di Flavia DELL’ERTOLE e Micaela FERRARO
Dietro il caldo record si celano problematiche più gravi dell’afa: i virus nascosti nel ghiaccio che si scioglie minacciano un mondo che deve cambiare
Afa, caldo africano, città da bollino rosso, anticiclone, siccità, morsa del caldo, temperature record, ondata di calore. Sono solo alcune delle parole che da anni compongono il leitmotiv – insieme al sempiterno mantra di bere molta acqua, mangiare frutta e non uscire nelle ore più calde – di ogni estate. Mentre gli allarmi maggiori sembrano concentrarsi particolarmente sulle temperature e i record che ogni anno si stabiliscono, le insidie che si nascondono dietro gli sbalzi climatici sono sempre di più, e sempre più feroci. L’incremento delle ondate di calore, infatti, unitamente alla diminuzione delle nevicate, sta accelerando il fenomeno dello scioglimento e del ritiro dei ghiacciai. A preoccupare non è solo il rischio che in un futuro nemmeno così lontano gli approvvigionamenti di acqua diventino sempre più complessi; potrebbero verificarsi anche fenomeni come l’aumento delle eruzioni dei laghi glaciali e delle valanghe di ghiaccio, il livello del mare potrebbe innalzarsi e questo potrebbe provocare l’inondazione delle aree costiere. Ma c’è anche di più: l’aumento delle temperature sta provocando lo scioglimento dei ghiacciai più longevi – Himalaya, Siberia – all’interno dei quali sono contenuti batteri e virus sconosciuti e potenzialmente forieri di nuove pandemie, per le quali la cosiddetta immunità di gregge potrebbe non essere che un cavillo.
Scioglimento dei ghiacciai e corrente del Golfo: Verso l’Era Glaciale
Se la prevenzione appare fondamentale, un ruolo da protagonista lo giocano tutte quelle organizzazioni che si occupano delle misurazioni del nostro Pianeta, tenendone monitorato lo stato di salute. A certificare la temperatura record globale, continentale ed emisferica è l’Organizzazione meteorologica mondiale delle Nazioni Unite, nella cui sede è presente l’archivio globale di condizioni meteorologiche e climatiche estreme; l’organizzazione registra i dati relativi a temperatura, pressione, precipitazioni, grandine, aridità, vento, fulmini e mortalità (legata alle condizioni meteorologiche).
Per la certificazione della misurazione record il processo è lungo e il controllo scientifico, in caso emergano difetti di misurazione o malfunzionamenti delle apparecchiature, fa decadere il primato. La prima fase di controllo che l’OMM mette in atto è quella di contattare il servizio meteorologico nazionale e l’ente che ha registrato il dato chiedendo la posizione esatta e l’attrezzatura utilizzata per la misurazione, oltre alla calibrazione e alle informazioni sulle condizioni meteorologiche regionali al momento della registrazione. A questo punto è la Commissione per la climatologia dell’OMM a effettuare una prima valutazione insieme al relatore dell’Organizzazione per le condizioni meteorologiche e climatiche estreme e direttore dell’archivio dei documenti, il professore di scienze geografiche presso l’Arizona State University, Randall Cerveny. Questi dati vengono allora analizzati da un gruppo internazionale di scienziati atmosferici che invia a Cerveny delle raccomandazioni per il verdetto finale. L’archivio diretto da Cerveny è nato nel 2007 e analizza anche i dati precedenti alla sua fondazione, correggendone alcuni, come accaduto per il record della temperatura mondiale risalente al 1922 registrato nell’attuale Libia (58°C) che dopo due anni di studio è stato invalidato a causa della scoperta di cinque valori non attendibili. Sconfessato il dato in questione la temperatura massima raggiunta dalla Terra è quella registrata il 10 luglio 1913 a Furnace Creek, nella Death Valley, 56,7°C, mentre del 2020 è il record di temperatura per il Continente antartico che ha toccato i 18,3°C il 6 febbraio. L’obiettivo dell’Organizzazione meteorologica mondiale è quello di studiare le condizioni estreme così da poter studiare il cambiamento climatico e, soprattutto, la sua rapidità. Le informazioni che l’OMM ottiene, inoltre, sono fondamentali per una pianificazione sanitaria e di ingegneria civile, ma anche per cercare di decifrare il futuro che la crisi climatica in atto prospetta per questo Pianeta. Secondo i dati rilevati dal programma di osservazione della Terra dell’Unione europea, Copernicus, l’anno più caldo mai registrato è il 2023, come si legge nel comunicato del 9 gennaio 2023 “le temperature globali senza precedenti registrate a partire da giugno hanno portato il 2023 a diventare l’anno più caldo mai registrato, superando di gran lunga il 2016, il precedente anno più caldo”, ma anche l’anno in corso ha già drammaticamente raggiunto diversi record. Il maggio 2024, sempre secondo i dati di Copernicus, è stato il maggio più caldo mai registrato con una temperatura media globale dell’aria superficiale superiore alla media del periodo 1991-2020 di 0,65°C. Inoltre, secondo i dati elaborati dall’OMM e dall’Ufficio Meteorologico del Regno Unito per redigere l’Annual to Decadal Climate Prediction Update, uno dei prossimi cinque anni sarà il più caldo di sempre, più del 2023. Antonio Guterres, segretario generale delle Nazioni Unite, ha dichiarato: «nell’ultimo anno, ogni svolta del calendario ha visto aumentare le temperature. Il nostro pianeta sta cercando di dirci qualcosa. Ma sembra che non stiamo ascoltando. Stiamo frantumando i record globali della temperatura e raccogliendo la tempesta. È tempo di crisi climatica. Ora è il momento di mobilitarsi, agire e dare risultati».

