Mentre l’NBA attende di scoprire le prossime mosse di LeBron James, il sistema sportivo nordamericano e quello europeo tra atleti free agent e atleti svincolati

LeBron James potrebbe presentarsi sul mercato estivo dell’NBA da free agent. D’accordo, sappiamo che in questa frase ci sono troppe ambiguità, o meglio oscurità, per chi non è appassionato di sport, e in particolare di basket statunitense; facciamo chiarezza.

LeBron James, classe 1984, è uno dei migliori giocatori di basket di sempre: potremmo riportare qui la lunga sfilza di record che ha infranto (e ancora detiene), le numerose e a tratti incomprensibili classifiche che sommando punti su punti lo vedono irrimediabilmente schizzare in prima posizione, una serie di altre cose davvero significative solo per chi segue il gioco. A noi basta sapere che è, se serve ripeterlo, uno dei migliori giocatori di basket di sempre. Il “Prescelto” milita per i Los Angeles Lakers, franchigia della National Basketball Association (NBA), lega di pallacanestro professionistica del Nord America: e abbiamo spiegato un’altra oscurità. La fine della stagione 2023-2024 – attesa al più tardi per il prossimo 24 giugno (gli NBA Finals, quest’anno tra Dallas Mavericks e Boston Celtics, si giocano al meglio delle 7 partite) -, che coincide con l’inizio della off-season, darà il via al mercato estivo dei giocatori, tra NBA Draft, in programma il 26 e 27 giugno, e free-agency. Che ruolo ha in tutto questo LeBron James? Facile: in quanto miglior giocatore riconosciuto a livello mondiale, le sue scelte future saranno la grande incognita della prossima stagione. Il suo contratto con i Lakers, infatti, è in scadenza e quale delle diverse strade che si aprono davanti a lui sceglierà di percorrere definirà la League della prossima stagione (e non solo, forse).

LeBron, passato e futuro

Riassumiamo brevemente, per dovere di cronaca, la carriera del cestista di Akron. Dal 1999 al 2003 James gioca con i Fighting Irish della St. Vincent-St. Mary High School: titoli a parte, il suo talento è tale che nel 2002 Sports Illustrated gli dedica una copertina soprannominandolo “The Chosen One” e una petizione chiede che venga ammesso come eleggibile agli NBA Draft 2002 nonostante non abbia completato l’high school, come prevede il regolamento. La petizione non va a buon fine e il giovanissimo cestista si propone agli NBA Draft 2003: è la prima scelta assoluta dei Cleveland Cavaliers con cui milita fino al 2010 quando sperimenta la sua prima free-agency. Quell’anno, precisamente l’8 luglio, James annuncia in diretta televisiva su EPSN di aver preso accordi con i Miami Heat per giocare con Dwyane Wade e Chris Bosh, decisione avallata grazie a un “sign-and-trade” tra le due franchigie (un espediente di mercato in cui un giocatore firma con una squadra per poi essere scambiato a stretto giro) e non poco criticata. Nel 2014 causa un nuovo terremoto all’interno dell’NBA decidendo di non avvalersi della player option e annunciando, questa volta con una lettera inviata a Sport Illustrated, il “ritorno a casa” con i Cavs dove rimane fino al 2018 quando firma come free agent con i Los Angeles Lakers.

