I laburisti tornano al Governo dopo 14 anni con Keir Starmer, ma il Paese affronta una situazione economica e sociale difficile e persino il trono vacilla

We did it” dichiara Keir Starmer dopo la preannunciata vittoria del partito Laburista confermata alle urne il 4 luglio. Il nuovo premier britannico si impone sugli avversari con lo strabiliante risultato di 410 seggi conquistati, sui 650 complessivi della Camera dei Comuni. I conservatori si fermano a 118 e il primo ministro uscente, Rishi Sunak, non può far altro che ammettere la sconfitta e cedere lo scettro al successore. Il Regno Unito è stato richiamato al voto in quello che è forse il periodo più instabile della sua storia moderna. Il risultato di queste votazioni, in verità proprio per questo, non sorprende: fin dal momento in cui Sunak ha convocato le elezioni anticipate, rivendicando durante un intervento fuori da Downing Street di aver aiutato il Paese a uscire “dalle più grandi sfide dalla Seconda guerra mondiale”, dai contraccolpi della pandemia a quelli della guerra in Ucraina, il clima si è fatto teso; e nonostante i meriti rivendicati dallo stesso Sunak di fronte alla porta del numero 10, la Gran Bretagna è allo stremo: tanto da esser stata costretta a tornare al voto con 6 mesi di anticipo sulla scadenza naturale della legislatura. Il risultato conferma quanto già largamente ipotizzato dagli esperti internazionali: le promesse del premier conservatore, dalla stretta sull’immigrazione al calo dell’inflazione, non hanno convinto gli inglesi e a (quasi) nulla è valso l’intervento di Nigel Farage, il fondatore del partito di destra Reform Uk, che a meno di un mese dal voto aveva assunto la leadership e si era candidato ufficialmente per un seggio. Una scalata ostile la sua, che in pochissimo tempo si era portato a stretta vicinanza del partito di Sunak fino a superarlo in quella che è stata definita dallo stesso Farage una vera “rivolta politica”. L’uomo forte della destra inglese qualcosa, a onor del vero, l’ha ottenuta: un seggio dopo 7 tentativi falliti. Anche questo è un segno di qualcosa che cambia in Inghilterra mentre l’eco della sconfitta dei conservatori si è esteso a tutti i “volti noti” della politica britannica degli ultimi anni: Liz Truss ha perso il suo seggio nel Norfolk South West e la leader della Camera dei Comuni Penny Mordaunt è stata sconfitta a Portsmouth North. A trionfare senza alcun margine di errore è sicuramente lui, il candidato laburista sir Keir Starmer, che ha goduto fin da subito di una leadership ferma e rassicurante, rafforzatasi durante la campagna elettorale a suon di confronti televisivi accompagnati da gaffe e passi falsi di Sunak in testa ma a seguire anche di tutti gli altri membri del Governo. L’avanzata di Farage paradossalmente non ha aiutato la destra britannica: Farage, che è stato il leader della Brexit, colui cioè che ha effettivamente guidato il Regno Unito fuori dall’Unione Europea con tutte le conseguenze – economiche e sociali – che ne sono seguite, ha di fatto tolto seggi ai Tories agevolandone la disfatta. Reform Uk con il suo fondatore in testa ha basato tutta la campagna sull’obiettivo di “eliminare le sciocchezze woke” che “stanno bloccando” il Paese, “rendere la Gran Bretagna grande”, optare per una politica “immigrazione net zero, permettendo l’ingresso nel Paese solo dello stesso numero di migranti che lo lasciano” e “limitare l’ingresso solo a chi offre alti livelli di competenze”.

