Pittore e scultore, attraverso le sue opere ha cercato di autodeterminarsi, di sganciarsi da una vita segnata dal dolore, ma anche di esplorare la condizione umana
[In copertina un autoritratto di Ligabue fotografato durante la mostra ospitata all’interno della Cappella Palatina del Maschio Angioino a Napoli tra il 2017 e il 2018 – ANSA/CIRO FUSCO]
Nonostante sia uno degli artisti più noti del Novecento, Antonio Ligabue si ritrova spesso circoscritto in definizioni improprie che vanno strette alla sua arte. Pittore e scultore, il maestro di Gualtieri è stato a volte associato all’Arte Naïf, a volte all’Art Brut, nonostante non fosse formalmente legato ad alcuna scuola o corrente e avesse sviluppato una poetica che, pur risentendo degli influssi del periodo, è stata sempre molto personale, addirittura intima e unica in questo senso. La sua arte, infatti, si intreccia profondamente alla sua vita, di certo complessa, fatta di emarginazione e sofferenza, ma anche di un forte legame con la natura e gli animali, di vigore, vivacità, della necessità di mostrarsi al mondo ed essere con il mondo. È proprio attraverso le sue opere che Ligabue riesce a sublimare il suo vissuto e a imprimere la propria volontà di autodeterminazione, di legittimare se stesso.
La biografia dell’artista è stata indagata prima dallo sceneggiato televisivo del 1977 Ligabue, diretto da Salvatore Nocita e interpretato da Flavio Bucci, poi dal film di Giorgio Diritti Volevo nascondermi (2020), in cui il pittore e scultore è interpretato da Elio Germano. Nell’anno del 125esimo anniversario della sua nascita (che cadrà il 18 dicembre), a celebrare l’opera dell’artista e a fornire una nuova chiave di lettura delle sue opere attraverso la psicologia dell’arte è la mostra Ligabue. I misteri di una mente, ospitata al Museo Storico della Fanteria di Roma dal 28 settembre 2024 al 12 gennaio 2025. Per l’occasione abbiamo intervistato la curatrice della mostra Micol Di Veroli e Dominique Lora, parte del comitato scientifico dell’esposizione. Anticipiamo qui in forma integrale l’intervista presente sul numero di settembre della nostra rivista cartacea, approfittandone per approfondire la biografia di Ligabue.

La vita di Antonio Ligabue
La storia di Antonio Ligabue inizia a Zurigo, in Svizzera, il 18 dicembre 1899. Inizialmente viene registrato all’anagrafe con il cognome della madre, Maria Elisabetta Costa, originaria della provincia di Belluno. Nel 1901 Costa sposa Bonfiglio Laccabue che riconosce il bambino, dandogli il suo cognome. Cognome che, però, all’artista sta molto stretto per via dei cattivi rapporti con l’uomo, e per questo in età adulta lo cambierà in Ligabue. Presto, però, viene affidato a Johannes Valentin Göbel ed Elise Hanselmann, con i quali stringe un rapporto profondo sebbene complesso. Si trasferisce continuamente a cause delle precarie condizioni economiche della famiglia e fin da bambino conosce la malattia fisica e mentale.
Anche il rapporto con gi studi è travagliato. Cambia scuola diverse volte fino a quando non viene espulso. Nonostante questo, è proprio in questi anni che si approccia all’arte e al disegno, nel quale trova la propria dimensione. In adolescenza lascia gli studi e inizia a svolgere lavori saltuari. Nel 1917 arriva il primo ricovero in ospedale psichiatrico. Due anni dopo viene espulso dalla Svizzera in seguito a una denuncia per aver aggredito Elise Hanselmann. Viene, quindi, inviato a Gualtieri, comune di origine di Bonfiglio Laccabue. È così che il pittore entra in contatto con la realtà della Bassa reggiana. Anche se all’inizio vuole solo scappare. E, infatti, tenta di scappare ma viene, poi, riportato a Gualtieri. Non è facile per Ligabue trovare posto in quel posto: quando arriva non parla l’italiano, gli abitanti lo chiamano “El Matt” (“Il matto”). All’inizio Ligabue uomo e artista non viene compreso dai suoi contemporanei, la sua arte viene respinta. Solo dopo molti anni inizierà ad arrivare qualche forma di riconoscimento, anche grazie allo scultore e pittore Renato Marino Mazzacurati, che lo scopre e gli insegna a usare i colori a olio. Già in precedenza Ligabue inizia a dipingere e a dedicarsi alla scultura, ma dopo l’incontro con Mazzacurati, tra il 1928 e il 1929, decide di darsi completamente all’arte.