Arrivando a oggi, ecco quali sono le scelte che James ha davanti per la prossima stagione. La prima opzione potrebbe essere esercitare la player option prevista dal contratto, rimanere con i losangelini fino all’estate del 2025 e decidere poi senza vincoli cosa fare. La player option è una clausola che permette al giocatore di accettare o meno un contratto già stabilito in anticipo per la stagione successiva. Allo stesso modo potrebbe avvalersi della player option per trovare nel frattempo nuovi accordi con i Lakers – seconda opzione – o chiedere di essere scambiato subito dopo – terza opzione. Per rimanere nella Città degli Angeli, come quarta opzione, potrebbe rinunciare alla player option e negoziare nuovi accordi come free agent e sempre come free agent, quinta opzione, potrebbe andare in cerca di una nuova squadra. Per vederla da un punto di vista economico, il ventaglio di scelte è ampio e certamente remunerativo: del resto lo stesso James ha dichiarato di non essere intenzionato ad accettare un salario inferiore al massimo consentito (non a caso LeBron James è il quarto atleta più pagato al mondo dopo i calciatori Cristiano Ronaldo e Lionel Messi e il golfista Jon Rahm, secondo la classifica Forbes). Per la player option, il contratto già pattuito prevede una stagione aggiuntiva per 51 milioni di dollari; estendere il contratto con i Lakers fino al 2027 potrebbe fruttargli 164 milioni complessivi, 161 milioni se volesse negoziare un nuovo accordo. Se decidesse di percorrere la via del trade (quindi dello scambio), al momento le franchigie che potrebbero volerlo, tenendo in considerazione il salary cap e i roster, sono i Golden State Warriors e i New York Knicks. Al contrario, in free-agency (dove potrebbe firmare un contratto triennale per 157 milioni) si aprirebbero altre opzioni, tra cui le più papabili sembrano essere targate Philadelphia 76ers e Orlando Magic.
Speculazioni a parte – e mettendo da parte l’incognita che porta il nome di LeBron Raymone “Bronny” James Jr., figlio maggiore del cestista, che quest’anno si presenterà agli NBA Draft -, James ha tempo fino al 29 giugno per decidere. Nel frattempo in questa sede possiamo andare al cuore della questione e spiegare l’ultima oscurità: cos’è la free-agency e cosa vuol dire essere un atleta free agent.

Potere contrattuale: franchigia vs. atleta

A onor del vero andrà detto che quello della free-agency (che si traduce letteralmente in “libero arbitrio”) non è un concetto così sconosciuto nel mondo sportivo europeo, semplicemente viene chiamato in un altro modo. Se in Nord America un atleta è free agent, in Italia è svincolato; è già più chiaro, no? La “regola” generale esiste in entrambi i contesti, a fare la differenza sono la storia e il funzionamento. 

La free-agency nordamericana nasce nella metà degli anni Settanta nel contesto del baseball, in concomitanza con l’abolizione della clausola di riserva. Nata in forma ridotta (applicata a cinque giocatori del roster) nel 1879, nel decennio successivo la clausola di riserva viene ampliata all’intero roster e aggiunta in modo formale nei contratti standard di tutti i giocatori: in virtù di essa gli atleti – che prima non avevano alcun tipo di restrizione contrattuale – diventano di fatto proprietà della squadra di appartenenza per tutto il cosiddetto “periodo di riserva”: alla scadenza del contratto annuale non possono firmare con altre squadre; possono, una volta rinnovato il contratto, essere riassegnati, scambiati, venduti o tagliati a discrezione della squadra; solo quelli ritenuti non più utili riescono a ottenere il rilascio incondizionato, mentre l’unico potere contrattuale di chi resta è il cosiddetto “holdout”, rifiutarsi di giocare fino al raggiungimento delle condizioni contrattuali richieste.
Non sarebbe storicamente corretto dire che nessun giocatore contestò mai il cosiddetto “sistema delle riserve”, è più corretto invece dire che le sporadiche contestazioni si risolsero sempre in un nulla di fatto. Fino al 1969, 80 anni dopo. È Curt Flood, non contento del trasferimento forzato e orchestrato alle sue spalle dai St. Louis Cardinals ai Philadelphia Phillies, che con il sostegno degli altri giocatori e della Major League Baseball Players Association porta la clausola di riserva davanti alla Corte Suprema degli Stati Uniti. In quell’occasione gli atleti perdono ma l’istanza infiamma gli animi della categoria che nel 1972 indice uno sciopero chiedendo un arbitrato vincolante per le controversie contrattuali. La svolta arriva nel 1975: non avendo raggiunto un accordo, quella stagione Dave McNally e Andy Messersmith giocano senza contratto; Pietro Seitz, l’arbitro assunto per gestire le controversie, decide a favore dei due atleti, stabilendo che la clausola di riserva li legava alle squadre per un anno, non per sempre. La “sentenza Seitz” segna così di fatto un punto epocale nella storia del baseball e ridefinisce i termini del sistema: ancora oggi, aggiustamenti a parte, gli atleti della Major League Baseball sono vincolati ai diritti di riserva delle franchigie solo per i primi 6 anni della loro carriera, dopo 6 o più stagioni accedono nel mercato come free agent. 

