Dopo le dimissioni della prima ministra Sheikh Hasina, il Premio Nobel per la Pace Muhammad Yunus è stato nominato capo del governo ad interim
[In copertina la residenza ufficiale del presidente del Bangladesh, chiamata “Bangabhaban”, dove il Premio Nobel Muhammad Yunus ha prestato giuramento come capo del governo ad interim – ANSA/EPA/MONIRUL ALAM]
Cosa succederà in Bangladesh? Non è una domanda dalla risposta semplice e immediata, e forse potrebbe sembrare ingenuo porla in questo momento, ma viene spontanea di fronte a quanto sta accadendo nel Paese. La prima ministra Sheikh Hasina si è dimessa e a guidare il governo di transizione sarà l’economista e banchiere Muhammad Yunus, Premio Nobel per la Pace nel 2006 e ideatore del microcredito moderno.
Ma andiamo con ordine. Lunedì 5 agosto Hasina, leader dell’Awami League, al potere ininterrottamente dal 2009, si è dimessa in seguito alle proteste antigovernative che da oltre un mese scuotevano il Bangladesh. Le manifestazioni erano scoppiate per contestare il sistema di assegnazione delle quote degli impieghi pubblici, considerate discriminatorie dagli studenti, dato che il 30%, era riservato ai familiari dei reduci della Guerra di liberazione del Bangladesh del 1971, in seguito alla quale il Pakistan Orientale divenne il Bangladesh indipendente. Il 21 luglio la Corte Suprema aveva rivisto il sistema, riducendo la quota destinata ai familiari dei veterani al 5%. Le mobilitazioni, però, erano continuate in tutto il Paese, allargandosi ad altre fasce della popolazione. Ed erano state duramente e violentemente represse: nel momento in cui scriviamo si parla di oltre 300 vittime – ma il numero reale potrebbe essere molto più alto – e circa 11mila arresti.
Ti potrebbe interessare Il Bangladesh brucia (ancora)
Hasina ha, poi, lasciato il Paese in elicottero insieme alla sorella per raggiungere l’India. Subito dopo il capo di Stato maggiore dell’esercito Waker-Uz-Zaman aveva dichiarato che sarebbe stato formato un governo ad interim, senza specificare chi lo avrebbe guidato. Il movimento degli Studenti contro la discriminazione (conosciuto anche come Students Against Discrimination), che ha dato il là alle proteste, si era subito opposto, affermando che non avrebbe mai accettato un esecutivo formato da militari. In un video diffuso sui social Nahid Islam, uno dei coordinatori del movimento degli studenti, poneva un ultimatum e richiedeva lo scioglimento del Parlamento. Scioglimento che è, poi, avvenuto.
Contrari al governo militare anche 21 personaggi noti in Bangladesh, tra cui attivisti per i diritti e avvocati, secondo i quali il ruolo dei militari non è quello di guidare un Paese, bensì quello di proteggerlo da minacce esterne. L’influenza militare sulla politica, d’altronde, è parte della storia del Bangladesh.
Il presidente del Bangladesh Mohammed Shahabuddin ha nominato alla guida dell’esecutivo di transizione Muhammad Yunus, proposto dai manifestanti. La decisione è arrivata durante un incontro tra il presidente Shahabuddin, i coordinatori del collettivo degli studenti e alti dignitari dell’esercito. L’economista ha affermato di aver accettato: guiderà il governo ad interim per tre mesi, fino a quando non saranno indette nuove elezioni. «Considerati i sacrifici degli studenti, soprattutto di quelli che hanno perso la vita per la liberazione della nostra nazione non sono nella posizione di dire no» ha dichiarato Yunus, prima di ritornare in Bangladesh da Parigi, dove era impegnato in una consulenza per gli organizzatori delle Olimpiadi, oltre a invitare alla calma. Appena atterrato nella Capitale Dacca ha affermato: «Oggi è un giorno glorioso per noi. Il Bangladesh ha creato un nuovo giorno di vittoria attraverso la sua rivoluzione. Dobbiamo andare avanti più forti». Lo stesso giorno, giovedì 8 agosto, ha giurato come nuovo capo del governo ad interim. C’è, poi, un’altra grande novità: per la prima volta due coordinatori del movimento degli studenti, Asif Mahmud Sajib Bhuiyan e lo stesso Nahid Islam, sono stati nominati consiglieri del governo. Tra gli altri membri del governo ad interim ci sono ex diplomatici, attivisti per i diritti umani, avvocati, ricercatori e ricercatrici. In realtà come vedremo, questo non significa aver arginato completamente il potere militare.
