Grazie alle imprese di atlete e atleti azzurri alle Olimpiadi si torna a discutere di cittadinanza e con l’apertura di Forza Italia un cambiamento della legge del 1992 sembra possibile
Come spesso accade al termine dei Giochi Olimpici nel dibattito politico si inserisce il tema della cittadinanza, vedere ogni colore di pelle fasciato dalla stessa tonalità di azzurro alle Olimpiadi aiuta a ben comprendere quanto sia sfaccettata la popolazione e la possibilità di modificare la legge 91/1992 accende la politica.
Che quello della cittadinanza sia un argomento caldo è testimoniato anche dall’attenzione dedicata al tema dal Financial Times, sulle pagine del quotidiano economico finanziario britannico si legge infatti: «la squadra femminile di pallavolo olimpica italiana ha entusiasmato la nazione sconfiggendo gli Stati Uniti e aggiudicandosi la medaglia d’oro: la prima in assoluto in questa categoria. Ma il ritorno a casa della squadra vittoriosa ha anche scatenato un acceso dibattito su chi dovrebbe avere il diritto di ottenere la cittadinanza italiana, aprendo una polemica all’interno della coalizione di governo della Prima Ministra Giorgia Meloni». Aggiunge il Financial Times che nonostante “la stessa Meloni non si sia ancora pronunciata sull’argomento, il suo partner di coalizione di estrema destra, la Lega, ha fomentato sentimenti razzisti e si oppone fermamente a qualsiasi modifica alla legge sulla cittadinanza”, facendo riferimento alle esternazioni dell’eurodeputato leghista Roberto Vannacci che sui social, a seguito dell’impresa delle azzurre del volley, ha commentato che Egonu “non rappresenta la stragrande maggioranza degli italiani, che invece hanno la pelle bianca”.

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Ottenere la cittadinanza in Italia, va precisato subito, non è facile essendo uno dei Paesi con i requisiti più restrittivi a livello europeo. La norma che stabilisce l’acquisizione della cittadinanza italiana è del 1992 e stabilisce che “lo straniero che sia nato in Italia” possa diventare cittadino italiano “a condizione che vi abbia risieduto legalmente e ininterrottamente fino al raggiungimento della maggiore età”. La richiesta di cittadinanza, quindi, può arrivare entro 12 mesi dal compimento del 18esimo anno età.
La cittadinanza viene concessa con tre modalità: per naturalizzazione, per matrimonio e per nascita. Per naturalizzazione è appunto legata alla residenza legale ininterrotta in Italia; per matrimonio la cittadinanza viene concessa a una persona straniera dopo una residenza di due anni a seguito del matrimonio; per nascita invece la cittadinanza viene concessa ai figli di un genitore che abbia già la cittadinanza italiana. Relativamente a quest’ultimo aspetto si utilizza la locuzione “ius sanguinis”, che in latino significa “diritto di sangue”.

Secondo la norma in vigore una persona nata in Italia da genitori che non hanno cittadinanza italiana non ottiene la cittadinanza, che può essere richiesta dopo il compimento della maggiore età se, entro un anno, il neomaggiorenne dichiara di voler avere la cittadinanza italiana e fino a quel momento ha risieduto in Italia “legalmente e ininterrottamente”. Le procedure burocratiche, però, impiegano anni a concludersi e soprattutto sono ritenute carenti in quanto escludono per molti anni giovani nati e cresciuti in Italia, se ci si rifà all’esempio olimpico si pensi alle migliaia di atleti under18 che vivono e si allenano in Italia non possono gareggiare in campionati internazionali per rappresentare il Paese.
Gli altri modelli
Allo “ius sanguinis” si affiancano altri modelli per richiedere la cittadinanza nel mondo. Vi è ad esempio lo “ius soli” che fa derivare la cittadinanza dal fatto che la persona sia nata sul territorio dello Stato, significa infatti “diritto del suolo”; ma anche lo “ius meriti”, che prevede l’acquisizione della cittadinanza a seguito di azioni eroiche e particolarmente meritevoli di onore; e lo “ius militiae” che permette a quanti abbiano prestato un esteso servizio di tipo militare di acquisire la cittadinanza.
Principalmente sono però lo “ius sanguini” e lo “ius soli” a essere utilizzati, in Unione europea la maggior parte degli Stati europei adotta lo “ius sanguinis”, con l’eccezione della Francia, dove lo “ius soli” vige dal 1515. A livello extraeuropeo ad adottare lo “ius soli” sono, tra gli altri, Stati Uniti, Argentina, Brasile, Canada mentre lo “ius sanguinis” è adottato in generale invece da Nazioni contraddistinte da una forte emigrazione, anche storica (come nei casi della diaspora di Armenia, Irlanda, Italia, Israele), o da ridelimitazioni dei confini (Bulgaria, Croazia, Finlandia, Germania, Grecia, Italia, Polonia, Serbia, Turchia, Ucraina, Ungheria).