Aaron Judge dei New York Yankees durante una partita contro i San Francisco Giants lo scorso 1° giugno. Crediti: ANSA/EPA/JOHN G. MABANGLO

La stessa rivoluzione ha, con il tempo, coinvolto tutti gli altri grandi sport nordamericani che oggi si basano su un sistema composto da draft e free-agency, il tutto bilanciato dal salary cap che nelle migliori delle intenzioni dovrebbe scongiurare le guerre d’asta e le disparità tra franchigie con disponibilità economiche diverse e condito da una serie di espedienti di mercato come il già citato sign-and-trade.
Esistono tre tipologie di free agent: gli “unrestricted free agents” sono i giocatori senza squadra, liberi di “parlare” e negoziare con tutte le franchigie; nella stessa categoria vanno fatti rientrare anche gli “undrafted free agents” o “undrafted sportsperson”, i giocatori esordienti non scelti durante gli annuali draft, anch’essi liberi di dialogare con qualsiasi squadra; infine, i “restricted free agents”, giocatori liberi di sentire offerte da altre squadre ma legati ancora alla propria squadra, che può pareggiare l’offerta o richiedere una scelta di compensazione. Queste sono linee generali, ogni League applica regole interne e contratti collettivi specifici. Ad esempio, secondo l’NBA’s Collective Bargaining Agreement un giocatore è unrestricted alla scadenza del contratto ed è quindi libero di firmare con qualsiasi squadra; è, invece, restricted un rookie scelto al primo round dei draft all’eventuale quinto anno con il team o un qualsiasi giocatore che abbia almeno tre anni di NBA alle spalle se il suo contratto prevede il vincolo per l’ultimo anno, in questi casi l’atleta può firmare con un’altra squadra ma il team di provenienza può pareggiare l’offerta entro 15 giorni.
Nell’NFL, invece, i free agent si distinguono per il numero di stagioni disputate – quindi dichiarato appartenente al roster per almeno 6 settimane – con una squadra: con contratto in scadenza dopo almeno 6 stagioni si definiscono unrestricted; con contratto in scadenza dopo almeno tre stagioni e un’offerta all’attivo si definiscono restricted; con contratto in scadenza dopo meno di tre stagioni si definiscono “exclusive-right free agents” (non possono negoziare con altre squadre ma solo raggiungere un nuovo accordo con l’attuale); i non selezionati ai draft si definiscono, appunto, undrafted. A queste categorie si aggiunge poi la procedura delle “waivers” (“rinunce”): la franchigia mette a disposizione delle altre il proprio contratto con un atleta o la propria scelta al draft; le squadre, secondo un ordine stabilito, possono reclamare o rinunciare al giocatore e contrattare con la franchigia offerente; se non viene raggiunto un accordo il giocatore diventa unrestricted free agent. Nella NHL, infine, la nomina di unrestricted è legata all’età, scesa da 31 a 27, o ad almeno 7 stagioni in League, sempre con contratto in scadenza. I giocatori che non hanno il requisito dell’età, alla scadenza del contratto diventano restricted free agent.

