Il piccolo Grégory Villemin viene ucciso e la sua morte spalanca il vaso di Pandora di una famiglia in cui la vendetta, come un famiglio, ha le sembianze di un corvo inafferrabile

È una cosa davvero complessa, finanche impossibile, risalire all’origine di una faida familiare. Non al motivo per cui la situazione esplode e nemmeno all’identificazione della famosa “goccia” che fa traboccare il vaso: parliamo di risalire al nucleo ancestrale, a quella frattura apparentemente trascurabile che ha aperto la falla. È quasi impossibile, perché le famiglie sono agglomerati complessi di esseri umani tendenzialmente instabili: è dentro le pareti domestiche che nascono i rapporti più stretti e quelli più difficili, gli amori più profondi e le insidie più pericolose. Non c’è nulla come l’amore di un fratello ma, proprio per questo, niente è paragonabile alla forza distruttrice dell’odio germogliato in chi è stato – o avrebbe dovuto essere – capace di sì tanto amore.

La famiglia Villemin divenne tristemente famosa nell’ottobre dell’anno 1984, ma la sua storia era cominciata molto prima. Era qualche anno ormai che Jean Marie Villemin, caporeparto in un’industria automobilistica, e sua moglie Christine, operaia tessile, ricevevano lettere minatorie da uno sconosciuto. Forse non ci avevano dato troppo peso, forse avevano un’idea di chi fosse l’autore e lo reputavano innocuo. Forse si sentivano invincibili. Fatto sta che la loro vita proseguiva tranquilla, si snodava nella confortevole routine domestica tra le pareti di un piccolo chalet nella cornice incantevole della regione francese dei Vosgi, a Lépanges, un paesino che conta meno di mille abitanti e sorge sul fiume Vologne. È difficile sentirsi in pericolo in posti così e probabilmente questo falso senso di sicurezza avrà ingannato anche Christine, il pomeriggio del 16 ottobre 1984. Il clima era gradevole, quel giorno, il freddo autunnale non aveva ancora serrato i ranghi obbligando i bambini a stare in casa e il primogenito dei Villemin, Grégory, quattro anni appena, giocava nel giardino con ciottoli e sabbia. La mamma lo controllava di tanto in tanto, alzando gli occhi sulla finestra mentre stirava, il volto leggermente arrossato dal vapore del ferro e i capelli un po’ arricciati sulle tempie per l’eccesso di umidità. Non esiste fitta di panico più acuta di quella che un adulto può provare quando rialza il viso e il bambino di cui ha la responsabilità non è più dove dovrebbe essere. Riusciamo a immaginarla senza difficoltà Christine, mentre aggrotta le sopracciglia e lascia andare il ferro da stiro, si asciuga le mani sul grembiule e si affaccia alla porta di casa chiamando a gran voce il suo unico figlio. Ma Grégory era scomparso: non c’era traccia di lui in cortile, né sul vialetto, o in strada. Alle 17:50 del 16 ottobre ‘84 la signora Villemin denunciò alle autorità la scomparsa di suo figlio. Poco dopo, la voce che aveva tante volte nei tre anni precedenti minacciato la famiglia, tornò a farsi udire con un messaggio lapidario: il “Corvo” informò Christine e Jean Marie che avrebbero trovato il corpo del bambino nel fiume, a pochi chilometri da casa. Alle 21, tre ore dopo, un vigile del fuoco vide qualcosa galleggiare sulle acque del Vologne, sotto il ponte di Docelle: sul posto erano accorsi i cronisti locali, insieme alle forze dell’ordine; in un paesino così piccolo la scomparsa di un bambino era notizia succosa, ancor di più se accompagnato da una telefonata anonima e macabra come quella. Fu un giornalista a scattare la foto che avrebbe sconvolto Lépanges e si sarebbe scolpita nella memoria del popolo francese per i successivi 40 anni: il pompiere che riemergeva dal fiume con il corpo del piccolo Grégory Villemin tra le braccia, mani e piedi legati sul davanti, perfettamente vestito, il giubbottino abbottonato. Il 17 ottobre con una lettera anonima indirizzata al padre del bambino, il “Corvo” rivendicò il delitto: “spero che tu muoia di dolore, capo. Non sono i tuoi soldi che potranno ridarti tuo figlio. Ecco la mia vendetta, povero scemo”. Quello della vendetta è un tema che nella triste storia dei Villemin sarebbe tornato spesso. Improvvisamente i tre anni di minacce inascoltate caddero addosso alla famiglia in un brusio di dolore e senso di colpa e non aiutò il fatto che le indagini giudiziarie furono piene di errori e che gli inquirenti peccarono di negligenza. La lettera del “Corvo” venne danneggiata dai poliziotti: la perizia calligrafica venne così resa inattendibile; anche l’autopsia al bambino venne eseguita sommariamente: il medico legale non fu in grado di dire se il piccolo fosse morto per annegamento o per ipotermia. Non si riuscì nemmeno a stabilire se il decesso fosse effettivamente sopraggiunto nel fiume oppure se Grégory fosse stato annegato in una vasca da bagno e poi abbandonato nel Vologne per depistare le indagini.

