Ad agosto l’Indonesia inaugurerà Nusantara, la nuova capitale, che potrebbe tuttavia non essere pronta prima del 2045. Per il Paese si tratta di un cambiamento ambizioso, costoso e contestato perché mette a rischio il suo ecosistema
Dopo due anni dalla sua approvazione, il progetto indonesiano annunciato dall’amministrazione del presidente Joko Widodo (detto Jokowi), che nel 2019 aveva stabilito lo spostamento della capitale del Paese da Giacarta, fatica a prendere forma. Una scelta fatta per forza di causa maggiore, l’emergenza climatica, e che adesso sta trascinando il Paese verso un grande cambiamento epocale. A diventare la nuova capitale sarà Nusantara, città collocata sulla costa orientale dell’isola del Borneo (punto geografico strategico essendo un territorio diviso con Malesia e Sultanato del Brunei) e caratterizzata da un paesaggio collinare costituito da una foresta tropicale di 256.000 chilometri quadrati e una baia. Il quadro attuale, che ha bisogno di essere soddisfatto per dare sicurezza al Paese e ai cittadini del territorio, non è però dei migliori: ad inizio giugno, infatti, il direttore e il vicedirettore della Nusantara National Capital Authority, Bambang Susantono e Dhony Rahajoe, si sono dimessi senza dare spiegazioni ufficiali. I due, così facendo, hanno lasciato un vuoto che lo Stato indonesiano sta cercando di colmare: si tratta della parte economica sulla quale, già a fine 2022, il presidente Jokowi si diceva perplesso e spaventato. Lo Stato, infatti, non dispone della cifra stimata per la complessità dei lavori (circa 34 miliardi di dollari) e, riuscendo a coprire solo il 20% dei costi, sta cercando nuovi investitori, di cui però non si intravede l’ombra. Ultimamente, le difficoltà della ricerca di nuovi finanziatori sono aumentate a causa di due problemi non da poco: le complicazioni connesse alla conformazione del terreno su cui sorgerebbe Nusantara, e il passaggio di testimone, che si terrà nel mese di ottobre, tra Joko Widodo e l’ex generale Prabowo Subianto che diverrà, infatti, il nuovo presidente indonesiano e che ha già comunicato di voler portare avanti il progetto nella sua “forma originaria”.

Ma torniamo un attimo indietro, era proprio necessario spostare la capitale del Paese? Assolutamente sì. A causa di un fenomeno chiamato subsidenza, provocato dall’eccessivo prelievo d’acqua nel sottosuolo, infatti, Giacarta sta letteralmente affondando: la parte a Nord della città è sprofondata di 2,5 metri negli ultimi 10 anni. L’unica procedura che eviterebbe il peggioramento di questa situazione sembrerebbe essere l’arresto dello sfruttamento delle falde sotterranee dalle quali i cittadini pompano acqua quotidianamente: una pratica complessa perché meno della metà della popolazione ha accesso all’acqua potabile, e l’unico sistema è proprio quello di estrarla dal sottosuolo. Ma questa non sarebbe l’unica questione: Giacarta, oltre ad essere costantemente minacciata da inondazioni, è un centro urbano ricco di smog, sovrappopolato, iper trafficato, che manca di spazi culturali e verdi, e con un clima di conseguenza non più sopportabile. Il Governo sta quindi cercando un modo per salvarla ma nel frattempo, per tutelare la salute dei cittadini, ha scelto di intraprendere anche la via della costruzione di una nuova città. Nel 2019 il Ministero della pianificazione dello sviluppo nazionale aveva consigliato un territorio facente parte di una delle tre province del Kalimantan aventi le proprietà consigliate per una nuova capitale. Ed ecco quindi la costruzione da zero, nel bel mezzo della giungla indonesiana, di Nusantara che, nonostante sia diventata un’emergenza, non ha mai visto le cose andare per il verso giusto. Secondo i piani originali, dovrebbe essere inaugurata il 17 agosto, giorno importante per l’Indonesia che festeggia l’anniversario dell’indipendenza, e dovrebbe essere operativa nelle sue funzioni essenziali entro il 2024, ma l’anno esatto in cui si stima la fine dell’edificazione è il 2045, un intervallo lunghissimo che non sembrerebbe indicare una “situazione allarmante”. In tutto questo tempo, però, il presidente Jokowi non ha mai smesso di aver fiducia nel progetto e, poco dopo il congedo di Rahajoe e Susantono, si è recato a Nusantara (che in indonesiano significa letteralmente “arcipelago”) per l’inaugurazione di diverse opere ed edifici. Qualcosa di rilevante è quindi stato fatto ma non in maniera sufficiente: ad agosto, infatti, secondo il disegno ufficiale sarebbe stato previsto il trasferimento dei primi 12.000 funzionari pubblici, l’edificazione dei palazzi governativi e delle abitazioni di un milione e mezzo di lavoratori pubblici su circa 180mila ettari di proprietà statale, ma al momento è stato tutto rimandato. La speranza è che l’economia del Paese (e gli indonesiani) possa essere suddivisa in maniera omogenea tra tutte le altre isole. «Vogliamo costruire una nuova metropoli intelligente che possa fare da calamita per i talenti globali e che diventi un centro di innovazione», ha detto Widodo.

I fondi di cui abbiamo parlato, però, a patto che vengano trovati, non saranno utilizzati soltanto per la costruzione di Nusantara, alcuni andranno anche a sostegno di Giacarta che dovrebbe rimanere il centro nevralgico finanziario e commerciale dell’intero Paese. Una parte della somma verrà investita in attività economiche, l’altra in progetti per impedire l’affossamento (attualmente gli sforzi sono concentrati sulla barriera marina e sul rinforzo dei muri marini). In programma ci sarebbe anche la costruzione di una diga abitabile di circa 40 chilometri, chiamata Great Garuda, che dovrebbe proteggere il centro urbano dalle alluvioni. Un programma strategico che preannuncia anche diversi altri supporti alle infrastrutture della quasi ex Capitale: impianti di depurazione e di sollevamento delle acque, ampliamento del porto, rinforzo degli argini dei fiumi, nuove condotte d’acqua, un’autostrada e un servizio di trasporto collettivo. Dal punto di vista ambientale, però, la creazione di Nusantara e la realizzazione dei progetti che ne derivano potrebbero comportare diversi interrogativi. Ciò che più preoccupa gli ambientalisti sarebbe infatti l’abbattimento della foresta tropicale del Borneo, uno spazio totalmente vergine che custodisce una preziosissima biodiversità di flora e fauna: si tratta di una delle foreste più antiche al mondo che è già stata intaccata precedentemente dalla deforestazione provocata dalle piantagioni di palme da olio. La costruzione della diga, invece, potrebbe costare impatti negativi sull’intero ecosistema marino, come l’erosione delle isole a Ovest di Giacarta, la creazione di una stagnazione di acque inquinate all’interno della diga, e la distruzione della barriera corallina. Insomma, se da un lato la nascita di Nusantara metterebbe a serio rischio la diversità biologica dell’isola, dall’altro lato il Governo ha annunciato l’urgenza di avanzare con i lavori e ha dato garanzie progettuali che la nascente città diventerà un Digital Innovation Hub della sostenibilità, delle energie rinnovabili, della tecnologia e dell’intelligenza artificiale. Se il progetto vedrà una fine, Nusantara si trasformerà in una smart city in mezzo alla giungla, probabilmente la prima di sempre.
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