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Sentenza Bosman: vincere per perdere

Anche in Europa è stata una bagarre giudiziaria a scardinare il precedente sistema che regolava i rapporti tra atleti e squadre, in particolare tra calciatori (l’Europa, a differenza del Nord America, è guidata da un unico grande e indiscutibile sport: il giuoco del calcio) e club (attenzione, non più franchigie) di Paesi diversi. Trattandosi tuttavia di un’istituzione sovranazionale, ci permettiamo un piccolo fuori tema e viriamo verso il più ampio spettro dei diritti.
L’articolo 39 (ex art. 48) del Trattato di Roma del 1957 (anche detto Trattato che istituisce la Comunità economica europea) assicura la “libera circolazione dei lavoratori all’interno” della Comunità economica europea che si andava costruendo e che sarebbe diventata Unione europea. Lo stesso principio è stato ripreso, oltre 40 anni dopo, dall’articolo 15 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, più comunemente nota come Carta di Nizza, proclamata nel dicembre del 2000, che recita: “ogni cittadino dell’Unione ha la libertà di cercare un lavoro, di lavorare, di stabilirsi o di prestare servizi in qualunque Stato membro”. Se ci atteniamo alla teoria è tutto molto chiaro: il cittadino europeo è un lavoratore europeo. E se facciamo rientrare, com’è giusto che sia, gli atleti nella categoria dei lavoratori, va da sé che lo stesso principio si applica anche a loro. Così, tuttavia, non è stato fino alla cosiddetta “sentenza Bosman”. 

Il 15 dicembre del 1995 la Corte di giustizia dell’Unione europea emette la sentenza destinata a rivoluzionare le regole del calcio e del calciomercato europeo, in particolare in relazione al trasferimento dei calciatori professionisti tra le squadre appartenenti alle federazioni europee. È il 1990 quando il calciatore belga Jean-Marc Bosman, in forze al Royal Football Club de Liège (Belgio) ma con contratto in scadenza, prende accordi con l’Union Sportive du Littoral de Dunkerque (Francia) per la stagione successiva: quando il club francese rifiuta di pagare l’indennizzo richiesto dalla squadra belga per il trasferimento dell’atleta, Bosman si ritrova “bloccato” all’RFC Liegi, fuori rosa e con una riduzione d’ingaggio del 60%. Ritenendo l’accaduto non in linea con i diritti garantiti ai cittadini europei, si rivolge alla giustizia e cinque anni dopo vince. Da un punto di vista biografico, la vittoria in tribunale si rivela per Bosman una sconfitta: ostracizzato dai club belgi in un sistema calcistico che lo vede ormai come un “nemico”, resta senza ingaggi e cade nella rete dell’alcolismo, della violenza domestica, della povertà. “È stata molto, molto dura, perché ho vinto davanti alla corte ma io sono l’unico ad aver pagato, pagato e pagato. Quando vinci in tribunale ti senti libero, ma la stampa belga mi si è scatenata contro: sono finito in depressione e ho cominciato a bere sempre di più”, racconta, diversi anni dopo, in un’intervista rilasciata nel 2011 al Sun. Quando aveva deciso di dar battaglia probabilmente pensava alla giustizia personale, senza rendersi conto di quale sarebbe stata la portata del suo gesto. Al contrario, forse, le autorità del calcio l’avevano intuito, non a caso la UEFA e la Union Royale Belge des Sociétés de Football Association avevano scelto di parteggiare per l’RFG Liegi.

