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Sono passati 70 anni dalla morte dell’artista messicana, una delle più grandi pittrici e icone del Novecento, che ha condensato nella sua arte lotta politica, amore, ironia e sofferenza

Si è detto molto su Frida Kahlo, che è diventata mito nell’era della riproducibilità tecnica, presente su magliette, quaderni, gadget. A 70 anni dalla morte, avvenuta il 13 luglio 1954, cosa rimane della pittrice messicana, che ha intrecciato nella sua arte amore, dolore e lotta politica? «Pensavano che anche io fossi una surrealista, ma non lo sono mai stata. Ho sempre dipinto la mia realtà, non i miei sogni»diceva lei stessa. Artista, militante comunista, icona femminista, una delle più grandi artiste del Novecento. E allora chi era Frida Kahlo?

Non si dovrebbe mai indugiare troppo nella vita privata degli artisti, a meno che questa non si intrecci con le loro opere. Ed è questo il caso. Nata il 6 luglio 1907 a Coyoacán, nei pressi diCittà del Messico, Kahlo si sentiva figlia della Rivoluzione messicana, scoppiata nel 1910 – che ha tra le sue figure centrali Pancho Villa ed Emiliano Zapata – che portò al crollo della dittatura di Porfirio Díaz, per questo spesso diceva di essere nata proprio in quell’anno. Nata con spina bifida, scambiata per poliomielite, Frida Kahlo sviluppa fin da bambina una forte passione artistica alla quale si unirà presto quella politica. Nel 1922 si iscrive alla Escuela Nacional preparatoria per l’esercizio della professione medica (una delle 35 donne su circa duemila studenti) e qui conosce i Los Cachuchas, un gruppo di studenti vicini al socialismo rivoluzionario. Il 17 settembre 1925 segna uno spartiacque, un prima e dopo, nell’esistenza e nel corpo di Kahlo:l’autobus su cui viaggia rimane coinvolto in un incidente che le provoca la rottura della colonna vertebrale in tre punti e numerose fratture alle costole e alle gambe; subirà ben 32 interventi chirurgici. Per questo è costretta a rimanere allettata e a portare un busto. È in questo periodo che inizia a dipingere, dedicandosi soprattutto agli autoritratti grazie all’ausilio di uno specchio. «Dipingo me stessa perché sono ciò che meglio conosco» è, non a caso, una delle sue frasi più celebri.

Già da questo si comprende quanto l’arte di Frida Kahlo sia corpo, nella rappresentazione, nella narrazione e nel mezzo. C’è sofferenza, ma c’è anche passione e vitalità nelle sue opere, che non affrontano solo il sé ma molti altri temi, dalle questioni di genere, al colonialismo all’identità. Negli anni la sua pittura diventerà sempre più stratificata, fino a creare un proprio linguaggio artistico, difficilmente assimilabile a una sola corrente, mescolando elementi fantastici a quelli realistici, tra simbolismo, realismo magico, arte naif e cultura precolombiana.

Casa Azul a Coyoacán, Città del Messico, oggi Museo Frida Khalo

Nel 1928 Kahlo si iscrive al Partito Comunista Messicano, in cui milita il pittore e muralista Diego Rivera, con il quale Kahlo stringe un fortissimo, non lineare, non canonico, sodalizio umano, artistico e politico, scandito da separazioni e riconciliazioni. «Ho avuto due gravi incidenti della mia vita. Il primo fu quando un tram mi mise al tappeto, l’altro fu Diego» dice. I due artisti si sposano la prima volta nel 1929 ma entrambi continuano ad avere altre relazioni. Che Frida Kahlo avesse relazioni sia con uomini, sia con donne era cosa già risaputa all’epoca, visto che la stessa pittrice viveva liberamente la propria dimensione sessuale e affettiva, ma è come se agli occhi dell’opinione pubblica questo aspetto fosse stato celato per molto tempo e poi reso nuovamente “pubblico” con la biografia Frida. A Biography of Frida Kahlo (1983) di Hayden Herrera e dall’adattamento cinematografico del 2002 Frida, diretto da Julie Taymor, con Salma Hayek nei panni dell’artista messicana. Spesso a questo punto si procede con la lista di nomi di intellettuali, militanti, artisti e artiste famose con cui Kahlo ebbe delle relazioni, ma noi qui non lo faremo, semplicemente per concentrarci sull’interezza della figura della pittrice e sulla sua opera.

