Il 17 maggio ricorre la Giornata Internazionale contro l’omofobia, la transfobia, la bifobia e l’interfobia ma sono ancora tante le minacce per le persone LGBTQIA+

63. È questo il numero dei Paesi al mondo in cui è ancora possibile, nel 2024, perseguire legalmente una persona solo perché appartenente alla comunità LGBTQIA+. È il dato allarmante riportato dall’ILGA (International Lesbian and Gay Association),l’associazione internazionale delle persone lesbiche, gay, bisessuali, transgender e intersex. Un dato preoccupante, su cui ci si interroga anche in vista della Giornata internazionale contro l’omofobia, la transfobia, la bifobia e l’interfobia (International Day Against Homophobia, Bifophia, Interphobia e TransphobiaIDAHOBIT), che cade il 17 maggio. La ricorrenza è stata istituita nel 2004 dalle Nazioni Unite, che ha scelto una data importante: il 17 maggio del 1990 l’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) ha rimosso l’omosessualità dalla lista delle malattie mentali (International Classification of DiseaseICD). Solo nel 2018 l’OMS ha trasferito la disforia di genere (il non riconoscersi nel genere assegnato alla nascita) dalla sezione “malattie mentali” dell’ICD a una sezione creata appositamente, relativa alla salute sessuale, in cui viene chiamata incongruenza di genere. È stato scelto di mantenerla all’interno dell’ultima versione dell’ICD (ICD-11) per garantire l’accesso alle prestazioni sanitarie nei contesti in cui è richiesta la copertura assicurativa. Va, però, ricordato che non tutte le persone transgender decidono di sottoporsi a terapie ormonali o a interventi chirurgici. Sono questi traguardi importanti, che riducono gradualmente lo stigma ancora presente a livello culturale nei confronti dell’orientamento sessuale e affettivo e dell’identità di genere. Ma il lavoro da fare è ancora molto, moltissimo.

Il cammino per la depatologizzazione e la decriminalizzazione dell’omosessualità, infatti, è stato molto lungo, e lo è ancora. In alcuni Paesi come Arabia Saudita, Iran, Emirati Arabi Uniti, Somalia, Mauritania e Yemen in qualche caso è prevista la pena di morte per atti sessuali tra persone dello stesso sesso. In Afghanistan, nonostante nel codice penale del 1976 (ripristinato nel 2004 e sospeso nel 2021) l’omosessualità non rientri nei reati penalmente perseguibili, in seguito all’insediamento del regime talebano è prevista la pena capitale in alcuni casi. Ma molti sono gli Stati che prevedono sanzioni o il carcere (da due fino a 25 anni di reclusione), a volte addirittura a vita come in Gambia, in Sierra Leone (per l’omosessualità maschile), e in certi casi in Sudan, dove la pena di morte “per omosessualità” è stata abolita nel 2020.

I diritti LGBTQIA+ sono sotto scacco in diverse parti del mondo. Basti pensare alla Russia, in cui nel novembre 2023 la Corte Suprema ha dichiarato “estremista” il “movimento pubblico internazionale LGBT”. Si tratta di una definizione imprecisa dato che non esiste un’organizzazione o associazione specifica chiamata in questo modo: sono molte e diverse tra loro, infatti, le realtà che si occupano di attivismo per i diritti LGBTQIA+. Ma in sostanza in Russia chiunque venga accusato di “farne parte” può venire arrestato e rischiare condanne molto pesanti, fino a 12 anni di carcere. Già nell’estate del 2023 la Duma, la camera bassa del Parlamento russo, aveva approvato un disegno di legge che vieta, tra le altre cose, gli interventi chirurgici per la riassegnazione di genere e la modifica del nome e del genere sui documenti, impedendo di fatto alle persone di venire riconosciute. 

Non si tratta solo di una questione legislativa, ma soprattutto culturale. Le persone LGBTQIA+ subiscono diverse forme di violenza, da quella fisica a quella psicologica, agita a livello istituzionale e non solo. Sono numerose, infatti, le discriminazioni, così come gli episodi di bullismo e violenza; permane l’esclusione sociale ed economica. In base al rapporto annuale dell’ILGA pubblicato nel 2024,che fotografa la situazione dell’Europa e dell’Asia Centrale, nel 2023si sono diffusi ulteriormente i “bias-motivated speech”, discorsi basati su bias cognitivi e culturali, portati avanti non solo dall’opinione pubblica ma anche da alcuni politici e media. Così come non accenna a diminuire l’hate speech, il discorso di odio, offline o online. E i crimini d’odio. Su 54 Paesi analizzati, si legge nel report dell’ILGA, solo in 6 non si sono registrati crimini di questo tipo; negli altri 48 ci sono stati episodi di violenza fisica e verbale, soprattutto nei confronti delle persone transgender. Questo, spiega l’associazione, è strettamente collegato all’aumento spaventoso dei discorsi transfobici. Dal Trans Murder Monitoring (TMM) di TGEU (Transgender Europe), associazione non-profit che si occupa dei diritti delle persone transgender in Europa e in Asia Centrale, dall’ottobre 2022 al settembre 2023 in tutto il mondo sono state uccise 321 persone transgender e genderqueer. La transfobia si lega alla misoginia, al razzismo, alla xenofobia, alla discriminazione di classe. Dal report emerge che il 94% delle vittime erano donne transgender o transfeminine; l’80% erano persone nere e/o razzializzate, il 45% delle vittime in Europa erano persone migranti o rifugiate, mentre il 48% (a livello globale) erano sex workers.

