Il Jobs Act voluto da Renzi è (ancora) al centro del dibattito politico. Mentre la CGIL porta avanti la battaglia referendaria, il rischio è (di nuovo) di vedere il PD spaccarsi

Sono passati 10 anni da quando Enrico Letta consegnava, con malumore mal celato, la campanella a Matteo Renzi per l’insediamento del Governo presieduto dall’allora segretario del Partito Democratico. In questi 10 anni la riforma tra quelle prodotte dall’Esecutivo guidato dall’ex sindaco di Firenze citata più spesso nel dibattito pubblico è quella del lavoro. Di Jobs Act si torna a parlarne ancora oggi, per via della campagna del sindacato CGIL che intende raggiungere le 500 mila firme – obiettivo raggiunto il 12 giugno come annunciato da una nota del sindacato – in modo da indire un referendum popolare su quattro temi diversi intorno al lavoro.

A maggio aveva fatto un certo clamore che l’attuale leader del PD Elly Schlein avesse annunciato l’intenzione di aderire alla campagna del sindacato. In un’intervista a Repubblica Schlein rivendicava: «il superamento del Jobs Act era un punto fondante del programma con cui mi sono presentata alle primarie per la segreteria, oltre un anno fa, in linea con scelte anche personali fatte in passato. Vorrei ricordare che io ero in piazza con la CGIL nel 2015 contro l’abolizione dell’articolo 18»; e in effetti Schlein nella mozione congressuale (nella sfida con Stefano Bonaccini per la segreteria del partito) sosteneva: «dobbiamo cambiare rotta nelle politiche del lavoro. Voltare nettamente pagina dopo gli errori del Jobs Act e del decreto “Poletti” sulla facilitazione dei licenziamenti e la liberalizzazione dei contratti a termine».

Schlein e il coraggio che (non) basta: ritratto di una segretaria

Il Jobs Act – che mutua il nome dalla legge sul lavoro del 2012 dell’allora presidente statunitense Barack Obama – per far crescere l’occupazione ha puntato su una maggiore liberalizzazione del mercato del lavoro. Il primo provvedimento prende il nome dal ministro del Lavoro del Governo Renzi, Giuliano Poletti, e sancisce l’acausalità (ovvero decade l’obbligo per le aziende di specificare il motivo per cui viene posto un limite temporale al contratto di lavoro); specifica il numero dei contratti a tempo determinato (che non può superare il 20% rispetto a quelli a tempo indeterminato) e sanzioni di tipo amministrativo se questa soglia viene superata; impone dei limiti al numero di volte in cui un contratto a tempo determinato o in somministrazione può essere prorogato nell’arco di una durata massima di 36 mesi (cinque il primo caso, 6 il secondo), esentando da questa norma enti di ricerca e aziende con meno di cinque dipendenti; e per l’apprendistato stabilisce che per le aziende con oltre 50 dipendenti la quota degli apprendisti da stabilizzare a fine contratto sia pari al 20%.

Matteo Renzi, ex segretario del PD e oggi leader di Italia Viva, nel 2016 a capo del Governo promotore del Jobs Act, ha aspramente criticato la posizione annunciata da Schlein. Crediti: ANSA/ETTORE FERRARI

Il secondo aspetto del Jobs Act pensato per aumentare il numero degli occupati in Italia è stato la decontribuzione (prevista dalla legge di Bilancio del 2015) per gli assunti con il contratto a tutele crescenti, sgravio fino a 8mila euro per tre anni per ogni nuovo contratto a tempo indeterminato che nel 2016 è stato rivisto a un massimo di tremila euro per due anni. Con la riforma del Governo Renzi, poi, sono stati introdotti i “voucher”, i buoni lavoro per la retribuzione di quelle tipologie di lavoro spesso pagate in nero; è stata creata la nuova indennità di disoccupazione (Naspi) per i lavoratori subordinati; e sono state aumentate le proroghe dei contratti a tempo determinato da 12 a 36 mesi rispetto a quanto previsto dalla legge Fornero.

