thailandia premier governo PAETONGTARN SHINAWATRA

La dinastia Shinawatra torna al potere, firmando una contestata tregua con la monarchia e i militari. Thaksin scommette sulla figlia Paetongtarn: ma cosa rischia?

Scorrendo nell’alveo di una monarchia integerrima e militare, i flutti sbattuti tra le pareti di una democrazia convulsa, il fiume del potere in Thailandia sembra inquieto, ma non può che scorrere verso la solita direzione. Il re Vajiralongkorn ha investito il nuovo premier del Paese nominando Paetongtarn Shinawatra, discendente della famiglia più famosa e controversa del Paese. La 37enne, figlia dell’ex primo ministro e magnate thailandese Thaksin Shinawatra, riceve lo scettro del potere ma non la fiducia di un popolo.

Per capire meglio chi è Paetongtarn, (soprannominata Ung Ing) bisogna risalire l’albero genealogico della sua famiglia, a partire proprio dal padre Thaksin, miliardario nel settore delle telecomunicazioni e già proprietario del Manchester City. Dal 2001, anno della sua ascesa pubblica, Thaksin Shinawatra ha rappresentato il centro di gravità permanente della politica thailandese, spaccando il Paese in due, da un lato i sostenitori del suo partito, dall’altro le fazioni più vicine alla monarchia e ai militari che la rappresentano, in un dualismo non sempre netto e anzi spesso e volentieri meticcio.

La neoeletta prima ministra thaiandese Paetongtarn Shinawatra abbraccia suo padre Thaksin Shinawatra dopo aver ricevuto l’investitura del commando militare (EPA/RUNGROJ YONGRIT)

Ascesa e cadute della dinastia Shinawatra

Nel 1998 Thaksin aveva fondato il Thai Rak Thai, una sorta di macro-piattaforma elettorale di centrodestra e dallo spiccato accento populista, e con essa aveva governato dal 2001 al 2006 fino a che un colpo di Stato guidato dalla Monarchia e perpetrato da giudici non aveva rovesciato il suo Governo e dissolto il suo partito. Al suo posto aveva tentato di prendere le redini, senza successo, il cognato Somchai Wongsawat, anch’esso poi accusato di frode elettorale.

La nuova premier thailandese Paetongtarn Shinawatra (al centro), a sinistra suo padre Thaksin Shinawatra e a destra l’ex primo ministro Srettha Thavisin in posa davanti al ritratto del Re dopo l’investitura EPA/THE PHEU THAI PARTY

Così, fino al 2011 e senza effettiva investitura popolare, il Governo viene affidato al leader del Partito Democratico (conservatore e filo-monarchico) Abhisit Vejjajiva. Il vero vincitore delle elezioni, il People’s Power Party che perseguiva il progetto politico del disciolto Thai Rak Thai, era infatti stato estromesso dalle elezioni e disciolto a sua volta. Thaksin, nel frattempo, è in esilio all’estero e cura i suoi affari, ma si è tutt’altro che arreso. Nel 2011 è sua sorella Yingluck a salire al Governo, prima donna premier nella storia del Paese. Nel frattempo la piattaforma di Thaksin si ricostituisce nel Pheu Thai Party, ma passano appena tre anni prima che la Corte Costituzionale deponga anche lei, questa volta con l’accusa di abuso di potere politico a scopi personali. Questa volta le piazze non ci stanno: le cosiddette camicie rosse del Fronte Unito per la Democrazia organizzano vaste e violente proteste a cui i militari, senza esitazioni, rispondono con un colpo di Stato, il 12esimo dalla fine della monarchia assoluta nel 1932.

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Il comandante capo dell’esercito Prayuth Chan-ocha prende il controllo del Governo ad interim, sopprime la Costituzione, impone il coprifuoco, vieta gli assembramenti. Con un Parlamento provvisorio, composto perlopiù da esponenti dell’esercito e della polizia, la Thailandia si trascina fino al 2019 senza nemmeno indire le elezioni. Quando il Paese torna alle urne, è ancora il Pheu Thai Party a vincere, anche se la giunta non ne riconosce il risultato e conferma Prayuth, ancora fra ingenti proteste e mobilitazioni anti-governative e anti-militariste, soprattutto dei giovani. Di nuovo, il Partito di Thaksin si fa aggregatore di proteste costituendosi più come soggetto e fenomeno di massa che non come guida politica. Nel frattempo, bisognerà aspettare il 2023 per un voto popolare che finalmente mescoli le carte. Sì, ma come?

Da Srettha a Ung Ing

Anche le elezioni del 2023 in Thailandia sollevano dubbi di legittimità e proteste: i principali partiti di opposizione, nell’ordine il Kao Klai e il Pheu Thai, si aggiudicano la vittoria mentre i Partiti filo-militari vengono messi all’angolo. Il Kao Klai (ex Partito del Futuro Nuovo) di Pita Limjaroenrat in particolare si distingue per la sua agenda progressista, liberale e anti-monarchica: su tutte, spicca la proposta-simbolo del progetto di opposizione che vorrebbe abolire la legge per cui criticare la monarchia è reato. È proprio la lesa maestà a giocare un ruolo centrale nelle polemiche post-voto, quando impazzano le proteste antimonarchiche di cui diventano simbolo le Papere gialle. Qualcosa che la giunta e il vecchio establishment non possono tollerare. Poco importa: i golpisti hanno ancora il Senato dalla loro parte (i membri nominati dall’esercito non vengono rinnovati alle elezioni). Così, nonostante il primo posto raggiunto dal Partito e la popolarità di Pita, in cima a tutte le classifiche dei consensi, il Senato boccia la sua nomina bannandolo dalla vita pubblica per 10 anni e costringendolo all’esilio volontario negli USA dove è assegnista all’Università di Harvard. «Aspetterò che venga il mio tempo, sapete quanto ancora voglio portare il cambiamento in Thailandia».