Senza urlare, senza avere paura: Londra chiama Starmer

Ma chi è il nuovo premier, pronto a prendere il timone di una Gran Bretagna debilitata ed economicamente stremata per traghettarla fuori – nelle speranze di chi lo ha votato – dalla peggiore crisi degli ultimi decenni? Classe 1962, Keir Starmer compirà a settembre 62 anni: è un avvocato specializzato in diritti umani e uno dei parlamentari più ricchi sedutosi a Westminster, ma proviene dalla working class. Europeista e moderato, ha ricevuto la nomina di baronetto dalla compianta Elisabetta II ma nel suo passato c’è uno scheletro, per così dire, “antimonarchico”. Negli ultimi tempi Starmer era stato soprannominato in Inghilterra “Pm in waiting”, vale a dire “primo ministro in attesa”: questo perché già prima della vittoria si comportava come se quel posto fosse ormai nelle sue mani. Nato a Londra da padre operaio e madre infermiera, è stato battezzato con il nome del fondatore del Labour – Keir Hardie, operaio, giornalista, segretario del sindacato minerario scozzese nel lontano 1906 – vista la fede politica di entrambi i genitori. Da giovane ha studiato diritto all’università di Leeds e si è specializzato al Saint Edmund Hall a Oxford, proprio nell’area dei diritti umani. La sua carriera è iniziata nel 1987 e 10 anni dopo la sua prima causa è stato l’avvocato pro bono di due attivisti ambientalisti che avevano fatto causa a McDonald’s, ed è comparso nel documentario McLibel di Ken Loach. Dal 2008 al 2013 è stato procuratore della Corona e nel 2014 è stato nominato, come anticipato, baronetto dalla regina Elisabetta per il suo lavoro come pubblico ministero al Crown Prosecution Service. Il salto dal tribunale a Westminster è avvenuto – o quantomeno è cominciato – nel 2015, quando è stato eletto membro della Camera dei Comuni alle elezioni generali del Regno Unito, chiaramente col Labour. Nel 2016 è stato nominato ministro-ombra per la Brexit dal leader laburista Jeremy Corbyn (che in questa tornata elettorale ha mantenuto il suo seggio nel Nord di Londra, questa volta come indipendente), ed è stato confermato al suo seggio nel 2017 e nel 2019. Proprio dopo le elezioni anticipate di quell’anno, nelle quali il partito laburista ha ottenuto il peggior risultato dal 1953, Starmer è stato nominato leader dei laburisti: era appena iniziato il 2020 e il nuovo capo dell’opposizione riceveva il 56,2% delle preferenze proprio mentre esplodeva la pandemia di Coronavirus. Starmer ha trionfato contro la sfidante principale, Rebecca Long Bailey, che si è fermata al 27%: la donna era molto vicina al leader uscente Corbyn. In gara c’era anche Lisa Nandy, che però ha ottenuto solo il 16% di preferenze. L’opposizione nel Regno Unito è un organismo vivente vero e proprio e ha valenza costituzionale. Il leader dell’opposizione è il rappresentante del principale partito politico che non è al Governo ed è solitamente il secondo partito più rappresentato alla Camera dei Comuni. Ma non solo: il leader dell’opposizione è considerato il primo ministro alternativo, il capo del “Gabinetto ombra”, e un membro del Consiglio privato. Al di là dell’impegno politico, Starmer è un grande appassionato di calcio, tifoso dell’Arsenal, ed è sposato con un’avvocata di fede ebraica, Victoria Alexander. La coppia ha due figli. Ambientalista e vegetariano, Starmer è salito agli onori della cronaca anche perché, secondo quanto riportato dal Sun, tra gennaio e agosto del 2020 sarebbe stato preso di mira da Fiona Harvey, la donna che ha ispirato la stalker Martha di Baby Reindeer. Starmer, che ha ricevuto da re Carlo III il mandato di formare il nuovo Governo, è ora chiamato a rimediare agli errori commessi dal suo predecessore. Abbiamo parlato del risultato delle elezioni in Inghilterra e di quello che può significare questo trionfo dei laburisti per il Paese con il massimo esperto italiano in tema di politica britannica, Antonio Caprarica.