In questi anni la vita di Ligabue trascorre per lo più solitaria, ai margini, ma è proprio nell’arte che trova un canale espressivo e riesce a provare sollievo. Continuano, infatti, i ricoveri nelle strutture psichiatriche a causa degli atti di autolesionismo e degli scatti d’ira, definiti all’epoca come “psicosi maniaco-depressiva”.
Durante la Seconda guerra mondiale, vista la sua conoscenza del tedesco, diviene interprete per le truppe tedesche ma a causa di un violento litigio con un soldato tedesco viene portato per l’ultima volta in ospedale. Una volta uscito trova ospitalità presso il ricovero di mendicità Carri di Gualtieri e presso alcuni amici, tra cui lo scultore Andrea Mozzali.
Però, è proprio tra la fine degli anni Quaranta e gli anni Cinquanta che si accende la curiosità e l’interesse nei confronti delle sue opere: Ligabue inizia e esporre in mostre locali fino alla prima mostra personale alla Fiera Millenaria di Gonzaga, nel 1955, e poi alla Galleria La Barcaccia di Roma nel 1961. In questi anni, inoltre, affiora un’altra grande passione di Ligabue, quella per le motociclette, immortalate anche in due opere, Autoritratto con moto (1952) e Autoritratto con moto, cavalletto e paesaggio (1953). Arriva, così, il successo a livello nazionale.
Nel 1962 Ligabue viene colpito da un’emiparesi e, dopo essere stato in diversi ospedali, ritorna al ricovero Carri di Gualtieri, dove muore il 27 maggio del 1965.

L’autoritratto, gli animali, la ricerca: l’arte di Ligabue
L’arte di Ligabue esprime il disagio esistenziale ma anche il desiderio contemporaneamente vibrante e disperato di libertà, di stabilità e di amore. Emozioni veicolate attraverso la scelta dei colori, sempre più vividi, e le pennellate, sempre più corpose, soprattutto nella seconda parte della sua carriera. Ma anche attraverso la scelta dei soggetti: i paesaggi, gli animali e se stesso.
Gli animali, soggetto sia della produzione pittorica, sia di quella scultorea, sono spesso ritratti in stato di quiete o di tensione, ad esempio durante lotte o agguati. Inizialmente per la realizzazione delle sculture l’artista utilizzava la creta del Po e solo successivamente ricorre alla cottura. Nell’ultima fase della sua carriera, quella più prolifica, ha grande importanza l’autoritratto, che diventa per Ligabue un modo per affermare se stesso.
Grazie a Micol Di Veroli e Dominique Lora abbiamo approfondito l’arte di Antonio Ligabue. Di seguito riportiamo l’intervista integrale.
-La mostra vuole offrire una nuova chiave di lettura dell’opera di Antonio Ligabue attraverso la psicologia dell’arte. Questa prospettiva quali aspetti coglie del pittore e scultore?
