L’India è chiamata alle urne con una democrazia sempre più fragile mentre il modello economico perseguito non fa sconti a poveri e ambiente

Durano 44 giorni le mastodontiche elezioni indiane per rinnovare la Camera bassa del Parlamento. Per eleggere i 552 membri della Camera sono stati chiamati alle urne, dal 19 aprile scorso, 960 milioni di elettori, alle elezioni corrono 2.400 partiti e al momento il favorito sembra essere solo uno: Narendra Damodardas Modi, il presidente che punta al suo terzo mandato consecutivo. Come illustra Marzia Casolari, professoressa associata di Storia e Istituzioni dell’Asia del Dipartimento di Lingue e Letterature straniere e Culture moderne presso l’Università di Torino, la tornata elettorale in India si inserisce in un quadro molto problematico in materia di democrazia nel Paese più popoloso del mondo.

Qual è l’India che si appresta ad andare al voto?
«Tutta l’India va al voto, alle elezioni vanno i partiti di opposizione, va quello che resta del Congresso, va il Trinamool Congress e va soprattutto il fronte denominato INDIA che è un acronimo di Indian National Development Inclusive Alliance, una coalizione di 41 partiti di opposizione di cui fa parte anche il Congresso e di cui fa parte Rahul Gandhi, considerato, se non il principale, il più iconico rappresentante dell’opposizione a Modi. E poi va a votare l’India rurale, vanno a votare le caste, le cosiddette scheduled tribes. E ovviamente va a votare il Bharatiya Janata Party. C’è chi dice che la posizione di predominio del BJT di Modi sarà la favorita alle elezioni e c’è chi invece si pone dei dubbi, soprattutto in India, alla luce di fatti delle ultime settimane che hanno visto l’arresto di importanti esponenti dell’opposizione come Arvind Kejriwal, il Governatore di Delhi e altri, ma anche il congelamento dei conti correnti dei partiti dell’opposizione, misure che sembrano essere state adottate per soffocare delle opposizioni che si temono, perché comunque non tutta l’India è favorevole alle politiche di Modi».

Gli analisti danno in effetti come favorito Modi e la sua vittoria elettorale potrebbe portare alla modifica della Costituzione. Un terzo mandato a chi potrebbe nuocere? 
«Le Riforme che Modi vuole portare avanti, ad esempio quella della legge elettorale, danneggiano tutti, cioè danneggiano tutto l’assetto costituzionale democratico dell’India. La cosa che si teme di più, ma che non non verrà applicata in queste elezioni perché oramai è troppo tardi, è la riforma dei collegi elettorali. Una riforma che va nella direzione di favorire i collegi elettorali del Nord del Paese – le zone più popolose, economicamente e socialmente meno sviluppate, dato che le aree più sviluppate dell’India si trovano a Sud, per esempio nel Karnataka – dove si trova la roccaforte dell’elettorato della destra indù. L’altra riforma elettorale che preoccupa è la misura definita ONOE che significa One Nation One Election. Non è ancora applicata, ma in via di elaborazione e non è ancora noto se verrà mai messa in atto, perché bisogna fare i conti con l’opposizione. Questa riforma consiste nell’introduzione di una sola elezione per tutti i livelli elettorali, quindi una sola elezione per le elezioni politiche, le elezioni che avvengono nei 28 Stati e territori dell’Unione e le elezioni municipali. Questa misura viene giustificata e propagandata come una misura volta a razionalizzare il sistema elettorale indiano perché le elezioni in India perdurano per oltre un mese. Muovere una popolazione di oltre un miliardo di abitanti su un’estensione territoriale come quella dell’India con zone rurali dove la logistica è abbastanza problematica rappresenta un impegno massiccio da parte dello Stato. Quindi la scusa per introdurre questa riforma è quella di razionalizzare il sistema elettorale. Il rischio è che, in un Paese dove sussiste una in così forte predominanza politica di un partito o comunque di una coalizione di partiti, le persone vadano a mettere – anche solo per pigrizia o per mancanza di informazione – la crocetta sullo stesso simbolo, a tutti i livelli. Una sorta di espediente volto anche a ingannare l’elettorato. Si tratta però di tentativi. Le cose che dal mio punto di vista devono preoccupare di più, al di là delle riforme costituzionali e del sistema elettorale, sono fattori quali il sistema di corruzione che sostiene la maggioranza di governo e la capacità che il BJT, e dei partiti che lo sostengono, ha di silenziare le opposizioni con prassi che ormai hanno poco a che fare con la democrazia. La chiusura dei conti correnti dei principali partiti di opposizione anche per reati di irregolarità fiscale addirittura risalente agli anni ‘90, sono, come dire, opinabili e dimostrano una volontà di colpire in maniera politica le opposizioni con politiche e con comportamenti autoritari, che poco hanno a che fare con la democrazia, come anche gli arresti che hanno riguardato i principali leader dell’opposizione e anche lo stesso Rahul Gandhi che per un trascurabile reato di diffamazione verso alcuni esponenti del governo è stato incriminato e arrestato per circa un mese».

A livello di politica internazionale Modi si è avvicinato sempre di più a Putin, cosa succederà in caso di rielezione?
«Modi resta vicinissimo alla Russia. Per questo argomento è necessario fare un chiarimento: in India la questione energetica è una questione fondamentale e molto del sistema economico e politico indiano ruota intorno al settore energetico e riguarda direttamente anche la questione ambientale, perché alcune zone dell’India, ovvero le grandi città quali Delhi, Mumbai, Calcutta sono nei primissimi posti a livello mondiale per i tassi di inquinamento. La questione ambientale è dunque una questione di primaria importanza che riguarda il problema della riduzione delle emissioni. Problema che l’India ha però affrontato con delle misure palliative finora, anche e soprattutto perché il BJT è sostenuto da magnati dell’economia, che controllano la stragrande maggioranza del settore dell’estrazione e della lavorazione dei combustibili fossili. La crescita industriale e demografica indiana dipende largamente dal carbone, quindi questo pone una sfida molto complicata alla riduzione delle emissioni, tanto è vero che l’India ha chiesto una proroga per poter arrivare alle emissioni zero non più entro il 2030, ma entro il 2050. I grandi finanziatori di Modi, come Gautam Adani, sono dei magnati dell’industria del fossile, e il loro partner principale è la Russia. Con la guerra in Ucraina l’India è stato uno dei Paesi a non aver applicato sanzioni alla Russia, anzi sono state intensificate le importazioni di gas naturale e altri combustibili dalla Russia a prezzi di saldo. Per l’India ottenere combustibili è una necessità assoluta per portare avanti i propri obiettivi di crescita economica e la politica indiana ha scelto di risolvere il problema energetico a scapito del problema ambientale. Una scelta opinabile dato che in India si sta perseguendo un modello liberistico che non ha scopi egualitari, quindi è un modello liberistico fondato sulla convinzione che la crescita economica porterà, bene o male, alla soluzione del problema della povertà. In realtà non sta andando così, questo modello sta creando disuguaglianze, e l’obiettivo di arrivare a determinanti risultati di crescita economica favorisce soprattutto le classi sociali intermedie e medio alte, senza porsi invece seriamente il problema sia della soluzione della povertà, sia quello della sia quello ambientale».

Il peso delle scelte politiche ed economiche indiane è evidentemente di primaria rilevanza non solo per la politica internazionale, ma anche per la lotta al cambiamento climatico. Così non resta che scoprire quale destino attenda Bharat e, di conseguenza, il mondo intero.