Quindici ragazzi e una meta: diventare campioni di rugby, sport per maori e gentleman

Campagna inglese, città di Rugby, 1823. In un’epoca in cui lo sport era considerato elemento imprescindibile dell’educazione dei gentlemen, su un campo fangoso alcuni giovanotti madidi di sudore si sfidano con un pallone tra i piedi. Regole poche, competitività tantissima; le loro vene pulsano per lo sforzo, il fiatone mozza il respiro. Tra loro c’è William. Di lui non si sa molto: era un bravo calciatore? La sua squadra stava vincendo? Quello che sappiamo è che William quel giorno fa un gesto rivoluzionario: afferra la palla, che sguiscia melmosa ma viene saldamente trattenuta dalle sue mani. La stringe al petto e inizia a correre a perdifiato, i compagni e gli avversari gelati e muti per la sorpresa. William Webb Ellis, studente delle Midlands occidentali, percorre come un pazzo la distanza che lo separa dalla linea di fondo campo avversaria e schiaccia il pallone a terra. Non sta violando nessuna regola, perché regole non ce ne sono ancora. Ma questo gesto sbalordisce tutti, perché nessuno lo aveva mai osato prima. Oggi, nel college della città, c’è una statua di bronzo in suo onore. In onore di chi, per caso o per frustrazione, inventò il rugby.

In realtà, si fa presto a dire rugby: ce ne sono diverse varianti, ma sicuramente quello più conosciuto e seguito è il rugby a 15 giocatori. «Parliamo di uno sport molto inclusivo, non solo perché oramai le squadre sono composte di giocatori che sono italiani di seconda generazione, ma anche perché una squadra è composta di persone dai ruoli e quindi dalle caratteristiche differenti: mediano, pilone, ala o estremo sono posizioni tutte cruciali, e tutte con un bagaglio di capacità ed esperienza diverso». A parlare è Mattia Dolcetto, tecnico che insieme al ct Massimo Brunello ha portato i ragazzi dell’Under 20 italiana sotto la H del torneo Sei Nazioni 2023. C’è da dire che la sfida era partita contro avversari tutt’altro che semplici: «il girone inizia con la Francia con cui abbiamo perso l’amichevole a metà gennaio, poi l’Inghilterra che abbiamo battuto due volte l’anno scorso (e quindi sono scesi in campo con il coltello tra i denti) e l’Irlanda che si è aggiudicata lo scorso Sei Nazioni. Tutte squadre davvero impegnative». Ogni ruolo nella formazione è appositamente studiato per incastrarsi perfettamente, come un ingranaggio, nel “sistema-squadra”. Non esistono protagonismi, non esistono egoismi nel rugby. In un suo famoso monologo teatrale, Album d’Aprile 1974 (Jolefilm, 2008) Marco Paolini descrive il rugby come uno sport adulto, giocato da ragazzi che “avevano fretta di diventare adulti”. Parole che suonano ancora più azzeccate nel contesto del Sei Nazioni U20, dove sono giovani dai 18 ai 20 anni a sfidarsi a suon di mischie e fughe verso la meta avversaria. Un gruppo che non va solo allenato fisicamente, ma anche psicologicamente: «molti dei ragazzi che alleniamo arrivano dalle accademie federali, e le famiglie ce li affidano a 17 anni. Una delle cose più importanti da fare è responsabilizzare, certo; ma anche ascoltarli e capirli» sostiene Brunello che aggiunge: «è bello lavorare con questi ragazzi perché sono in una fase della loro vita in cui traboccano entusiasmo, vogliono vestire la maglia azzurra e ce la mettono tutta».

Come mai questo sport, che pure è divertente e dinamico non solo da giocare ma anche da vedere, sul nostro Paese ha ancora poco appeal mentre nel Commonwealth, ad esempio, è una tradizione? Secondo il ct Massimo Brunello è una questione di cultura sportiva: «nel nostro Paese non esiste educazione sportiva, non si possono chiamare educazione sportiva due ore strutturate come avviene oggi nei licei. Chi vuole fare sport a livelli più alti spesso è costretto a rivolgersi ai privati o ai club. Invece – spiega – nel mondo anglosassone sport come il rugby sono insegnati nelle scuole; inoltre c’è una passione per gli sport di contatto che in Italia non abbiamo, preferendo altri tipi di discipline come il calcio». Eppure, secondo l’ex giocatore nonché tra gli 8 marcatori in assoluto della massima divisione, Corrado Pilat, qualcosa sta già cambiando; nelle campagne italiane, in particolare nella Pianura Padana (ma non mancano club di tutto rispetto anche al Centro-Sud): «il rugby è cresciuto molto negli ultimi anni anche nel nostro Paese, ad esempio abbiamo la squadra del Tarvisium che sta giocando ad altissimi livelli; ma anche in Emilia-Romagna, Lazio, Lombardia ci sono squadre di tutto rispetto. Sarebbe bello che il rugby si diffondesse in tutto lo stivale, in modo da avere più tesserati, quindi più giocatori, quindi più chance di alzare il livello». Inoltre: «abbiamo già aumentato l’attenzione, sia come federazione sia in generale come “cultura del rugby”, anche per quanto riguarda le competizioni femminili». Qualunque torneo si consideri, per Pilat quello che è importante «è che l’Italia pensi al suo modo di giocare, piuttosto che a come giocano gli altri. Si potrebbe discutere di strategia, ma la nostra nazionale deve soprattutto pensare a sé stessa».

Abbiamo detto che l’inclusività e la solidarietà sono i caratteri distintivi del rugby. Questo non vuol dire che ogni tanto non possano capitare scivoloni come negli altri sport. È recente ad esempio lo scandalo di Ivan Nemer, pilone argentino della Benetton Rugby che la Federazione ha deciso di punire con una sospensione dal campo fino a giugno 2023: durante una festa natalizia durante la quale ci si scambiavano regali anonimi con i compagni di squadra (il cosiddetto “Secret Santa”) ha regalato al suo collega Cherif Traoré, di origini guineane, una banana marcia in un sacchetto dell’umido. Traoré ovviamente se n’è dispiaciuto, e anche se immediatamente sono arrivate le scuse del compagno e della squadra, perdonati dal giocatore, l’episodio ha subito trovato fermezza da parte della Federazione. Qui sta anche la differenza con altre discipline: «questo brutto errore è stato risolto subito, si tratta di problemi che in realtà non si presentano spesso anche perché molti giocatori di oggi sono italiani di seconda generazione. In ogni caso – sottolinea comunque Brunello è importante che queste persone siano tutelate, come già avviene».

Da tenere a mente che il torneo Sei Nazioni è sì, una sfida di tutto rispetto, ma che a giugno se ne giocherà un’altra altrettanto se non più ostica: i mondiali Under 20 del Sudafrica, dove a scontrarsi nei ruck sul campo sarà il fior fiore del rugby internazionale giovanile. Tra cui i famigerati “pulcini” (per modo di dire) degli All Blacks, i giocatori neozelandesi che per spaventare l’avversario e farsi coraggio prima della mischia inscenano la danza rituale “haka”. Da una piccola città della campagna inglese, il rugby è passato nelle colonie, ha attraversato la Storia mantenendo il suo fascino anche dopo la decolonizzazione; oggi i ragazzi italiani puntano tutto, anima e corpo, su quelle due aste verticali sul campo di Treviso. Sognando una meta più lontana, che li porti nel pantheon dei campioni del mondo.