Bisogna, inoltre, tenere presente che non in tutti i Paesi le leggi sui crimini d’odio sono estese all’orientamento sessuale e all’identità di genere. Alcuni Stati includono il primo ma non la seconda. Secondo Amnesty International sono solo 58 gli Stati membri delle Nazioni Unite ad avere una normativa sui crimini d’odio con esplicito riferimento alle discriminazioni e alle aggressioni contro la comunità LGBTQIA+. Sono solo 18, secondo l’associazione, le Costituzioni che prevedono il divieto esplicito di discriminazione basata sull’orientamento sessuale; cinque tra queste fanno riferimento anche all’identità di genere. In Italia i crimini d’odio sono proibiti dalla Legge Mancino, che condanna frasi e azioni volte all’incitamento all’odio e alla violenza e alla discriminazione per motivi etnici, razziali, religiosi o nazionali. La norma, però, non riguarda le discriminazioni basate sull’orientamento sessuale e l’identità di genere. Negli anni ci sono stati diversi tentativi di estensione, l’ultimo con il Ddl Zan che prevede “misure di contrasto e prevenzione della discriminazione e della violenza per motivi fondati sul sesso, sul genere, sull’orientamento sessuale, sull’identità di genere e sulla disabilità”. Il disegno di legge, che prende il nome dal primo firmatario, il deputato del Pd Alessandro Zan, è stato poi bloccato in Senato, e ha, quindi, dovuto ricominciare l’iter da zero.

Certo, non è solo una questione di dati, cifre e numeri, anche perché molti casi non vengono riportati, e il fenomeno è sottostimato. Inoltre, si parla ancora poco delle persone intersex, termine ombrello riferito a tutte le variazioni dei caratteri sessuali (cromosomi, genitali, o struttura ormonale) che non rientrano nella definizione binaria di “maschile” e “femminile”. Queste variazioni non comportano alcun rischio per la salute; tuttavia alcune persone intersex subiscono interventi chirurgici invasivi e irreversibili in età infantile, spesso prima dei due anni, che possono comprometterne il benessere fisico e psicologico. Recentemente l’ONU ha approvato una risoluzione con cui definisce le procedure mediche forzate lesive dei diritti umani e con cui si esortano gli Stati membri a “combattere la discriminazione, la violenza e le pratiche dannose” contro le persone intersex. Si tratta di un passo in più per l’autodeterminazione delle persone intersex, ancora invisibilizzate anche se costituiscono tra lo 0,5% e l’1,7% della popolazione mondiale.

Passi avanti sono stati fatti ma non basta. Il matrimonio egualitario è realtà solo in 37 Paesi al mondo, mentre altri non riconoscono neanche le unioni civili. I Pride in tutte le città del mondo continuano a essere bersaglio di attacchi, e questo va a minare concretamente anche la libertà di riunione e di espressione. Così come sono sotto attacco anche gli strumenti di educazione e sensibilizzazione. Perché il rischio di fare passi indietro è dietro l’angolo.

Olimpiadi blindate – di Giulia GUIDI

Sarà più difficile per le atlete transgender qualificarsi per le prossime Olimpiadi, in programma a Parigi dal 26 luglio all’11 agosto di quest’anno. La World Athletics, la federazione mondiale dell’atletica leggera, nel marzo 2023 ha vietato agli atleti che hanno attraversato la cosiddetta “pubertà maschile” di partecipare alle gare di ranking mondiale femminile. Questo significa che la transizione deve essere avvenuta prima dei 12 anni.

La decisione della WA segue quelle delle federazioni mondiali del nuoto (World Acquatics) e del ciclismo (Union Cycliste Internationale), nel 2022. Quest’ultima ha introdotto una nuova categoria “uomini/open” per coloro che non soddisfano le nuove regole sul genere.

Si tratta di un passo indietro rispetto alla scorsa competizione a Tokio, quando il Comitato Olimpico Internazionale aveva pubblicato linee guida che consentivano a qualsiasi atleta transgender di competere come donna, purché i suoi livelli di testosterone fossero inferiori a 10 nanomoli per litro per almeno i 12 mesi antecedenti alla prima competizione. Questa norma consentì a Laurel Hubbard, una sollevatrice di pesi neozelandese, di essere la prima (e unica) atleta transgender a partecipare ad una gara olimpica. La sua prestazione non fu memorabile, con tre tentativi di sollevamento falliti.

Perché, quindi, questa restrizione in sport olimpici chiave, quali l’atletica ed il nuoto? «La scienza dimostra che chiunque abbia attraversato la pubertà maschile conserva differenze anatomiche maschili che forniscono un vantaggio atletico – ha dichiarato il presidente della WA, Sebastian Coe. – Il World Athletics Council non è disposto a compromettere l’integrità della categoria femminile».

Ma la scienza ufficiale non supporta questa conclusione. Un rapporto del 2017 sulla rivista Sports Medicine, in cui sono stati presi in considerazione diversi studi, non ha trovato “nessuna ricerca diretta o coerente” che dimostri che le persone trans abbiano un vantaggio atletico rispetto ai loro coetanei. La comunità LGBTQ afferma, e a gran voce, che i divieti si aggiungono alla discriminazione che le persone trans devono già affrontare. La decisione delle federazioni sarebbe, quindi, più politica che scientifica.

Coe non ha escluso che la norma possa essere modificata in futuro: «Al momento non abbiamo atleti transgender nelle competizioni internazionali d’élite. È giunto il momento per una consultazione più ampia su questo argomento. Ci auguriamo che tutti gli atleti transgender che intendono entrare nel nostro sport a livello d’élite si facciano avanti e contribuiscano al nostro nuovo gruppo di lavoro».