Nel frattempo Shahabuddin ha ordinato la scarcerazione di Khaleda Zia, leader del Partito Nazionalista del Bangladesh (BNP) all’opposizione e storica rivale politica di Hasina. Zia si trovava agli arresti domiciliari dopo essere stata condannata a 17 anni di reclusione per corruzione nel 2018. Khaleda Zia è stata la prima donna a ricoprire la carica di prima ministra in Bangladesh: prima dal 1991 al 1996, poi dal 2001 al 2006. Ha assunto la guida del BNP dopo la morte del marito, il presidente del Bangladesh Ziaur Rahman (Zia ur-rahman), ucciso nel 1981 durante un fallito tentativo di golpe da parte dell’esercito. Oltre a quella di Zia, il presidente ha disposto la scarcerazione dei manifestanti arrestati durante le proteste.
Nel frattempo l’esercito ha revocato il coprifuoco e deciso per la riapertura delle scuole.

Chi è Muhammad Yunus
Economista, banchiere, fondatore della Grameen Bank, Premio Nobel per la Pace nel 2006, ideatore del microcredito moderno: Muhammad Yunus si appresta a guidare questa fase di transizione che potrebbe segnare un nuovo corso politico per il Paese.
Nato nel 1940 nel villaggio di Bathua, nel distretto di Chittagong, da una famiglia musulmana, si laurea prima in Economia all’Università di Dacca per poi conseguire un dottorato nella stessa disciplina all’Università di Vanderbilt a Nashville, negli Stati Uniti. Nel 1974 una violentissima inondazione colpisce il Bangladesh, alla quale segue una grave carestia che causa la morte di migliaia di persone. Il Paese è da sempre soggetto a catastrofi naturali che si intrecciano alla povertà strutturale. Yunus prende consapevolezza del fatto che la povertà non è “colpa” delle persone povere, non ha a che fare con una supposta “indolenza”, ma dipende dalla mancanza di supporto da parte delle istituzioni finanziarie. E dalla mancanza di possibilità. Il professore, per sua stessa ammissione, decide di allontanarsi dalla teoria economica per approdare alla pratica, alla realtà. E concepisce e testa un’altra forma di prestito, il microcredito. Si tratta, sostanzialmente, di un prestito di piccola entità. Questo strumento ha, in realtà, radici antiche, che risalgono al XV secolo, ma Muhammad Yunus può essere considerato l’ideatore del microcredito moderno, nella sua applicazione attuale. Tutto nasce da un prestito di 27 dollari statunitensi a un gruppo di donne del villaggio di Jobra attive nella lavorazione di mobili in bambù, i cui guadagni, però, sono risicatissimi.
Nel 1976 il professor Yunus fonda la Grameen Bank (“Banca del villaggio”), che si occupa di microfinanza e che, per prima, eroga prestiti a persone definite “non bancabili”, che non riescono ad accedere a prestiti tramite il sistema bancario tradizionale perché non possono offrire alcuna garanzia, sottraendole dalla morsa dell’usura e della povertà. Un sistema che ha impattato positivamente sulle comunità e sull’emancipazione femminile. Yunus e la Grameen Bank sono, poi, andati oltre il microcredito, occupandosi di microfinanza in generale e nel 2006 hanno vinto congiuntamente il Premio Nobel per la Pace.