La situazione in Italia
In Italia non è mai stato preso in esame, in nessuna proposta di legge, lo “ius soli” puro, nel 2015 la proposta portata avanti aveva in oggetto lo “ius soli temperato” ovvero: una persona nata in Italia avrebbe ricevuto la cittadinanza automaticamente se almeno uno dei due genitori risiedesse legalmente in Italia da almeno cinque anni, per i cittadini di Stati al di fuori dell’Ue sussistevano poi altri requisiti necessari: avere un reddito non inferiore all’importo annuo dell’assegno sociale, disporre di un alloggio e superare un test di conoscenza della lingua italiana. Dopo una prima approvazione alla Camera la proposta non divenne legge perché, dopo essere rimasta bloccata per due anni al Senato, al momento della votazione alla fine del 2017 mancò il numero legale per procedere (data l’assenza del Movimento 5 Stelle, dei partiti di destra e di una parte del PD). La proposta del 2015 prevedeva inoltre lo “ius culturae” che avrebbe permesso ai minorenni nati in Italia da genitori senza cittadinanza italiana o arrivati nel Paese entro i 12 anni di età e che avessero frequentato le scuole italiane per almeno cinque anni e superato con successo almeno un ciclo scolastico, di ottenere la cittadinanza. Per i giovani tra i 12 e 18 anni sarebbe stato possibile ottenere la cittadinanza dopo aver abitato in Italia per almeno sei anni e avere superato un ciclo scolastico.

Nel 2022 una nuova proposta di legge che modifica leggermente i parametri dello “ius culturae” porta allo “ius scholae”: secondo la nuova proposta avrebbe potuto richiedere la cittadinanza italiana la persona nata in Italia o arrivata entro i 12 anni di età che avesse completato almeno cinque anni di scuola in Italia in uno o più cicli scolastici. In questo caso il sostegno alla proposta fu piuttosto ampio, ma non andò avanti dopo il cambio di legislatura, avvenuta a settembre di quell’anno.
I dati del ministero dell’Istruzione
I dati rilasciati annualmente dal ministero dell’Istruzione dimostrano come la questione della cittadinanza sia un argomento che interessa centinaia di migliaia di persone. Nell’anno scolastico 2022-2023 a frequentare le scuole italiano erano 914.860 (il 4,9% più dell’anno precedente) gli studenti con cittadinanza non italiana, l’11,2% del totale degli studenti nelle scuole dello Stivale. La maggior parte degli studenti con cittadinanza non italiana, il 44,42% è di origine europea, il 27,25% di origine africana e il 20,27% di origine cinese, ma sono circa 200 le Nazioni di origine degli studenti senza cittadinanza italiana.
Dai dati emerge inoltre la distribuzione degli studenti senza cittadinanza italiana, con una concentrazione maggiore nelle regioni settentrionali rispetto a quelle meridionali. Interessante anche un altro dato che riporta il ministero: nel quinquennio tra l’anno scolastico 2018-2019 e il 2022-2023 gli studenti nati in Italia ma senza la cittadinanza italiana è passato da oltre 553mila a quasi 599mila, dunque il 65,4% degli studenti stranieri è nato in Italia e non ha la cittadinanza.
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Le posizioni dei partiti
Come detto all’indomani delle Olimpiadi, dello storico oro conquistato dalla nazionale di pallavolo italiana il centrosinistra ha riportato al centro del dibattito le politiche intorno alla cittadinanza, la segretaria del Partito Democratico Elly Schlein ha fatto sapere che “per noi chi nasce o cresce in Italia è italiana o italiano e continueremo a batterci per cambiare la legge”.

All’interno della maggioranza l’ipotesi dello “ius scholae” crea dei distinguo. Da una parte c’è la Lega di Matteo Salvini, ministro delle Infrastrutture e vicepremier, che in maniera monolitica respinge ogni possibilità di modificare il testo del 1992 e il vicesegretario del partito, Andrea Crippa, ha sostenuto che le 230mila cittadinanze concesse nel 2023 siano una prova sufficiente dell’efficacia della normativa vigente; dall’altra parte c’è invece Forza Italia di Antonio Tajani, ministro degli Esteri e vicepremier, che ha mostrato aperture. FI è infatti storicamente contraria allo “ius soli” mentre al momento sembra disponibile quantomeno a discutere un’alternativa a proposito di una riforma della cittadinanza basata sul completamento di cicli scolastici, dello stesso avviso Maurizio Lupi di Noi Moderati che in un’intervista ha dichiarato: «siamo favorevoli a concedere la cittadinanza ai ragazzi figli di cittadini stranieri che abbiano frequentato due cicli scolastici completi in Italia». Secondo quanto si apprende al momento sul tavolo ci sarebbero proposte per l’ottenimento della cittadinanza a 14 anni, dopo due cicli scolastici, o a 16 anni, al termine della scuola dell’obbligo.

