Sono tanti i casi di plagio (o presunto tale) che hanno segnato la storia della musica. Il tema, però, è molto complesso e i confini non sono così netti
È davvero plagio? Una domanda che ricorre spesso ogniqualvolta sentiamo parlare di presunto plagio nella musica. Una delle ultime vicende tra le più note è stata quella che ha visto protagonista Ed Sheeran nel 2023. Il cantautore britannico era accusato di aver copiato la sua canzone Thinking Out Loud dal classico degli anni Settanta Let’s Get It On di Marvin Gaye ed Ed Townsend. Alla fine Sheeran è stato assolto da un tribunale di Manhattan. Secondo l’accusatra le due canzonic’erano delle somiglianze nella progressione degli accordi, nel ritmo armonico e in alcune melodie.Secondo i legali di Sheeran, al contrario, le melodie erano diverse e gli elementi utilizzati nei due brani sono molto diffusi nella musica pop. La giuria ha stabilito che non c’è stata violazione del copyright e che il cantante non ha copiato né le melodie, né gli elementi compositivi del brano cantato da Marvin Gaye.
Sono tanti le cause per plagio (o presunto tale) intentate nel mondo della musica, basti pensare ai Led Zeppelin, coinvolti in diverse dispute legali (come il caso della loro Whole Lotta Love del 1969 contro You Need Love di Muddy Waters, scritta da Willie Dixon nel 1962), o Robin Thicke e Pharrell Williams, che nel 2015 hanno perso la causa che contrapponeva la loro Blurred Lines a Got To Give It Up di Marvin Gaye. Alla finei due cantautori e produttori hanno dovutopagare 5,3 milioni di dollari edevolvere il 50% dei dirittidella canzone ai familiari di Gaye.
La vicenda di Sheeran, così come le altre – al di là delle conclusioni legali – mostrano quanto sia stratificato il dibattito sul diritto d’autore, che si intreccia con i cambiamenti che hanno interessato l’industria musicale e la fruizione della musica in generale, come l’avvento del digitale e dello streaming. Da un lato bisogna considerare la ripetitività delle strutture e degli accordi e delle strutture alla base soprattutto della musica pop, che non sono di proprietà di nessuno. Come sappiamo le note sono 12 (compresi diesis e bemolle) e soprattutto nella musica pop occidentale ci sono schemi e standard praticamente insiti in chiunque o comunque utilizzati molto spesso. A volte può capitare che due musicisti compongano melodie molto simili in modo indipendente, senza saperlo. Anche per questo motivo urlare subito al “plagio” potrebbe essere rischioso.

Cosa si intende per plagio?
Ma cosa si intende per plagio? Con il termine “plagio” si fa riferimento alla riproduzione, totale o parziale, di una melodia creata da altri spacciandola per propria, a prescindere dal fatto che sia inedita o pubblicata: si tratta, quindi, di una violazione dei diritti d’autore, sia morali, sia patrimoniali. È una circostanza differente dalla contraffazione, che riguarda lo sfruttamento illecito di un’opera senza autorizzazione per conseguire un profitto economico (sia quando l’opera originale viene usata senza alcuna modifica, sia quando viene modificata): si tratta, quindi, di una violazione dei diritti patrimoniali d’autore.
Un’opera musicale deve avere i requisiti dell’originalità e della creatività: dev’essere originale, quindi non deve essere copiata e non deve essere banale. Per valutare se si tratta effettivamente di plagio il Tribunale nomina dei periti e dei consulenti tecnici chiamati a esaminare i brani in questione. Solitamente si valuta caso per caso: non esistono, infatti, regole precise per stabilire se si è trattato di plagio.
I confini, infatti, sono molto labili e sfumati. Non esiste un numero di note o di battute minimo oltre il quale si può parlare di plagio, perché una canzone è composta da diversi elementi, come la melodia, il ritmo, il testo, ecc..
Molto spesso le accuse di plagio cadono nel vuoto proprio perché i limiti non sono così netti e può capitare molto spesso che ci siano delle somiglianze. A volte alcune accuse di plagio sono state ignorate, altre volte sono state chiuse con un accordo privato tra le parti. Alcune volte all’autore della canzone originale è stata concessa una percentuale sui ricavati dei diritti d’autore del brano accusato di plagio. Quando le due parti non trovano un accordo o l’accusato respinge le accuse solitamente si arriva al processo.
Una delle vicende più curiose è quella che ha visti coinvolti per molti anni Michael Jackson e Al Bano. Nel 1992 il cantante di Cellino San Marco denunciò il Re del Pop sostenendo che Will You Be There, contenuta nell’album Dangerous pubblicato nel 1991, fosse stata copiata dalla sua I cigni di Balaka, uscita nel 1987 e cantata con Romina Power. I periti constatarono che i due brani avevano 37 note in comune ma alla fine, dopo diverse vicissitudini, Jackson venne assolto dall’accusa di plagio perché entrambe le canzoni avrebbero ricordato Bless You For Being An Angel, brano degli Ink Spots del 1939. In sostanza, alla canzone di Al Bano mancava il requisito dell’originalità.
Ci sono anche casi di plagio inconscio, ovvero un/a musicista è influenzato inconsapevolmente da una melodia creata da altri. In alcuni casi può trattarsi di cryptoamnesia, l’uso involontario di alcune idee o ricordi appartenenti ad altri ma che percepiamo come originali. Il termine “plagio inconscio” è stato introdotto in seguito alla controversia che ha visto protagonista George Harrison e il brano My Sweet Lord del 1970. L’anno seguente la Bright Tunes Music Corporations intentò una causa per plagio accusando Harrison di aver copiato He’s So Fine, canzone scritta nel 1963 da Ronnie Mack per le Chiffons. Il processo iniziò diversi anni dopo. Harrison affermò di essersi ispirato a Oh Happy Day, canzone gospel priva di diritti, quindi di pubblico dominio, ma successivamente ammise che i due brani si assomigliavano. Il giudice dichiarò l’ex Beatle colpevole di “plagio inconscio” in quanto aveva ascoltato il brano anni prima e lo aveva usato in modo del tutto inconsapevole durante la composizione di My Sweet Lord, e lo condannò al pagamento di una multa. Il processo, però, proseguì fino al 1998. Nel frattempo Allen Klein, l’ex manager di Harrison, divenne proprietario della Bright Music. Questa vicenda viene spesso ricordata per diversi motivi: è stata una delle cause civili più lunghe, ha generato un notevole clamore mediatico ma ha anche stabilito nuovi standard più severi per i processi per plagio successivi.
Per quanto riguarda l’Italia bisogna ricordare una cosa. L’ordinamento italiano non riconosce più il reato di plagio, che è stato abrogato nel 1981 perché ritenuto incostituzionale dalla Corte Costituzionale. Attualmente il diritto d’autore definisce plagio – come scritto in precedenza – l’appropriarsi, in modo parziale o totale, dell’opera di ingegno altrui che viene spacciata come propria.

