La terza categoria ha espresso il suo ultimo verdetto. Binda, della Gazzetta dello Sport, fa il punto su presente e futuro

Con la promozione della Carrarese, la Serie C ha emesso l’ultimo verdetto. I toscani, grazie alla vittoria di misura in casa, nella doppia finale dei play off contro il Vicenza, raggiungono in B il Mantova, il Cesena e la Juve Stabia. Secondo i dati comunicati dalla Lega Pro, il campionato iniziato a fine agosto e conclusosi domenica 9, ha registrato una crescita di 700mila spettatori all’interno degli stadi rispetto alla scorsa stagione (+32,25%), passando da 2.185.121 a 2.833.560 paganti.

Nick Binda, storico capo-servizio della Gazzetta dello Sport per la Serie B e la Serie C, ci aiuta a fare il punto sull’ultimo campionato, a partire dalla finale, ma soprattutto sulla categoria.

«Nelle due partite la Carrarese ha meritato la promozione, anche se la differenza l’ha fatta un gol solo. I toscani, però, stavano meglio e hanno creato più occasioni, rispetto a un Vicenza il cui rammarico è non essersi presentato al meglio delle sue possibilità, con assenze determinanti. La stanchezza era uguale per entrambi, però i gialloazzurri avevano sicuramente una rosa più ricca e con tante alternative, cosa che i veneti non avevano. La differenza è stata tutta qui e quindi, alla fine, la Carrarese ha meritato. Per quanto riguarda il Vicenza, negli anni scorsi si percepiva un rapporto tra la proprietà e la tifoseria non troppo idilliaco, ma domenica si è visto qualcosa di diverso: il presidente Stefano Rosso, il mister Stefano Vecchi e la squadra, dopo la sconfitta, sono andati sotto il settore riservato ai biancorossi ad applaudire i tifosi e a riceverne l’affetto».

Ci sono state anche parole incoraggianti del patron Renzo Rosso.

«Esatto. La tifoseria ha riconosciuto gli sforzi della squadra e della società. Al tempo stesso, una proprietà che esce sconfitta ma non demoralizzata, è un buon segnale per il futuro, perché Rosso mi è sembrato determinato a riprovarci. E questo credo sia fondamentale: non è stata la classica sconfitta con rottura, polemiche, minacce di abbandono. Credo che sia stata una sconfitta costruttiva e che ci sia un buon clima».

Il Vicenza e il presidente Stefano Rosso davanti ai tifosi dopo la sconfitta – foto Ufficio stampa LR Vicenza

Chiuso questo campionato, cosa ne pensa della composizione di categoria, così variegata, che va da squadre di grande tradizione ad altre che rappresentano piazze da poche migliaia di persone, con stadi al limite dell’agibilità. E, da circa 8 anni, ci sono anche le Under 23 dei club di A. 

«Questo si chiama “sport”. Lo sport è una materia che premia chi fa un gol più degli altri, o un punto più degli altri, o chi corre più veloce. Trattandosi di “sport”, non si può privilegiare chi ha altri valori, perché verrebbe meno l’aspetto sportivo. Se, invece, vogliamo che il calcio, tutto il calcio, si trasformi nella Superlega, o nell’NBA – campionati a cui si accede solo per il nome che si porta e la piazza che si rappresenta (e il budget che si ha, ndr) – allora non è più sport, ma è business. Quando lo sport si trasformerà in quello, lo affronteremo in maniera diversa. Finché lo sport resta quella cosa in cui chi supera l’avversario vince la partita, allora è giusto che vada avanti chi ci riesce. Poi, certo, bisogna avere tutta una serie di requisiti, lo stadio, la forza economica, eccetera, per affrontare quello che ti aspetta, però, l’aspetto sportivo, l’aspetto emozionale per i tifosi, il sogno che si vive… queste sono le cose che hanno la priorità. Le altre non è che non contano però sono secondarie, rispetto all’aspetto sportivo».

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Si parla sempre di Serie C come palestra per i giovani talenti. È davvero così?

«Sì. La Lega Pro distribuisce le sue risorse a chi fa giocare i giovani e a chi li propone. Poi, c’è chi è capace e li propone bene e li valorizza e chi li fa giocare e basta, solo per prendere i soldi. La Serie B questa funzione la riconosce perché pesca abbondantemente dal campionato inferiore. Che poi, invece, la Serie A lo faccia meno, è un problema della massima serie, che segue altre logiche, fregandosene del prodotto italiano e girando a livello planetario per trovare i giocatori. Io la trovo una cosa inaccettabile perché a livello giovanile continuiamo a dimostrare a tutto il mondo di avere la scuola più buona che c’è: pensiamo solo all’Under 17 che ha appena vinto l’Europeo. Noi continuiamo a produrre giovani di grandissimo valore che però poi in Serie A non trovano uno spazio giusto. La Serie C fa il suo dovere di palestra, con i giocatori cresciuti nelle proprie giovanili o trovati in altre squadre, per sgrezzarli e prepararli allo step successivo».

