoli, in particolare quelli del sud.

L’ultimo Paese nel mondo a dire addio alla schiavitù è stato il Brasile, che firmò l’ultimo atto di disumanità nel maggio del 1888.

di: Marianna MANCINI

FOTO: EPA/PIERRE HOLTZ