L’ex campione del mondo di pugilato Mike Tyson è tornato sul ring all’età di 58 anni. Dalle strade di Brooklyn, ad una carriera stellare: Iron Mike ancora oggi gode di una grande fama e di un riconoscimento internazionale
In piedi sul ring fino al gong decisivo. Ammaccato, ma sempre forte e determinato. Nel match che da molti è stato definito più mediatico che sportivo, Mike Tyson, mito e leggenda della boxe, non va al tappeto ma viene battuto ai punti dal giovane Jake Paul, uno dei prodotti dell’era dei social media, che nel finale si abbandona ad un inchino davanti all’avversario. Un incontro, quello avvenuto all’AT&T Stadium di Arlington, Texas, deciso all’unanimità dai giudici e combattuto con regole esclusive: guantoni da 14 once invece che 10, riprese da due minuti invece che da tre, e 8 round totali. Mike Tyson combatte con tutte le sue energie nei primi tre round, poi i 31 anni di differenza con Paul iniziano a farsi sentire e si abbandona alla giovane e migliore preparazione rivale. Un’occasione unica quella del 27enne dell’Ohio, quella di potersi confrontare con l’ultimo grande pugile di statura mondiale, l’ultimo boxeur capace di arrivare ad un pubblico immenso, un’audience che va oltre la mera percentuale di appassionati di questo sport.

Nato e cresciuto dalla madre nel ghetto nero di Brooklyn, New York, l’infanzia di Mike fu caratterizzata da violenza e crudeltà. Era un bambino timido e grassottello che aveva una forte passione per i piccioni, tanto da arrivare ad allevarli in proprio. Per via di questo suo hobby piuttosto bizzarro venne arrestato per la prima volta all’età di 10 anni: un ragazzino, infatti, gli rubò un volatile e lo uccise davanti a lui. In risposta il piccolo Mike Tyson lo massacrò di pugni. Fu solo l’inizio di una lunga serie di episodi simili, come risse, furti e combattimenti in strada, che lo condussero prima in riformatorio e poi in carcere minorile. Nel corso dei suoi soggiorni all’interno delle strutture, Mike conobbe di persona l’ex campione Muhammad Alì, recatosi in carcere per visitare i ragazzi dell’istituto, ai quali era stata data la possibilità di guardare il suo film biografico. Un incontro che gli cambiò la vita e che lo avvicinò al mondo della boxe. Durante i weekend i detenuti che avevano avuto una buona condotta avevano il permesso di lasciare la struttura per diverse ore. Al loro rientro, però, si presentavano in pessime condizioni (nasi rotti, costole fratturate, denti rotti) a causa della loro partecipazione a sessioni di sparring con il maestro Bobby Stewart, ex pugile irlandese. Incuriosito e attratto dall’attività che svolgevano i suoi coetanei, Mike iniziò ad uscire per allenarsi nella palestra di Stewart. Ancora oggi ricorda così la sua prima volta sul ring contro il maestro: «iniziai a mulinare le braccia, tirando una marea di pugni che lui incassò, tenendo alta la guardia. Continuai a colpirlo con tutta la forza che avevo finché, d’un tratto, lui superò la mia difesa e mi sferrò un colpo dritto allo stomaco. Vomitai pranzi e cene degli ultimi due anni». Una volta uscito dal carcere Tyson iniziò ad allenarsi in maniera regolare con Bobby Stewartmostrandogli così tanti progressi da arrivare a fratturargli il setto nasale durante una seduta di sparring. L’irlandese era talmente orgoglioso di Tyson da arrivare a presentarlo a Cus d’Amato, manager e allenatore, di origini italiane, di importantissimi pugili. Con il tempo, l’italo americano divenne per il boxeur di Brooklyn non solo il maestro di riferimento, ma anche il padre adottivo dopo la scomparsa della madre Lorna, morta di cancro.