«La prospettiva della psicologia dell’arte consente di esplorare la complessità interiore di Antonio Ligabue, mettendo in luce il profondo disagio esistenziale e la sofferenza mentale che hanno influenzato la sua produzione artistica. Le sue opere, caratterizzate da una miscela di ingenuità e intensa profondità emotiva, offrono una profonda esplorazione della condizione umana attraverso il prisma del regno animale. Ligabue non rappresentava semplicemente gli animali, ma utilizzava queste figure per esprimere vividamente il suo tormento interiore e le sue domande esistenziali. Questa chiave di lettura permette di comprendere meglio le sue opere come espressioni autentiche di un mondo interiore tormentato, rivelando le angosce e le aspirazioni dell’artista. Ligabue utilizzava l’arte come mezzo per elaborare e manifestare il proprio vissuto emotivo, e questa mostra cerca di evidenziare quanto le sue esperienze personali e il suo stato psicologico abbiano plasmato il suo lavoro. La sua arte riecheggia le connessioni primordiali che gli esseri umani hanno con gli animali, ricordando la potenza simbolica trovata nei dipinti rupestri preistorici, che con la loro rappresentazione enigmatica e potente hanno da sempre affascinato gli studiosi per la loro risonanza simbolica profonda. Esplorando l’opera di Ligabue, la mostra considera i temi del teriantropismo, le implicazioni psicologiche e filosofiche delle sue rappresentazioni, e il contesto culturale più ampio della sua produzione artistica. Antonio Ligabue emerge come un antieroe intento a raccontare il mondo con paradossale sincerità, ricorrendo ad una immagine visionaria del creato che eleva i soggetti e gli oggetti delle sue composizioni al di sopra della brutalità della natura umana. Come nella “fattoria degli animali” di George Orwell, le sue creature sembrano confondersi con gli esseri umani nell’intento di liberarsi da un ‘esistenza altrimenti miserabile e opprimente. In tale contesto, il maestro di Gualtieri è l’erede di tanti artisti del passato che hanno consacrato tempo e talento ad indagare, rappresentare e dunque comprendere l’universo che ci circonda e che, ben oltre le indagini scientifiche e l’osservazione dal vero, hanno generato e ispirato invenzioni ed allegorie di carattere sociale, politico e religioso».
–Spesso Ligabue è stato associato all’Arte Naïf e all’Art Brut anche se, in realtà, non era formalmente legato ad alcuna scuola. Quali sono i motivi per i quali non è corretto associarlo a queste due correnti?
«Sebbene l’arte di Ligabue sia spesso categorizzata sotto l’Art Brut o Arte Naif è una semplificazione che non rende giustizia alla complessità della sua opera. Ligabue non aderiva formalmente a nessuna scuola e la sua arte era profondamente personale e unica. Le sue rappresentazioni emotivamente intense di animali in stati di aggressione o tensione catturano l’essenza del movimento espressionista, ma superano le categorizzazioni tradizionali. L’arte di Ligabue riflette l’intensità emotiva grezza e non filtrata celebrata dai movimenti di avanguardia del suo tempo, come l’Espressionismo e il Surrealismo, ma rimane unica per la sua visione e il suo contesto biografico. L’artista scolpisce, disegna e dipinge freneticamente immerso in uno spazio naturale che è al contempo reale e immaginario, in un processo di costante metamorfosi del suo essere e del mondo. I suoi dipinti presentano pennellate materiche e potenti che, unite alla straordinaria gamma cromatica della sua paletta, costituiscono elementi preziosi nel rappresentare ciò che potremmo definire una biodiversità creativa dell’Io. Un cantico pittorico delle creature e una visione “en plein air” che, tra sconfinamenti e contaminazioni, tra realtà e fantasia, rappresentano con intelligenza e sottigliezza l’umana esistenza. Per esprimere il suo “vitalismo inquieto” – per usare un’espressione che era stata propria del gruppo artistico “Die Brücke” durante la prima decade del Novecento – Antonio Ligabue racconta il disagio esistenziale con opere pittoriche, disegni e sculture nelle quali alterna la cosmologia intima e domestica della laboriosità di stampo agricolo alla dimensione feroce e selvatica di boschi e foreste dove prede e predatori sono ancora soggetti alle leggi crudeli della sopravvivenza. Nel ricreare scenografie dettagliate, ricche di piante, alberi e animali, l’artista sviluppa una serie di racconti fantastici fondati sul rapporto tra elementi autoctoni ed esotici, tra entità immanenti e materiali e tra individualità e alterità, trasformando i suoi incubi in visioni incantate e rigogliose. Così, campi e fattorie fanno da cornice a cavalli da basto e mucche da latte che riposano, mentre nelle brughiere vagabondano lepri e cinghiali. Le foreste invece, ricche di fiori e di fogliame, mutano in giungle popolate da grandi felini in agguato o sono improvvisamente invase da mute di cani in corsa. In una sinfonia di arancioni, di verdi e di blu – nelle loro diverse gradazioni – e per mezzo di schizzi e gesti vivaci e spontanei, il maestro compone un elogio poetico della vita e della morte attraverso paesaggi ritmici e movimentati che gridano a squarcia gola la necessità di un’armonia nel (suo) mondo e che esprimono un’attitudine mimetica e spirituale nei confronti della vita e degli esseri viventi. Le opere di Ligabue sono caratterizzate da un uso sorprendente del colore e da una tecnica distintiva, che trasmettono un senso di movimento ed energia che trascende le categorizzazioni tradizionali dell’arte Naïf e dell’Art Brut. Inoltre, la profondità psicologica delle sue rappresentazioni, che emergono dalla sua storia personale di alienazione e sofferenza, lo distingue chiaramente dai movimenti con cui è stato superficialmente associato. Ligabue emerse durante un periodo di significativi cambiamenti artistici e culturali in Europa, e la sua arte rifletteva l’intensità emotiva e l’innovazione di quel tempo. Le sue opere non sono semplicemente espressioni naive o brutali, ma testimonianze della sua lotta personale per navigare e articolare il suo caos interiore, e devono essere considerate nel contesto della sua biografia e del panorama culturale più ampio del XX secolo».