Nel 2007 l’economista fonda il partito politico Nagorik Shakti (“Potere ai cittadini”), nel mezzo di una fortissima crisi politica nel Paese, con scioperi generali e attentati, ma la formazione viene sciolta dopo pochi mesi. Negli anni successivi Yunus è stato coinvolto in diverse vicende giudiziarie e fortemente criticato dall’allora prima ministra Sheikh Hasina. Nel 2010 l’economista viene accusato di sottrazione di fondi in seguito al documentario Caught in Micro Debt realizzato dalla televisione norvegese. Secondo le accuse, il professore e la Grameen Bank avrebbero dirottato circa 100 milioni di dollari donati dalla Norvegia verso un’altra attività che nulla aveva a che fare con la banca. Il governo norvegese avvia un’indagine al termine della quale il professore viene assolto. Da allora si è sviluppato un dibattito intorno al microcredito, soprattutto per i tassi di interesse molto elevati che alcune aziende private impongono.
Lo scorso gennaio è stato condannato a sei mesi di carcere per presunte irregolarità legate all’organizzazione non profit Grameen Telecom, di cui era presidente. Secondo le accuse – sempre respinte da Yunus e che i suoi sostenitori hanno descritto come motivate politicamente – l’organizzazione non avrebbe rispettato la legge sul lavoro e gli obblighi contrattuali nei confronti dei dipendenti. L’economista è stato, poi, rilasciato su cauzione.
Già in precedenza molte personalità note a livello internazionale avevano sostenuto apertamente Yunus e, nell’agosto 2023, oltre 170 tra leader internazionali e Premi Nobel avevano sottoscritto un appello per chiedere la fine delle cause legali contro di lui, che avevano descritto come “persecuzioni giudiziarie”. Tra i firmatari vi erano l’ex presidente degli Stati Uniti Barack Obama e l’ex segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki-moon.
E ora?
Ora Muhammad Yunus si trova a guidare il Paese in questa nuova, delicata fase di passaggio. Il Bangladesh arriva qui dopo proteste (non certo le uniche nella sua storia) che si sono allargate sempre più, fino a chiedere un cambiamento sistemico, radicale. E dopo cinque – quattro consecutivi – governi guidati da Sheikh Hasina che, sebbene dapprima si fosse schierata contro le dittature, avesse sostenuto politiche favorevoli alle donne e alle persone più povere e avesse favorito la crescita economica del Paese, è, poi, diventata, secondo i suoi oppositori ma anche secondo alcune associazioni internazionali, sempre più autoritaria. Un Paese, il Bangladesh, che deve vedersela con la disoccupazione elevatissima e frequenti disastri naturali.
Abbiamo chiesto un commento a Marzia Casolari, Professoressa Associata di Storia e Istituzioni dell’Asia all’Università di Torino.
«I manifestanti di fatto non hanno potere – ci dice subito Casolari – nel senso che sono dei consiglieri al capo dei quali c’è Yunus, che è a sua volta consigliere supremo, ma chi detiene il potere sono i militari, che sono la potenza assoluta in Bangladesh da sempre, sono uno dei due grandi poteri forti del Bangladesh insieme a quello politico, il resto conta relativamente. Hanno governato il Paese per più di 10 anni a fasi alterne. Fino al 2011 c’era una legge che prevedeva che prima di ogni elezione ci fosse un periodo di governo di garanzia a guida militare. Spesso questi governi di garanzia duravano a lungo, non avevano dei limiti specifici, se non l’arco temporale per organizzare le elezioni. Nel 2011 il governo della Lega Awami ha abrogato questa legge, che i militari non hanno gradito. [I militari] sono sempre lì, hanno fatto colpi di stato, sono stati responsabili dell’assassinio di Mujibur Rahman [il padre dell’ex prima ministra Sheikh Hasina e padre fondatore del Bangladesh, NdR], sono l’unico soggetto in grado di rappresentare una minaccia all’ordinamento democratico del Paese».