Che significato ha per l’Inghilterra il risultato di queste elezioni, a livello politico e sociale?
«Quello inglese è stato il classico voto “contro”, perché ormai il ciclo politico dei conservatori dopo 14 anni era veramente arrivato alla fine e negli ultimi quattro anni soprattutto c’era stata un’accelerazione di questa “disfatta”, prodotto dell’improvvisazione, delle menzogne, della corruzione anche messa in campo dagli ultimi tre Governi che si sono succeduti. Il Paese è impoverito, smarrito, confuso, e queste elezioni sono stata l’occasione di dire finalmente un “no” con rabbia, con un risultato che spazza via il partito conservatore e crea una potente alternativa sulla sua destra. I laburisti infatti hanno ottenuto una maggioranza solidissima ma hanno davanti un elettorato estremamente volatile che tra cinque anni chiamerà Starmer a rispondere della cambiale in bianco che ha appena ricevuto. Lui non ha ancora spiegato cosa intende fare per restituire vita e credibilità al Paese e alle sue istituzioni, per far rinascere i servizi pubblici crollati, specie nel campo della sanità; gli inglesi gli hanno firmato una cambiale in bianco ma lui deve onorarla perché altrimenti ci si può aspettare di tutto. Sul fianco destro del partito conservatore ridotto ai minimi termini, come mai nella sua storia, esiste una opzione di destra radicale, populista, seppur mai come le destre estreme del Continente: un’opzione che davanti a un fallimento della sinistra potrebbe prendere il sopravvento».

Tra i gravosi compiti ora in mano a Starmer c’è la ricostruzione dei servizi pubblici, a partire dal National Health Service, fondato oltre 75 anni fa ma da tempo messo in crisi da problemi strutturali e organizzativi

Quali sono le sfide più gravose che Starmer dovrà affrontare?
«Sicuramente quella di rimettere in moto la crescita dopo la Brexit, che si è largamente ridotta rispetto alla media europea: l’UE è cresciuta mediamente del 24%, la Gran Bretagna del 6%; perciò ora Starmer dovrà rimettere in moto la produttività e la crescita – condizioni essenziali per produrre ricchezza – e rimettere in sesto i servizi pubblici a partire dalla sanità che per gli inglesi è un articolo di fede visto che sono stati loro a inventare il servizio nazionale sanitario ed è la cosa di cui vanno più orgogliosi. È questa la sfida principale su cui si deve cimentare Starmer, convogliando risorse e motivando lavoratori, tutte imprese non facili perché l’Inghilterra viene lasciata davvero con le tasche bucate da 14 anni di governo conservatore, con il debito pubblico cresciuto da 70 a 90% del PIL. Poi naturalmente c’è l’elefante nella stanza: gran parte di questi risultati negativi sono ascrivibili a quella scelta suicida che è stata la Brexit. Starmer ha mostrato cautela e prudenza nel non riesumare questo tema così divisivo, ma dovrà per forza intavolare nuovi rapporti con l’Ue, perché la Gran Bretagna ha bisogno più che mai di un ancoraggio solido».

Cosa potrebbe cambiare nella relazione con la Corona, che sta attraversando un momento tanto difficile?
«Viva Elisabetta avrebbe avuto poco peso la scelta del primo ministro. Oggi la situazione è diversa e l’atteggiamento del Governo e del primo ministro può fare la differenza nell’immagine che il trono occupa agli occhi dell’opinione pubblica. È importante che il nuovo premier si dimostri disponibile e che non abbia velleità o atteggiamenti di simpatia repubblicana. I rapporti di re Carlo III con Tony Blair erano pessimi ma la mia sensazione è che con Starmer le cose non andranno così: il nuovo premier è stato a suo tempo un leale servitore della Corona e un leale funzionario dello Stato quindi penso che i rapporti tra Starmer – molto misurato calmo – e il re saranno improntati a una simpatia e una cordialità che certamente non segnava i rapporti tra Carlo e Boris Johnson o Liz Truss. E questo servirà alla Corona perché servirà il rapporto con un Governo che mantiene un atteggiamento di ferma lealtà e che non fa trapelare ombre repubblicane in un momento in cui gli spiriti repubblicani in Inghilterra rialzano la testa».

Gli inglesi hanno fatto un atto di fede, insomma, e il loro nuovo primo ministro dovrà fare in modo di soddisfarli: l’alternativa è quella destra estrema e populista che sta prendendo piede sul Continente e che tallona Starmer; in questo caso, è doveroso dirlo, sarebbe difficile dire che “non è stata vista arrivare”.

Famiglia reale: Il destino dei Windsor e La Corona può ancora vincere?