-Ligabue aveva un forte legame con l’autoritratto. Questa scelta era dettata dalla volontà di legittimare se stesso e ricercare un’identità?
«L’autoritratto per Antonio Ligabue rappresentava un mezzo attraverso il quale poteva esplorare e affermare la propria identità in un mondo in cui si sentiva spesso alienato e incompreso. La ripetuta pratica dell’autoritratto indica un profondo bisogno di autoaffermazione e una ricerca costante di riconoscimento e legittimazione. Attraverso questi autoritratti, Ligabue cercava di fissare la propria immagine e di confrontarsi con se stesso, indagando le proprie emozioni e la propria essenza. Era un modo per stabilire un dialogo con il proprio io e per esprimere la sua lotta interna per l’accettazione e la comprensione di sé. Ligabue utilizzava gli autoritratti non solo come mezzo di espressione artistica, ma anche come strumento di introspezione, esplorando la sua identità attraverso la lente della propria immagine. Questa pratica artistica può essere vista come un tentativo di legittimare sé stesso e di trovare un senso di stabilità e di coerenza in una vita segnata da profonde difficoltà e instabilità. La sua storia personale, segnata da istituzionalizzazioni e sofferenze mentali, influenzò profondamente la sua espressione artistica. L’autoritratto divenne per lui un veicolo per navigare attraverso il suo tumulto interiore, per cercare di comprendere e articolare la sua identità in un contesto di costante lotta personale. La pratica dell’autoritratto era quindi una forma di catarsi, un modo per esprimere e comprendere se stesso in un mondo che spesso lo emarginava. L’autoritratto come genere pittorico autonomo si sviluppa a partire dalla fine del Quattrocento quando società, cultura e religione concordano nel riconoscere l’uomo al centro dell’universo. Attraverso i secoli questo genere è divenuto un vero e proprio specchio dell’artista; un’immagine in grado di rappresentare l’essenza interiore dell’artefice e, di conseguenza, di dimostrare come lo scopo dell’arte non si riduca a mera rappresentazione oggettiva poiché indaga l’esistenza al di sotto dell’apparenza, lasciando trasparire gli strati di significato interiori. Così, Dürer, Leonardo, Bernini, Velazquez, Poussin, Rembrandt, David, Courbet, Gauguin, Van Gogh e, più di recente, Ligabue, Bacon, Hockney o Sherman, per citarne alcuni, contribuiscono a raffinare e a diffondere questo genere. L’auto-ritrattistica nel contesto dell’arte contemporanea continua ad esplorare e ad affermare il ruolo e la singolarità dell’artista. Antonio Ligabue è in questo senso l’erede di tanti maestri nell’indagare la perenne dicotomia tra natura e artificio, tra l’Io e il diverso, in un confronto perenne tra l’individuo e gli altri».
-Nel lavoro dell’artista gli animali hanno un’importanza fondamentale. Come mai? Cosa rappresentavano per lui?