I quesiti del referendum abrogativo promosso da CGIL sono quattro: il primo è a proposito delle norme che impediscono il reintegro al lavoro in caso di licenziamenti illegittimi; il secondo sulle norme che facilitano i licenziamenti illegittimi nelle piccole imprese; il terzo si concentra sulle norme che hanno liberalizzato l’utilizzo del lavoro a termine e il quarto sulle norme che impediscono, in caso di infortunio sul lavoro negli appalti, di estendere la responsabilità all’impresa appaltante.

Il primo quesito promosso dal sindacato, dunque, intende abrogare integralmente il decreto legislativo del Jobs Act che ha introdotto il “contratto a tutele crescenti”, così da tornare all’applicazione dell’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori per tutti i dipendenti e garantire il diritto di essere reintegrati in caso di licenziamento senza giusta causa. Va però ricordato che il diritto generalizzato alla reintegrazione non viene più garantito dall’articolo 18 da quando la riforma della ministra Fornero nel 2012 aveva limitato la possibilità di essere riammessi sul posto di lavoro nei casi meno gravi di licenziamento illegittimo. L’articolo 18, inoltre, si applica solo ai lavoratori delle aziende di medio-grandi dimensioni, mentre i lavoratori delle piccole imprese continuerebbero a essere tutelati soltanto con un indennizzo (aspetto su cui sono intervenuti sia il primo Governo Conte sia la Corte Costituzionale e oggi un dipendente licenziato illegittimamente può ricevere, come indennizzo, fino a 36 mensilità).

Anche il leader dei pentastellati Giuseppe Conte, che già nel 2018 durante il suo Governo aveva modificato il Jobs Act con il decreto “Dignità”, ha aderito alla campagna del sindacato. Crediti: ANSA/FRANCESCO TERRACINA

L’ex premier e oggi leader di Italia Viva Renzi rivendica la riforma, attaccando la scelta della segretaria dem, e anche l’allora ministra per le Riforme costituzionali e i Rapporti con il Parlamento Maria Elena Boschi. Secondo i sostenitori del Jobs Act da quando la misura è entrata in vigore, il 2016, a quando è stata modificata dal decreto “Dignità” del primo Governo Conte, il 2018, i posti di lavoro nello Stivale sono cresciuti di circa un milione di unità; a supporto di questa tesi sono presi i dati Istat – effettuati dall’anno di insediamento del Governo Renzi all’anno delle sue dimissioni (2016) – che attestano la crescita del numero complessivo degli occupati in Italia: da poco meno di 22 milioni a quasi 23. Quello che spesso si dimentica è però che vi è una sostanziale differenza tra “occupati” e “posti di lavoro” quando si parla di statistiche Istat, l’Istituto infatti considera “occupato” chiunque, tra i 15 e gli 89 anni, dichiari di aver svolto almeno un’ora di lavoro retribuito nella settimana di rilevazioni; inoltre va valutato come anche i processi macroeconomici possano aver impattato nell’aumento dei posti di lavoro, in un periodo di ripresa economica dopo la crisi gravissima del 2011. Secondo diversi studi di economisti, il Jobs Act, comunque, seppur non nell’ordine di grandezza del milione dei posti di lavoro usato a mo’ di slogan di berlusconiana memoria, ha avuto un impatto positivo sull’occupazione, ma solo in alcuni ambiti particolari e alla riduzione del tasso di disoccupazione si è accompagnato il calo della “quota salari”, ovvero la parte di reddito nazionale che va ai lavoratori.

Meriti e demeriti della riforma voluta da Renzi, evidentemente, sono destinati a essere al centro del dibattito politico ancora a lungo – il referendum probabilmente avrà luogo nel 2025 – con il rischio di spaccare il Partito Democratico tra favorevoli e contrari. E sarebbe comprensibile se dalle fila dem si sentissero intonare i celebri versi di Battisti, “ancora tu. Non mi sorprende, lo sai. Ancora tu. Ma non dovevamo vederci più?”.