Dal 14 settembre al Museo Storico della Fanteria di Roma un viaggio nel mondo creativo di uno dei maggiori artisti del Novecento: Joan Mirò
“L’arte può anche morire, quello che conta è che abbiamo sparso semi sulla terra”. In questa breve citazione è racchiusa la chiave di lettura dell’intera opera di Joan Mirò, non solo uno degli artisti più importanti del Novecento ma anche “il più surrealista di tutti”, come definito dal suo amico e a sua volta teorico del movimento André Robert Breton. A Mirò, tra i tanti meriti, ne va riconosciuto uno fondamentale: è stato in grado di dipingere sulla tela qualcosa che è difficile rappresentare in qualsivoglia forma d’arte. I sogni. Ed è questo potere così universale che viene celebrato nella mostra a lui dedicata, Mirò – Il costruttore di sogni, in programma al Museo Storico della Fanteria di Roma dal 14 settembre 2024 al 23 febbraio 2025. Il Mondo SMCE ne ha parlato con il curatore dell’esposizione, il dottor Vincenzo Sanfo.
Come emerge il vissuto di Mirò nella sua arte e come viene raccontato nella mostra?
«Mirò come sappiamo appartiene, insieme a Dalì e Picasso, a questo straordinario trittico di artisti spagnoli che hanno cambiato il corso della storia dell’arte e che in gioventù si sono sentiti attratti da Parigi, dalla grande rivoluzione impressionista in corso in città. Il primo a raggiungere la capitale francese fu Picasso nel 1900, poi intorno al 1919, 1920, lo raggiunse Mirò. Qui l’artista scoprì un nuovo modo di fare arte e si trovò immerso in un mondo completamente diverso rispetto a quello che aveva conosciuto in Spagna, ancora legata a una tradizione pittorica ottocentesca. Fu così che ebbe inizio la sua carriera».
Mirò passa attraverso eventi storici importantissimi, che influenzano tanto la sua arte: a 17 anni il tifo, ma poi soprattutto il franchismo…
«Mirò fu un grande anti franchista. Arrivò in Francia scappando dagli obblighi e dai dettami del regime. Si trasferì dapprima in piccolo paesino nel Sud del Paese, dove iniziò a fare una serie di lavori di pre surrealismo che avevano però già questa visione: osservati oggi ricordano alcuni grotteschi di Bosch, alcune cose di Francisco Goya, non erano ancora così gioiose, felici e libertarie come poi saranno in seguito le sue opere. In mostra questo periodo è ampiamente documentato con lavori risalenti agli anni Venti e Trenta in cui i colori sono scuri, cupi, restituiscono il senso di oppressione che l’autore aveva dentro per via degli eventi storici che si susseguivano. La Spagna era dilaniata da una vera lotta fratricida, per questo quello di quegli anni è un Mirò particolare, che in mostra sarà presente».

Quali sono le grandi influenze che Mirò ha subito e hanno contribuito a renderlo il pittore che è poi diventato?
«Mirò è stato influenzato ovviamente dai rimandi della pittura spagnola grottesca di Goya e Bosch, che aveva ammirato al Prado. Tramite loro l’elemento surreale e magico era entrato a far parte della sua mentalità artistica. Però in un secondo momento a Parigi scoprì un elemento più ludico, grazie a Ernst, a Tzara, con cui peraltro condivideva gran parte delle sue giornate negli appartamenti di Montmartre. In questa fase, si nutrì di lettura fantastica, surreale, e la fece sua in maniera del tutto personale».
Mirò è un artista unico sotto molti punti di vista: quali sono le caratteristiche che hanno contribuito a renderlo immortale?
«Quello che gli deve essere senz’altro riconosciuto è la facilità del segno, che è abbastanza unica: con pochi tratti è in grado di evocare qualcosa che non descrive mai del tutto. Mirò accenna degli elementi che poi noi guardiamo e riusciamo a completare in qualche modo, servendoci della nostra fantasia. È questo il grande segreto di Mirò, che lo fa diventare un pittore universale: dare agli spettatori la possibilità di interagire con ciò che ha realizzato. Ma non solo: ha la capacità di farsi ispirare dai segni, da una macchia; lui trasforma ciò che gli succede intorno, ciò che vede, in linee e figure quasi astratte. La chiave di volta del suo stile artistico è un viaggio in Giappone, dove scopre la pittura calligrafica: a partire da questo momento imprime al suo lavoro un ritmo tutto nuovo, sviluppa un linguaggio che gli permetterà poi di essere riconosciuto a livello internazionale, perché arriva a chiunque; è a questo punto che Mirò diventa universale».

1979
Acquaforte
56 x 76 cm
Collezione privata, Francia
Entriamo nel vivo della mostra, com’è suddivisa e come si snoda lungo il percorso artistico del pittore?
«È una mostra molto grande, ci sono oltre 150 opere esposte. Si parte dalla vita di Mirò negli anni Venti e si arriva fino all’ultimo lavoro, realizzato per la Biennale di Venezia due anni prima della sua scomparsa. Il percorso è molto ampio e all’interno si trovano tutti gli esempi della sua arte. È molto godibile, molto colorato, è una mostra viva che crea in chi guarda la volontà di continuare a vedere, a esplorare. Quelle di Mirò sono sempre mostre che lasciano il segno, che entrano nello spirito di chi guarda e quindi sono certo che per chi verrà a vedere “il costruttore di sogni” sarà una sorpresa e una gioia per gli occhi e per la mente. Di solito le persone escono felici e rapite da questa leggerezza, da questo senso di ritorno alla fanciullezza che traspare dalle sue opere. Ognuno di noi in fondo si porta dentro un bambino interiore, il bambino che siamo stati e che non è mai scomparso del tutto e Mirò riesce sempre a riportarlo alla luce».
Affascinati dalle sue parole, abbiamo chiesto al dottor Sanfo di spiegarci il perché di quel titolo, “costruttore di sogni”: «quando guardiamo un’opera di Mirò non vediamo qualcosa di concluso: dentro il quadro c’è un microcosmo che dobbiamo riuscire a identificare, a tirare fuori. E ognuno di noi lo fa in modo diverso. Lo spettatore non è passivo, gli è richiesto di completare l’immagine, il dipinto, e questo ci dà la possibilità di sognare». Mirò è un artista che parla al cuore di chi interagisce con il prodotto della sua arte e questo è un potere enorme che trascende il tempo e lo spazio: è ciò che lo rende immortale. Ogni essere umano vede e interpreta i segni di Mirò in modo personale e per completare il quadro, per carpirne il significato, che è sempre personale e imprescindibile, è “costretto” a usare quella “cassetta degli attrezzi” messa in campo dall’artista che è piena della forza motrice più potente di tutte. I sogni.
In copertina
Lithographie I (dettaglio)
1972
Stampate da Mourlot
25 x 32 cm
Collezione privata, Italia