«La raffigurazione di creature reali e fantastiche ha caratterizzato la cultura occidentale (e non solo), dall’epoca dei Faraoni fino al regno di Luigi XIV, dalla Rivoluzione Francese fino al terzo millennio, trovando nella raffigurazione del regno animale una componente fondamentale per una riflessione costante e costruttiva sulle disuguaglianze di potere e di genere tra individui e comunità. La simbologia legata agli animali nella produzione artistica contemporanea fa eco ad un atteggiamento post darwinista molto più libero rispetto al passato soprattutto di fronte alla natura. Gli animali sono ancora oggi al centro della ricerca di artisti, letterati e ricercatori poiché sono parte integrante delle problematiche pericolosamente attuali come il rischio di estinzione di molte specie o la necessità di mondo eco-sostenibile nel considerare un futuro possibile per l’umanità. Gli animali nelle opere di Antonio Ligabue occupano un ruolo centrale e rappresentano vari aspetti del suo mondo interiore e della sua esperienza di vita. Per Ligabue, gli animali erano simboli potenti che incarnavano le sue paure, i suoi desideri e le sue emozioni. Spesso raffigurati in pose drammatiche e intense, gli animali esprimono la vitalità e la brutalità della natura, rispecchiando il tumulto interiore dell’artista. Le scene di predazione e lotta che ha realizzato non sono solo studi di comportamento animale, ma riflessioni sulla lotta per la sopravvivenza, la violenza intrinseca della natura e le tensioni emotive dell’esistenza umana. Gli animali possono essere visti come alter ego dell’artista stesso, figure attraverso cui Ligabue poteva proiettare le sue esperienze di marginalità e di lotta per la sopravvivenza. La loro presenza nelle sue opere è una testimonianza del legame profondo e istintivo che l’artista aveva con il mondo naturale, utilizzato come veicolo per comunicare i suoi sentimenti più intimi e le sue visioni. Il simbolismo animale nell’opera di Ligabue riecheggia le connessioni primordiali che gli esseri umani hanno con gli animali, ricordando la potenza simbolica trovata nei dipinti rupestri preistorici. Questo simbolismo serve come intermediario tra l’umano e il divino, tra il reale e il soprannaturale, e risuona con una forza simbolica profonda, offrendo una riflessione sulle condizioni esistenziali dell’umanità stessa. Gli animali rappresentati da Ligabue, siano essi belve o domestici, sono sempre raffigurati con dettagli vividi e intensi, enfatizzando l’aspetto selvaggio e incontrollabile della natura che riflette il tumulto interiore dell’artista stesso. La sua tecnica, caratterizzata da colpi vigorosi e quasi frenetici, trasmette un senso di movimento ed energia, rendendo le sue rappresentazioni animali potenti ed evocative. Gli animali, nelle opere di Ligabue, fungono da specchi della sua anima, proiettando le sue emozioni e conflitti interiori, creando un parallelo tra il mondo naturale e quello psicologico. Ligabue ci invita a vedere gli animali non come esseri inferiori, ma come parte integrante di un sistema vivente complesso e interconnesso, promuovendo un’etica della relazione in cui gli esseri umani e gli animali sono visti come coabitanti di un mondo condiviso. Nel tentativo di svelare l’ipocrisia e la crudeltà che la società impone attraverso le maschere della convenzione, l’artista esplora l’etologia e la zoologia come strumenti per combattere l’atavismo arcaico e sconsolante del pregiudizio e della disparità verso una pacificazione universale con la vita».
Un’arte complessa, sfaccettata, polisemantica, quella di Ligabue, che presenta uno scavo psicologico frutto sì, di una profonda sofferenza personale, ma che si fa ricerca filosofica per rappresentare la realtà, fattuale e interiore, degli animali umani grazie anche al rapporto con gli animali non umani, che non vivono, potremmo dire, per noi, ma con noi. Quindi l’essere umano non “si fa animale”, ma ritorna alla sua essenza animale. Anche questo sono le opere di Antonio Ligabue che, come abbiamo visto, non possiamo incasellare. Al cuore, però, troviamo quanto sintetizzato nell’epitaffio presente sulla sua tomba a Gualtieri: «Il rimpianto del suo spirito, che tanto seppe creare attraverso la solitudine e il dolore, è rimasto in quelli che compresero come sino all’ultimo giorno della sua vita egli desiderasse soltanto libertà e amore».
di: Francesca LASI
FOTO: ANSA/CIRO FUSCO