Cosa cambia con la “sentenza Bosman”? La Corte dichiara restrittivo e non in linea con i principi europei il regime di trasferimento dei giocatori allora in vigore, stabilendo che gli atleti possono trasferirsi gratuitamente in un altro Paese, purché membro UE, alla scadenza del contratto e possono firmare un precontratto gratuito quando il contratto in essere ha una scadenza residua inferiore o uguale a 6 mesi. La sentenza, inoltre – ed è forse in questo punto che, essendo la sentenza “erga omnes”, si gioca la rivoluzione -, proibisce alle leghe continentali di porre un tetto ai giocatori stranieri qualora questo si riveli discriminatorio nei confronti dei calciatori UE. In parole povere: la libera circolazione si applica anche alle rose calcistiche e i giocatori francesi, italiani, spagnoli e via dicendo diventano giocatori comunitari; l’unico limite possibile è quello riguardante gli atleti extracomunitari.
Nel corso degli anni molti analisti – sicuramente più preparati di chi scrive – hanno sottolineato a più riprese gli effetti negativi della sentenza: i club con finanze più ampie hanno potuto allargare il loro raggio d’azione all’intera cittadinanza comunitaria, rendendo sempre più squilibrati i campionati; di conseguenza, il mercato degli ingaggi è andato al rialzo, rendendo sempre più difficile per i club minori accaparrarsi giocatori di livello; le rose e i vivai (centri di reclutamento, promozione e formazione sportiva) si sono svuotati di giocatori “indigeni” a favore di giocatori comunitari, perdendo, in alcuni, le proprie peculiarità locali; “fatta la legge trovato l’inganno”, non sono mancati casi di cittadinanze forzate e fraudolente di calciatori extracomunitari (in Italia, ad esempio, ha fatto storia lo scandalo Passaportopoli del 2001). Sul secondo punto, tuttavia, qualcuno mette in luce anche un altro aspetto, che nulla ha a che fare con la sentenza: se è vero che gli ingaggi dei calciatori si sono moltiplicati in modo esponenziale negli ultimi decenni, è anche vero che lo stesso trend è stato vissuto dagli introiti dei club, tra sponsorship, diritti televisivi, merchandising e simili. Il caso Bosman, dunque, ha avuto un effetto forte sul mondo del calcio ma forse non è corretto addossargli la responsabilità di tutti i cambiamenti. Lo sport – e qui i nordamericani ce lo spiegano bene con le loro franchigie – è anche e soprattutto business: bisogna accettarlo.

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Capire il calciomercato

Dicevamo, quindi, il free agent in ambito europeo non è altro che un atleta svincolato, ovvero un giocatore il cui contratto sia scaduto o, nei termini previsti, in scadenza e dunque libero di firmare con un’altra squadra. In questi casi si parla di trasferimento “a parametro zero” poiché la società può acquisire il cartellino del giocatore (ovvero un documento che attesta la registrazione e il tesseramento dello stesso alla società) senza pagare alcun indennizzo alla società di provenienza.
Per gli atleti non svincolati, quindi con contratti ancora in essere, le regole sono diverse. Bisogna intanto sottolineare che le trattative che cadono sotto il nome di calciomercato, e i relativi trasferimenti, possono essere condotte solo durante le finestre di mercato, a metà stagione (gennaio) e a stagione finita (da luglio a settembre), mentre le negoziazioni possono svolgersi tra club e procuratori durante tutto l’anno. Il trasferimento di un giocatore può essere definitivo, con la cessione ad un’altra squadra in cambio di un corrispettivo in denaro o il cartellino di uno o più giocatori, o temporaneo, con la cessione in genere semestrale o annuale. Al termine del periodo di cessione a titolo temporaneo la società ricevente può acquistare il giocatore in via definitiva a un prezzo già concordato esercitando, se previsto, il diritto di opzione, o essere obbligata all’acquisto se previsto l’obbligo di riscatto. Ancora, i contratti di trasferimento possono prevedere clausole di recompra (che permettono al club che cede il riacquisto del giocatore a un prezzo già stabilito), clausole di prelazione (che permettono al club che cede di contrattaccare eventuali offerte future provenienti da altri club) e clausole rescissorie (che stabiliscono un prezzo fisso per il riscatto del giocatore). A occuparsi di questi dettagli è la già nominata figura del procuratore, un agente accreditato alla Fédération Internationale de Football Association (FIFA) le cui attività comprendono lo scouting (scoperta di nuovi talenti), la ricerca di sponsor e la gestione della carriera di un atleta.
Un calciatore non svincolato, poi, in caso di disaccordi con la squadra o altre esigenze (casi che non rientrano nella definizione di “giusta causa”), può avvalersi anche di un altro escamotage per rescindere il contratto in essere: appellarsi all’articolo 17 del Regolamento della FIFA per lo status e il trasferimento di giocatori. Entrato in vigore nel gennaio del 2005 in risposta alle richieste della Commissione europea di equiparare i calciatori ai “lavoratori di altri settori” in tema di “libertà di circolazione”, l’articolo 17 è salito agli onori della cronaca nel 2008 con la cosiddetta “sentenza Webster” pronunciata dal Tribunale Arbitrale dello Sport nel caso tra il giocatore Andy Webster e l’Heart of Midlothian Football Club di Edimburgo. Senza perderci nel racconto di altre diatribe giudiziarie, l’articolo 17 prevede che un giocatore che ha firmato un contratto prima di compiere 28 si può svincolare dopo tre anni dalla firma del contratto; se la firma è avvenuta dopo i 28 anni il limite è ridotto a due anni. In ogni caso per svincolarsi l’atleta deve rispettare tre obblighi: comunicare le sue intenzioni entro 15 giorni dall’ultima partita giocata con la maglia del club; non militare per almeno i 12 mesi successivi in una squadra facente parte dello stesso campionato; pagare alla società un indennizzo calcolato su criteri oggettivi come l’ingaggio e il tempo rimanente alla scadenza del contratto, che non può essere superiore a cinque anni. 