La terza parte in gioco, a destra, è il partito della premier Giorgia Meloni, Fratelli d’Italia, che per il momento non si è esposto sull’argomento da un lato per non creare attriti all’interno della maggioranza, dall’altro per non prendere una decisione che potrebbe, elettoralmente, spostare consensi verso Salvini. Tommaso Foti, capogruppo di FdI alla Camera, in un’intervista a La Stampa il 19 agosto ha dichiarato: «la legge sulla cittadinanza non è nella nostra agenda. Se è un’emergenza come le opposizioni dicono, perché non sono intervenute quando erano al governo? Vorrei ricordare che in termini di concessione della cittadinanza siamo al primo posto in Ue», aggiungendo il suo disappunto verso la creazione di aspettative ingiustificate nei cittadini, specificando che, ad ogni modo, qualsiasi decisione potrà essere presa solo la definizione della legge di bilancio per il 2025.
All’interno dell’opposizione, seppur con alcune peculiarità anche piuttosto profonde, il fronte sembra coeso e condivide la necessità di modificare le regole per la cittadinanza.
La linea del Partito Democratico traspare, oltre che dalle parole della segretaria – come aveva già dichiarato nella mozione congressuale presentata per partecipare alle primarie del partito, dove scriveva “nell’Italia che immaginiamo la cittadinanza non è un privilegio riconosciuto per sangue, ma il segno di appartenenza a una comunità democratica aperta, solidale, inclusiva attraverso l’approvazione di una legge sullo ius soli” – anche nel programma elettorale per le elezioni europee di giugno scorso dove veniva posto l’obiettivo di “una riforma della cittadinanza che garantisca lo ius soli”. Linea condivisa anche da Alleanza Verdi-Sinistra che durante la campagna elettorale del 2022 aveva proposto l’introduzione dello “ius soli” in Italia.
La prima distinzione tra le opposizioni la rappresenta il Movimento 5 Stelle che, seppur a favore di una modifica alla norma, non appoggia lo “ius soli”, preferendo lo “ius scholae”, il 18 agosto sul Corriere della Sera Giuseppe Conte ha sostenuto che lo “ius soli” attribuirebbe “la cittadinanza a chi, anche occasionalmente, nasce su suolo italiano, senza alcuna considerazione per i necessari processi di integrazione” mentre secondo il leader pentastellato bisognerebbe approvare una legge “che condiziona l’acquisizione della cittadinanza al compimento di un intero ciclo di studi per quei bambini nati o arrivati in Italia entro i 12 anni d’età”.

Per quanto riguarda Azione e Italia Viva i due leader Carlo Calenda e Matteo Renzi hanno condiviso con l’opposizione l’idea di dover modificare la legge che regola la cittadinanza, anche in questo caso si legge nel programma politico del 2022 (quando i due partiti erano alleati) la proposta di concedere la cittadinanza a chi avesse frequentato “per almeno cinque anni un percorso di formazione in Italia” e “a tutti gli studenti stranieri che hanno svolto e completato gli studi universitari” nel Paese.
Da +Europa invece tramite social il 14 agosto il segretario Riccardo Magi ha sostenuto il “bisogno di una nuova legge sulla cittadinanza perché quella attuale è semplicemente anacronistica: risale ai primi anni Novanta e non tiene conto della mutata società italiana e soprattutto dell’inverno demografico che tutta l’Europa sta attraversando”, aggiungendo di essere a lavoro per la presentazione di un referendum abrogativo per cancellare alcune parti della legge sulla cittadinanza.
Ma è davvero facile ottenere la cittadinanza italiana?
Come traspare dalle parole di Foti la politica si divide anche tra chi reputa già larghe le maglie che consentono di ottenere la cittadinanza italiana e tra chi invece vede la norma in vigore come estremamente stretta.
Dai dati Eurostat emerge che nel 2022 in Italia è stata concessa la cittadinanza a quasi 214mila persone e questo è il numero più alto, in valore assoluto, tra i 27 Stati dell’Unione. Se però il numero di cittadinanze rilasciate si mette in rapporto al numero degli abitanti del Paese, l’Italia scivola al quinto posto dietro a Svezia, Lussemburgo, Belgio e Spagna. In termini pratici nel 2022 è stata concessa una cittadinanza per ogni 3620 cittadini residenti in Italia.
Nonostante il valore assoluto più alto a livello europeo, poi, in Italia la legge per concedere la cittadinanza non è particolarmente generosa e, anzi, secondo varie organizzazioni indipendenti, l’Italia è tra i Paesi europei con i vincoli più severi.

Il centro di ricerca che si occupa di relazioni internazionali Barcelona Centre for International Affairs e il Migration Policy Group che si occupa di fenomeni migratori stilano l’indice che valuta le politiche di integrazione il Migrant Integration Policy Index (MIPEX). Tra i 56 Paesi analizzati c’è anche l’Italia, nei dati più recenti, relativi al 2019, l’Italia ha ottenuto un punteggio di 40 (l’indice va da 0 a 100) a proposito della concessione della cittadinanza, classificandosi al 14esimo posto in Europa. 13 Paesi dell’Ue, dunque, hanno politiche più favorevoli alla concessione della cittadinanza, dato confermato anche dal Global Citizenship Observatory, un osservatorio indipendente che analizza le leggi sulla cittadinanza e sui diritti elettorali in tutto il mondo.
di: Flavia DELL’ERTOLE
FOTO: ANSA/ETTORE FERRARI