Quello che traspare dalla vita e dall’arte di Frida Kahlo è la continua volontà di scardinare le convenzioni sociali e di opporsi alla gabbia degli stereotipi di genere, ponendo sempre al centro il suo sguardo, superando quello maschile, il “male gaze” preponderante nelle arti dell’epoca (e non solo). Anche nell’abbigliamento esprimeva la propria identità messicana ispirandosi agli abiti tradizionali, ricamati e dai colori vivaci, delle tehuanas, le donne di Tehuantepec, città nello stato di Oaxaca in cui vige una società matriarcale. «Mi vestido soy yo», «Il mio vestito sono io» afferma Frida Kahlo.

Anche in questo possiamo dire che l’arte di Kahlo è corpo: un corpo soggetto, che agisce, che esplora, che fa. Nelle sue opere si mescolano sensualità, paura, sofferenza, humor, giocosità, il rapporto con la natura e gli animali, nature morte, come in Viva La Vida, realizzato pochi giorni prima della scomparsa, in cui le angurie rappresentano il dualismo vita/morte ma anche la pienezza dell’esistenza.

Come detto, la pittrice racconta la sua realtà attraverso i simboli, non i sogni. La dimensione onirica non appartiene realmente alla sua arte, come nel caso dei surrealisti. Nonostante questo viene più volte accostata al movimento anche per l’ammirazione nei suoi confronti da parte del poeta, saggista e teorico André Breton, autore del Manifesto del Surrealismo del 1924. È vero, la stessa Kahlo dice che grazie alla frequentazione con i surrealisti riesce a frequentare ambienti artistici che altrimenti le sarebbero preclusi ma non si identifica come una surrealista, i suoi quadri, “anche quelli più strani”, dice, sono sempre stati una “fedele cronaca” della sua vita.

Come mostra anche Ospedale Henry Ford (o Il Letto Volante) del 1932: il quadro raffigura la stessa Kahlo sdraiata su un letto di ospedale, nuda, mentre intorno aleggiano 6 figure, legate a lei dal cordone ombelicale. Molti critici hanno spiegato che l’opera riguarda uno dei due aborti spontanei subìti dalla pittrice.

“Las dos Fridas” è un quadro dipinto nel 1939, dopo la rottura tra Frida Khalo e Diego Rivera. L’opera è conservata nel Museo de Arte Moderno a Città del Messico. Crediti: ANSA/JI

La realtà ritorna prepotente nelle sue opere. Nel 1939 Frida Kahlo divorzia da Diego Rivera: benché la loro relazione non fosse monogama, c’è un affronto che Kahlo non può sopportare, la relazione di Rivera con Cristina Kahlo, sua sorella minore. La pittrice mostra le sue ferite in Le due Frida (1939), uno dei suoi dipinti più noti, in cui ci sono, appunto, due Frida sedute che si tengono per mano. La Frida vestita di bianco mostra letteralmente un cuore lacerato, con il sangue a macchiarne la gonna, mentre tiene delle forbici in mano, mentre l’altra Frida, con gli abiti colorati della tradizione delle tehuanas, mostra un cuore ancora integro, mentre tiene in mano un cammeo, un piccolo ritratto di Rivera. Nel 1940, però, i due si risposano.

La politica nelle opere di Kahlo si esprime anche attraverso il forte legame all’arte popolare, alla cultura delle popolazioni native messicane e alla sua terra. In Autoritratto al confine tra Messico e Stati Uniti (1932), dipinto ispirandosi al soggiorno negli USA insieme a Rivera, l’artista contrappone gli States fortemente industrializzati, vessillo del capitalismo, ai simboli della cultura azteca. Al centro Kahlo con in mano una bandiera del Messico, sullo sfondo, in lontananza, la bandiera a stelle e strisce, tra i fumi delle ciminiere di uno stabilimento Ford. 

Ma è negli ultimi anni della sua vita che le sue opere diventano sempre più politiche. In Il marxismo guarirà gli infermi (1954) vediamo al centro ancora Frida Kahlo con in mano il libretto rosso (forse un richiamo a Il libretto rosso dei comunisti di Friedrich Engels?) con indosso il busto; sullo sfondo, in alto, il volto di Karl Marx.

L’anno prima alla pittrice era stata amputata la gamba destra a causa di una cancrena. Nel 1954, a soli 47 anni, Frida Kahlo muore per un’embolia polmonare. Le sue ceneri sono conservate nella Casa Azul a Coyoacán, dove era nata e dove aveva fatto ritorno insieme a Diego Rivera dopo la morte dei genitori, che oggi è il Museo Frida Kahlo. Così scriveva sul suo diario: «spero che l’uscita sia gioiosa e spero di non tornare mai più».

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