In conclusione, il calciomercato è regolato dalla FIFA e dal suo corrispettivo europeo, la UEFA (Union of European Football Associations) che ne stabilisce le finestre di trasferimento, i requisiti per i trasferimenti internazionali, i vincoli sull’età e le misure a tutela dei giocatori minorenni, il ruolo dei suoi agenti e i rapporti e i comportamenti dei club, in particolare in termini di fair play finanziario.

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Questione di soldi

Proprio la FIFA, circa 10 anni fa (e proprio perché il calcio è prima un business e poi uno sport), è dovuta intervenire con la circolare n. 1464/2014 su una questione un po’ ambigua: cosa succede quando nei trasferimenti, oltre ai giocatori e ai club, vengono coinvolti altri soggetti? È quanto accadeva prima del divieto entrato in vigore il 1° maggio del 2015 secondo la pratica commerciale rinominata “Third Party Ownership” (o TPO). In soldoni, società private esterne ai club acquisivano una percentuale del cartellino di un giocatore speculando sul potenziale aumento del suo valore in futuro. Non si trattava quindi di un acquisto certo quanto di una scommessa sul talento del singolo giocatore e su quanto questo avrebbe fruttato un domani.

Neymar durante la militanza al Paris Saint-Germain, agosto 2023. Crediti: ANSA/EPA/KIMIMASA MAYAMA

Il perché di tale pratica è presto detto. Prendiamo ad esempio uno dei calciatori più famosi e “costosi” del mondo, il brasiliano Neymar da Silva Santos Júnior, noto come Neymar. Nel 2017 il suo trasferimento dal Futbol Club Barcelona al Paris Saint-Germain Football Club costò 222 milioni di euro. Il 22 febbraio del 2009, quando l’attaccante militava nel Santos Futebol Clube, il suo valore di mercato era di un milione di euro; l’ultima valutazione, che risale allo scorso 4 giugno, indica un valore di 30 milioni; ai tempi del suo trasferimento al PSG, tuttavia, il suo valore aveva raggiunto i 150 milioni (12 ottobre 2017), per salire a 180 milioni tra il 24 gennaio 2018 e il 3 giugno 2019. Facendo due conti alla buona, acquisire l’1% del suo cartellino nel 2009 a 10.000 euro poteva fruttare 1,5 milioni nel 2017 (2,2 considerando il costo del trasferimento) e 1,8 milioni nel 2018. Un investimento sicuramente ben ricompensato.

di: Alessia MALCAUS

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