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Manifestanti protestano con le papere gialle, divenute simbolo antimonarchico e anti-repressione (EPA/RUNGROJ YONGRIT)

Gli Shinawatra perdono un potenziale alleato, ma ancora una volta si rendono capaci di un inaspettato numero di prestigio ribaltando le carte a loro favore. Cacciato Pita, il Pheu Thai annuncia un’alleanza con un’ampia coalizione da cui il Kao Klai viene escluso, mentre vi prendono parte i Partiti facenti capo ai militari. Gli stessi che avevano favorito il golpe contro Yingluck nel 2014. Quello del Pheu Thai è un gesto di trasformismo estremo, mal digerito dai suoi stessi elettori, ma è anche la mossa furba di chi non ha mai disdegnato i compromessi. Il punto è: togliere il potere a un sistema dispotico e antidemocratico per redistribuirlo al popolo, o semplicemente rubarglielo? La risposta, forse, non è solo nelle contraddizioni mai risolte di un partito di massa così ampio e dunque così polarizzato anche al suo interno, ma va invece ricercata nella salute globale di una democrazia tenuta al cappio dalle sue stesse istituzioni.

La dinastia gioca la sua carta e fa nominare dal Parlamento Srettha Thavisin, neofita della politica e magnate dell’immobiliare di lusso, nonché naturalmente amico di Thaksin. È un vero e proprio colpo di scena che porta “realisti, generali e vecchie famiglie benestanti che da tempo esercitano influenza sui governi e sulle istituzioni thailandesi” ad assicurare un incredibile sostegno alla famiglia Shinawatra e ai suoi partner commerciali. Il Governo di Srettha dura meno di un anno, anch’esso caduto sotto la scure della Corte Costituzionale, dopo aver fatto da apripista per il ritorno in patria di Thaksin. Dopo 15 anni, il magnate torna in Thailandia pronto a scontare la pena inflittagli, ridotta per l’occasione da 8 anni a 12 mesi.

Srettha, come detto, viene destituito per aver nominato fra i suoi collaboratori Pichit Chuenban, reo di essere stato accusato di correzione nel 2008 e di aver scontato un breve periodo in carcere. È ancora un giudice a dettare la strada e, paradossalmente, a spianarla al vecchio nemico numero uno, Thaksin, che con un colpo di tacco completa la magia e fa eleggere sua figlia Paetongtarn.

Paetongtarn: la svolta?

Eccoci tornati ai giorni nostri. Cosa aspettarsi allora da questo Governo? Secondo i media è probabile che Paetongtarn possa perseguire il programma già collaudato dal Partito, a partire dalle riforme economiche per abbassare i tassi d’interesse e togliere autonomie alla Banca Centrale, ma anche promuovendo misure per le classi più basse. La strada tracciata assume una forma di sicurezza e di continuità di governo ma l’inesperienza della premier è comunque dimostrazione di un problema di rappresentanza politica che il Paese non ha mai davvero risolto.

La prima ministra della Thailandia Paetongtarn Shinawatra in conferenza stampa nella sede del Partito Pheu Thai (© Peerapon Boonyakiat/SOPA Images via ZUMA Press Wire)

Nel suo pronunciare le promesse di rito, Paetongtarn assicura l’indipendenza del suo percorso politico rispetto alla propria famiglia e l’assenza, perlomeno informale, del padre da qualsiasi ruolo d Governo, anche se “potrei chiedergli qualche consiglio“. Di tutte le rassicurazioni fatte, spicca la meno convincente: “nessuno vuole ripetere ciò che è successo a mio padre e mia zia” garantisce, forte di una rinnovata sintonia fra la Monarchia e suo padre ma forse poco attenta alla storia. L’impressione ormai è che, a furia di colpi di stato e sentenze, “siamo in un circolo vizioso e ci sembra che stiamo andando da qualche parte ma in realtà ci ritroviamo sempre nello stesso punto” accusava Pita, secondo cui “confondiamo un movimento con il progresso“.

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Alle critiche del leader dell’opposizione si uniscono 134 fra accademici ed esperti legali thailandesi, ben consapevoli dei rischi che porta con sé una Corte che travalica la propria giurisdizione con sentenze politicamente motivate; senza contare il ruolo della Commissione anti-corruzione, un apparato poco più che appendice del potere monarchico capace di impedire.

Di fronte a un apparato istituzionale che non lascia nulla al caso, figuriamoci alla volontà di qualcun altro, è anche l’impreparazione di Paetongtarn a preoccupare i thailandesi. Terzultima figlia del miliardario del telco, fino al 2022 la 37enne si era dedicata al management delle proprietà alberghiere e turistiche dell’impero di famiglia: «my passion is hotel» spiegava in un’intervista. È stata la nascita del suo primogenito, a sua detta, a spingerla verso la politica, per “rendere la Thailandia un posto vivibile per mio figlio“.

Ciò che è certo è che la dinastia Shinawatra ha inaugurato il suo ritorno da protagonisti con un tradimento, nei confronti innanzitutto del proprio elettorato, oltre che della propria storia. Da un lato, evidenzia l’analista politico Yuttaporn Issarachai interrogato dall’Afp, Paetongtarn è riuscita a fare leva sui più giovani, anche grazie al suo standing da simil-influencer. Dall’altro, sarà difficile ignorare che il Partito più votato è stato semplicemente estromesso dal ruolo che gli spettava, così come “sarà difficile prendere le distanze dall’influenza dei conservatori e dei militari“. Tanto più se la propria sopravvivenza è legata alla loro volontà.

di: Marianna MANCINI

FOTO: ANSA/Adryel Talamantes/ZUMA Press Wire)