Qualche settimana dopo, il 9 di novembre, vicino alla scena del crimine vennero ritrovate una fiala e una siringa d’insulina: si fece spazio dunque l’idea che il bimbo fosse stato ridotto in coma e poi gettato nel fiume privo di coscienza. In questo ciclone fatto di prove sommarie e testimonianze fallaci si fece avanti la cognata quindicenne dei Villemin, Murielle Bolle, che puntò il dito contro lo zio di Grégory, Bernard Laroche. Le prove si rivelarono inconsistenti e l’uomo venne scarcerato nel giro di qualche mese, ma per i coniugi Villemin la testimonianza di Murielle era sufficiente: e questo fece emergere quella faida familiare profonda di cui era difficile tratteggiare i contorni, quella rimasta sopita, forse solo nascosta agli occhi del paese, forse celata in piena luce, in un luogo in cui tutti sanno e tutti fingono di non sapere, perché così è sempre stato e così sarà sempre. Parlando con la stampa, Jean Marie Villemin dichiarò che avrebbe ucciso il cugino “all’uscita dal lavoro”. La moglie di Laroche non commise l’errore che avevano a loro tempo fatto i Villemin e chiese che l’uomo venisse messo sotto scorta. La richiesta le venne negata. Un mese più tardi, all’uscita del lavoro, Bernard Laroche si trovò davanti il padre di Grégory, armato di fucile a pompa: Jean Marie fece fuoco e Bernard morì. Avvolti in quella spirale distruttiva che non avrebbe più risparmiato nessuno, il 5 luglio del 1985 fu il turno di Christine Villemin di essere messa alla gogna: tre colleghe di lavoro la accusarono di averla vista imbucare una lettera il giorno del delitto e una nuova perizia calligrafica le attribuì la missiva del “Corvo” inviata il 17 ottobre dell’anno prima. La donna venne arrestata su ordine del giudice, un uomo di nome Jean-Michel Lambert. Non durò molto: Christine, incinta del secondo figlio, Julien, ingaggiò uno sciopero della fame per protestare e 11 giorni dopo venne liberata. Le prove contro di lei furono definite “inconsistenti”. Forse qualcuno già allora capì che il caso di Grégory sarebbe diventato un cold case ma quello di cui tutti ormai, in paese e non, erano certi, era che si trattasse di un affare di famiglia. Nel giugno del 2017 le indagini vennero riaperte e l’utilizzo di nuove tecnologie portò all’iscrizione nel registro degli indagati della prozia del bambino, Jacqueline Jacob e di suo marito, Marcel Jacob. Secondo la nuova teoria, Bernard Laroche aveva effettivamente rapito il bambino ma era stato poi Jacob a ucciderlo. Tuttavia anche in questo caso, le prove risultarono inconsistenti: non c’era abbastanza per portare i due indagati in aula. Eppure, qualcosa accadde. Qualcosa che, lungi dal far luce sul mistero della morte di Grégory, fa scorrere nuovi brividi lungo la spina dorsale di chi scrive. Pochi giorni dopo la riapertura del caso l’ex giudice Jean-Michel Lambert, l’uomo che più di 30 anni prima aveva ostruito le indagini e fatto arrestare Christine Villemin, venne trovato in casa sua, con una busta di plastica legata intorno alla testa. Nel silenzio di questa morte sembra di avvertire l’odore intenso dell’acqua del fiume e il fruscio leggero delle ali di un corvo che, come un famiglio, si posa sul più alto dei rami e osserva la corrente scorrere, celando nel suo fondo fangoso i più inconfessabili dei segreti.

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