La necessità di agire è confermata dai risultati degli studi condotti negli ultimi anni dagli specialisti di varie parti del Pianeta. Un team di ricercatori di Ottawa, Canada, ha dimostrato come stiano cambiando i sedimenti del lago Hazen, dove confluiscono acque provenienti da ghiacciai perenni che si stanno sciogliendo; nel permafrost dell’Himalaya sono stati rinvenuti virus potenzialmente pericolosi per l’uomo, e dalla Groenlandia arriva l’allarme più grande, perché è in questa zona che i ghiacciai si sciolgono a velocità più sostenuta. Ne abbiamo parlato con il professor Alessandro Miani, presidente della Società Italiana di Medicina Ambientale (SIMA).
Professor Miani, quali sono i rischi più grossi derivanti dallo scioglimento dei ghiacciai?
«Il problema maggiore creato dallo scioglimento del ghiaccio marino e dei ghiacciai perenni ad oggi è quello legato da un lato alla perdita di habitat per gli animali selvatici e dall’altro alla diminuzione di riserve di acqua dolce, oltre che ovviamente all’innalzamento del livello del mare. La presenza in queste acque di microrganismi, virus, batteri antichi che sono ibernati da migliaia di anni è qualcosa che si è scoperto più di recente, ed è sotto monitoraggio costante della comunità scientifica internazionale. Vengono fatti campionamenti periodici di queste acque, i microrganismi trovati vengono studiati e solo in certi casi vengono riportati in vita in laboratorio, per verificare la loro capacità patogena e quindi per studiare già con largo anticipo potenziali rimedi. Quello che preoccupa è che in futuro questi territori inizieranno ad essere abitati da animali di più piccola taglia e anche la presenza dell’uomo aumenterà: potrebbe dunque verificarsi più facilmente il fenomeno dello spillover».
Ha citato l’ipotesi dello spillover: di cosa si tratta, esattamente?
«Lo “spillover” è il salto di specie, ossia il passaggio di un patogeno da una specie ospite ad un’altra. Questo può avvenire per contatto, per via alimentare, per aerosol contaminato, ossia “via aria” o tramite insetti vettori come la puntura di un insetto. Quando gli animali entrano in contatto con un virus e ne diventano portatori sani possono trasmettere questo virus all’essere umano che può diventare il “serbatoio” per la riproduzione del virus che finirebbe per dilagare dando vita a epidemie. La pericolosità dello spillover è data anche dal fatto che i virus continuano a mutare perché si adattano al nuovo organismo e a nuove condizioni; noi ovviamente non abbiamo lo stesso tempo e la stessa capacità, avendo un organismo molto complesso».
Quali sono le zone del mondo più a rischio?
«Per quanto riguarda lo scioglimento dei ghiacciai, la zona più a rischio è quella del permafrost artico. Se parliamo invece del rischio legato all’innalzamento delle acque, sono in pericolo tutte le zone costiere con particolare accenno a tutti gli atolli per esempio del Pacifico, che rischiano di essere completamente sommersi. Si prevede infatti che ci sarà un innalzamento medio di un metro del livello degli oceani entro la fine del secolo. I danni comunque saranno notevoli anche nel nostro Paese: l’Italia ha migliaia di chilometri di costa e con l’innalzamento delle acque il problema non sarà soltanto la perdita di battigia ma anche mettere in sicurezza gli insediamenti costieri».
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Una domanda utopica: cosa si dovrebbe fare, nell’immediato, per porre rimedio a tutto questo?
«I Paesi di tutto il mondo dovrebbero indirizzarsi subito verso una reale transizione energetica che preveda l’abbandono del fossile a favore di energie rinnovabili, perché i combustibili fossili sono ancora la causa principale delle emissioni di gas climalteranti. Oggi possiamo solo contenere i danni e per farlo evitare che la temperatura del Pianeta non si innalzi oltre un grado centigrado anche se già molte previsioni ci dicono che c’è il rischio reale che questo limite sarà superato. Dall’era pre-industriale ad oggi l’uomo ha accelerato il cambiamento climatico che è un fenomeno che è in corso da milioni di anni e questa accelerazione sta portando ad un aumento di intensità e ad una maggior frequenza di fenomeni estremi. A livello di singoli cittadini possiamo contribuire nel nostro piccolo alla sua mitigazione riducendo gli sprechi e cercando di condurre uno stile di vita più sostenibile per impattare meno sul nostro Pianeta».
La crisi climatica nasconde, insomma, più insidie di quelle a cui siamo più abituati a pensare. I danni più grandi non sono soltanto quello economico, seppur estremamente rilevante, e ambientalistico: soprattutto a preoccupare è l’impatto sulla salute degli esseri umani, a partire dalle popolazioni che vivono nelle zone più povere e colpite del mondo. Se la necessità di cambiare è evidente, meno chiare sono le modalità tramite cui farlo. L’impatto del singolo individuo conta, ma quanto potrà valere se non sarà coadiuvato dalle scelte politiche dei “grandi” del Pianeta? Ai posteri l’ardua sentenza.
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