La situazione in cui si trova ora il Paese, come spiegava anche nell’articolo precedente, deriva da diversi fattori. «Vanno analizzate le cause della crisi di Sheikh Hasina. Da una parte la crescita economica, crollata da oltre il 9% nel 2022 a poco più de 3% nel 2023, e questo, ovviamente, ha avuto contraccolpi notevoli sull’economia del Paese – spiega Casolari – Poi l’età anagrafica di Hasina, oltre alla questione legata alle quote riservate ai discendenti dei veterani di guerra, che non rappresentano una componente forte come i militari o gli esponenti dell’Islam radicale, però sono un bacino di voti importante per la Lega Awami a cui Hasina non può rinunciare, quindi interpreto questa riluttanza a venire incontro alle richieste dei giovani come una forma di difficoltà nel sganciarsi da questa componente. Le elezioni sono avvenute da poco e sono state molto controverse: si è detto che si sono verificati brogli elettorali – cosa più che probabile – quindi il potere di Sheikh Hasina era piuttosto vacillante. Quindi è possibile che questa componente dei discendenti dei veterani di guerra in qualche modo la tenesse sotto scacco, la ricattasse politicamente, facendole presente che ha vinto le elezioni grazie al loro appoggio. Sono una voce molto forte, molto condizionante per il governo».
In tutto questo bisogna considerare anche il ruolo della Corte Suprema. «L’altro soggetto condizionante è la Corte Suprema che è indipendente dalla politica, giustamente, e legifera a sua discrezione – afferma la professoressa – Non so quale sia il margine di manovra del governo rispetto alla Corte Suprema, e quanto sia in grado di modificare o addirittura cancellare i provvedimenti assunti. Certamente, quello che è stato fatto era cercare una mediazione, infatti a luglio la Corte Suprema ha ridotto le quote riservate ai combattenti dal 60% al 5%. Nel 2018 ci furono altre proteste e in quell’occasione la Corte Suprema, probabilmente su pressione del governo, le cancellò del tutto. Io credo che siano da considerare un po’ le due cose, cioè l’autonomia della Corte Suprema, che decide a sua discrezione, e la pressione politica delle famiglie dei veterani di guerra, che sono una componente influente e autorevole della politica. Sicuramente le pressioni sulla Corte Suprema sono venute da loro e quindi si è creato un intreccio complicato».
La professoressa ha fatto, poi, una riflessione sulla condizione in cui si è trovata l’ex prima ministra Hasina, che ha paragonato a quella in cui si era trovato il padre Mujibur Rahman. «Il padre fu ostaggio dei suoi compagni di partito, come ha scritto Willem Van Schendel – che è stato uno dei pochi studiosi contemporanei del Bangladesh al mondo – in ‘A History of Bangladesh’. Van Schendel – spiega – ha descritto come i compagni di partito di Mujibur Rahman lo hanno tenuto di fatto sotto scacco, ricattandolo, chiedendo favoritismi di ogni tipo perché lo avevano sostenuto alle elezioni. Sheikh Hasina non è tanto ostaggio del suo partito ma è ostaggio di questa importante componente politico che si trova anche all’interno della Lega Awami e l’ha sostenuta politicamente ed elettoralmente: i combattenti e le loro famiglie sono strettamente legati alla Lega Awami».
La figura di Hasina ha attratto intorno a sé le polarizzazioni politiche del Paese (e non solo). «C’è questa personalizzazione della politica ma Sheikh Hasina non è una dittatrice. In Bangladesh c’è un Parlamento e ci sono dei ministri, quindi bisognerebbe ragionare in termini di governo. Certamente lei [Hasina] è accentratrice, sulla quale si sono molto polarizzate le critiche».