Altre cause per plagio famose
Tra i primi casi di plagio nella storia del rock c’è quello che riguarda Surfin’ Usa, successo del 1963 dei Beach Boys, e Sweet Little Sixteen pubblicata nel 1958 da Chuck Berry. Brian Wilson è sempre stato un grande fan di Berry e la band statunitense, durante i primi concerti eseguiva spesso cover dell’iconico chitarrista. Lo stesso Wilson disse che Surfin’ Usa voleva essere un omaggio, ma legali di Berry non la videro allo stesso modo. Alla fine il manager dei Beach Boys (che era anche il padre di Brian Wilson) accettò di cedere i diritti di distribuzione del brano alla Arc Music. Nonostante questo, il nome di Berry tra gli autori della canzone comparirà solo dal 1966.
Uno dei più eclatanti casi di plagio nel mondo della musica è quello che ha visto coinvolti Vanilla Ice, i Queen e David Bowie. In questo caso è molto chiaro come in Ice Ice Baby, uscita nel 1990, il rapper abbia utilizzato un sample della linea di basso di Under Pressure, pubblicata dalla band e dal cantautore britannico nel 1981. Inizialmente Vanilla Ice disse che le melodie erano diverse perché nel suo brano aveva aggiunto il beat, poi sostenne addirittura che si trattò di uno scherzo. Questo è uno di quei casi che non è finito in tribunale: le parti patteggiarono, Ice pagò e Bowie e i Queen furono inseriti tra gli autori della canzone.
E come non ricordare una delle vicende più clamorose, quella tra i Verve e Bitter Sweet Symphony da un latoe i Rolling Stones e The Last Time dall’altro. Nel loro brano del 1997 i Verve usarono un campionamento della versione sinfonica di The Last Time eseguita nel 1965 dalla Andrew Oldham Orchestra. In realtà, la band capitanata da Richard Ashcroft campionò solo parte del riff, mentre la parte restante è stata eseguita da un’altra orchestra, pur seguendo la partitura di Oldham. La band di Wigan chiese e ottenne l’autorizzazione dalla Decca Records, etichetta discografica dei Rolling Stones. Inizialmente gli Stones si dissero favorevoli all’utilizzo di parte della canzone in cambio del 50% delle royalties. Il permesso, però, venne negato da un personaggio che abbiamo già citato in questo articolo, ovvero Allen Klein, allora manager dei Rolling Stones e detentore dei diritti dei brani di Mick Jagger e soci registrati prima del 1970. Secondo Klein, i Verve utilizzarono una porzione di sample maggiore e pretese il 100% degli introiti. La ABKCO Records, casa discografica fondata da Klein, acconsentì all’uso del campionamento a patto che i Verve cedessero tutti i diritti d’autore e Mick Jagger e Keith Richards venissero citati come autori del brano. Nel 2019, però, la svolta: Jagger e Richards rinunciarono a tutti i diritti sulla canzone, ceduti ad Ashcroft.

di: Francesca LASI
FOTO: SHUTTERSTOCK/DAVIZRO PHOTOGRAPHY