Dov’è, quindi, il problema?

«Il problema è che ci si va a scontrare con delle regole, dello sport e non, come quelle sul vincolo sportivo, che ostacolano il lavoro delle società: dopo aver lavorato, e quindi investito, su un giocatore, rischi di vedertelo portare via senza alcun “risarcimento economico”, quindi un lavoro sprecato. Ma questo è un problema generale del calcio italiano».

Ma, secondo lei, questa eterogeneità della terza categoria è funzionale? E qual è il ruolo delle seconde squadre?

«In realtà c’è in tutte le categorie: in Serie A ci sono la Juventus e l’Empoli, in Serie B ci sono il Palermo e il Bari, come il Cittadella e il Sudtirol. Ogni campionato ha una varia natura, in Serie C viene amplificata perchè non sono 20 squadre, ma 60, quindi è più facile trovare il paesino da tremila abitanti come la metropoli. E colpisce di più. In questa varietà generale, qui ci sono le seconde squadre, che sono una novità voluta dalla Federcalcio, quando l’Italia, per la prima volta, non si qualificò ai Mondiali. Prese provvedimenti per risollevare le sorti del calcio nazionale e tra questi, appunto, pensò che con le seconde squadre venissero valorizzati più giocatori italiani in funzione delle Nazionali. In realtà, è una novità che fa più comodo alle singole squadre italiane, perché queste fanno maturare meglio i loro giocatori, ma non sempre sono italiani, anzi. Nella Juventus NextGen sono pochissimi, nell’Atalanta U23 ce n’è qualcuno in più. Certo è un “servizio” che si paga, e profumatamente, ma evidentemente per le società funziona, visto che si sta accodando anche il Milan. Funziona meno per la Nazionale, visto che in 8 anni solo un giocatore, Nicolò Fagioli della Juventus NG, è approdato in azzurro».

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Ti è piaciuto questo ultimo campionato?

«È andato un po’ sull’onda degli ultimi, la vera sorpresa è stata il Mantova, che ha dominato il Girone A, dopo una stagione fallimentare e una riammissione. Mi ha fatto piacere perché evidentemente in Italia c’è ancora chi sa fare calcio e sa fare dei progetti vincenti. Le favorite erano altre, come la Triestina, ad esempio, che invece ha fallito miseramente. Negli altri due gironi, il Cesena ha rispettato il pronostico, valorizzando i giocatori del proprio settore giovanile, che costituivano un terzo della squadra titolare, oltre a quelli in panchina. La Juve Stabia è stata un’altra sorpresa, in un girone in cui c’erano dei colossi, come il Catania e il Crotone: i campani hanno vinto grazie a un progetto molto ragionato e ragionevole e a un rendimento costante. In generale, è stato un campionato divertente, soprattutto grazie alla formula finale dei play off che a me piace tantissimo, anche se mi rendo conto che giocarli è massacrante. Io sono per “più partite ci sono meglio è” e vedere dei play off così è sempre un divertimento. Vorrei meno partite di campionato e più di play off. Perché le partite in cui è in palio qualcosa sono quelle più emozionanti e che richiamano più pubblico».

Nicola Binda, capo servizio Serie B e Serie C della Gazzetta dello Sport – foto Binda

Ha citato Fagioli, un pronostico per gli Europei…

«L’Italia ha dimostrato negli anni che può essere capace di tutto, di sorprendere come di deludere. Se in quello spogliatoio scocca la scintilla, come era scottata in Inghilterra nel 2021 – magari cammin facendo, magari dopo la prima vittoria – nasce una convinzione, una determinazione, una positività, che potrebbe anche portarci a vincere. Se invece non succede, non andiamo da nessuna parte. Noi possiamo battere chiunque, se oltre alle vicende tecniche riusciamo ad essere superiori anche a livello tattico e motivazionale. Sono tre componenti non casuali e determinanti. Se riusciamo a metterli tutte insieme ce la possiamo fare. Può succedere di tutto».

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di Giulia GUIDI

(foto Ufficio stampa Lega Pro)