L’esordio da vero professionista arrivò nel 1985, mentre la chance per diventare campione il 22 novembre 1986 a Las Vegas contro il primatista dei pesi massimi Trevor Berbick. La vittoria di quell’anno lo trasformò nel più giovane campione dei pesi massimi della storia, un successo che però non fu assaporato completamente a causa della mancanza del maestro D’Amato, che soltanto 18 giorni prima del match passò a miglior vita per via di una polmonite acuta. Iron Mike gli dedicò il suo trionfo, e riuscì a difendere il titolo per i 9 anni successivi, portando al tappeto due fuoriclasse come Michael Spinks e Larry Holmes.
In pochissimo tempo la fama trasformò la sua quotidianità in uno stile di vita caratterizzato da eccessi. Il divorzio dall’attrice Robin Givens, che gli costò 10 milioni, non fu nulla rispetto a quello che successe dopo: a Tokyo, nel 1990, Mike perse il titolo contro James Douglas, e due anni dopo venne condannato a 10 anni di carcere per violenza sessuale ai danni della modella Desirée Washington. Dietro le sbarre il pugile diede vita a un nuovo business: iniziò a vendere ai suoi compagni foto e lettere provocanti che gli spedivano le sue ammiratrici. «A seconda dell’aspetto della ragazza, cercavo di individuare quale tipo d’uomo potesse piacerle. In seguito, passammo dalle foto sconce alle telefonate erotiche. Chiamavo un mio amico durante la notte. Aveva sempre qualche ragazza pronta a esibirsi», raccontò. In prigione Tyson non mollò l’allenamento, anzi continuò ad esercitarsi mantenendo la mente e lo spirito fissi sul riscatto, costantemente ancorato all’esatto momento in cui sarebbe uscito. Dopo tre anni venne scarcerato per buona condotta, ed in pochissimo tempo, grazie a contratti da capogiro, riconquistò due cinture, ma con esse anche una vita fuori controllo, oscillante tra droghe e feste. L’incontro per l’unificazione delle cinture fu contro Evander Holyfield, il campione a cui Mike strappò un pezzo di orecchio a morsi, un gesto estremo che rimase nella storia della boxe e per il quale il newyorkese venne sospeso dalla professione e multato con una sanzione di tre milioni di dollari. «La sua tattica era chiara a tutti: aspettare che scagliassi un pugno e solo allora buttarsi dentro con la testa, una vera e propria strategia. Mi piombò addosso un senso di spossatezza, furono la rabbia e l’adrenalina a darmi la scossa. Volevo ucciderlo. Era evidente che i colpi di testa erano intenzionali. Fu allora che gli diedi un morso all’orecchio», raccontò Mike Tyson.

Non fu però questo caso, che divenne di portata internazionale, a fermarlo. Nel ‘98 infatti riottenne la licenza e tornò a combattere sul ring, ma non tutto andò per il verso giusto. Nel 2005 a Washington avvenne l’ultimo incontro nel quale Iron Mike perse contro l’irlandese Kevin McBride: «è molto probabile che io smetta. Non voglio mancare di rispetto a questo sport perdendo con pugili di questo calibro. Questa è la mia fine. Finisce qui». L’anno seguente diresse come arbitro un incontro di “cage fighting” a Londra, ed organizzò un tour con esibizioni e sparring per continuare ad avere introiti economici. Prima del recente incontro con Jake Paul, Tyson tornò sul ring nel 2020 per un’esibizione in 8 round contro l’ex campione Roy Jones Jr, un match che finì in parità.
La vita di Mike Tyson è stata segnata da alti e bassi, da glorie e cadute, spesso riguardanti anche la sfera privata. Nella sua prima autobiografia (2013), Tyson rivela ai lettori diversi retroscena della sua carriera e ammette di aver fatto uso di cocaina anche prima di alcuni incontri. Il campionissimo è stato un personaggio venerato e odiato, dalle sfaccettature complesse e controverse che fanno percepire ancora oggi la profondità di un uomo che ha dato tutto sul ring, combattendo in primis per sé stesso. «Sono felice – ha detto Mike alla fine del match contro Jake Paul,- non dovevo dimostrare niente a nessuno, ma solo a me stesso».