Ma in tutto questo, come potrebbe comportarsi l’india, Paese da sempre considerato di riferimento per il Bangladesh? «Secondo me l’India ha un ruolo molto ambiguo e ha molti interessi, addirittura i ‘complottisti’ affermano che l’uscita di scena di Sheikh Hasina faccia comodo a molti e che sia stata caldeggiata se non addirittura sostenuta dagli Stati Uniti. I rapporti di Hasina con gli USA e con Blinken, in particolare [Antony Blinken, il Segretario di Stato USA, NdR] per la questione della ‘democrazia’. E c’è da chiedersi il perché di questo. Il Bangladesh ha una posizione strategicamente molto importante: è sulla via della Cina, confina con il Myanmar nel Golfo del Bengala, è a cavallo tra Asia Meridionale e Asia Orientale, è un crocevia dal punto di vista geopolitico. Pare che gli Stati Uniti abbiano chiesto al governo del Bangladesh di poter costruire una base militare nel Golfo del Bengala ma Sheikh Hasina ha risposto di no perché suo padre non avrebbe mai concesso il territorio agli stranieri per uso miliare, una risposta coerente con il personaggio, ma anche comprensibile. Pare che questa posizione sia stata presa male dagli Stati Uniti. Questo c’entra perché l’India è il pilastro dell’Indo Pacific Partnership a guida americana che ha una funzione molto specifica, quella di contenere l’espansione cinese verso il Sud-est asiatico. Però, contemporaneamente gli Stati Uniti vorrebbero coinvolgere in questa rete di alleanze– che in questo momento si fonda su India, Stati Uniti, Giappone e Nuova Zelanda – il Bangladesh che, però, ha relazioni economiche e politiche importanti con la Russia e la Cina. L’India non si metterebbe mai in un piano di scontro con la Russia, ma con la Cina no. Quindi il Bangladesh in questo momento è una sorta di sassolino in una scarpa che può dare fastidio ai disegni geopolitici sia indiani, sia americani. Il problema è che l’India non può mettersi contro il Bangladesh – con cui coopera sul piano militare – proprio per la posizione in cui si trova quest’ultimo. Per questo l’India si trova tra due fuochi: da un lato è all’interno della Indo-Pacific Partnership, da un lato ha questo vicino che non si sa da quale parte stia. Il Bangladesh ha ottimi rapporti con i BRICS [Brasile, Russia, India e Cina, NdR] di cui l’India è parte, quindi è difficile abbandonare il Bangladesh perché nel caso in cui lo facesse la Cina avanzerebbe».
La professoressa Casolari ha analizzato anche la figura di Muhammad Yunus. «È un personaggio molto gradito all’Occidente, rappresenta un ceto politico che va molto di moda – ha dichiarato Casolari – perché è un intellettuale, influente, uno studioso importante, ha messo in piedi la Grameen Bank, la cui visione si è modificata ultimamente perché ha affrontato criticità di vario tipo, soprattutto legate agli enormi tassi di interesse che si applicano ai creditori, costringendoli addirittura in alcuni casi a indebitarsi. Tra Sheikh Hasina e Yunus c’era un attrito molto forte determinato dal fatto che quando Hasina si candidò alle elezioni del 2007, Yunus fondò il suo partito e lei questo non glielo ha mai perdonato. Pare che lo abbia perseguitato sul piano legale accusandolo di vari reati. Yunus ha 84 anni, un uomo intellettualmente brillante ma non ha esperienze politiche, è molto idealista e ha assunto questo incarico in modo molto disinvolto, quasi come se lo aspettasse, in qualche modo. E tiene insieme una compagine molto variegata, in cui ci sono gli studenti, esperti legali di alto livello, membri autorevoli. Però quello che manca in Bangladesh, e per questo si chiama Yunus, è una classe politica degna di questo nome. Questo è il vero problema di questo Paese. Il Bangladesh ha una componente sociale giovanile, importante, istruita, che ha studiato all’estero, proveniente dalle classi medio-alte, però in questi anni non è emerso un leader carismatico in grado ci competere con Hasina e di vincere delle elezioni».
C’è un altro aspetto. «Resta un grande interrogativo: che cosa sarà della Jamaat-e-Islami (la Lega Islamica), che in passato sono stati tra gli autori dei più efferati crimini durante la guerra civile e hanno collaborato con l’esercito pakistano contro lo stesso popolo – spiega la professoressa – Rappresentano una formazione dell’Islam politico piuttosto radicale premono per andare al governo ma non ci riescono perché sicuramente non possono allearsi con la Lega Awami. SI sono presentati alle elezioni in varie occasioni alleandosi con il Partito Nazionalista del Bangladesh (BNP) ma non hanno vinto. I militari apriranno Jamaat-e-Islami? Come si destreggerà Yunus con questi soggetti? Non credo si alleerà con loro ma lui è molto vulnerabile e loro non si lasciano escludere facilmente, possono tentare di approfittare di questo vuoto di potere per tentare di arrivarci, al potere».
Il futuro, insomma, è molto incerto.
di: Francesca LASI
FOTO: ANSA/EPA/MONIRUL ALAM