Il turismo “cannibale” mangia città, tesori naturali e patrimoni culturali. Intorno al globo, poi, bisogna fare i conti con povertà, criminalità e guerre
Estate tempo di vacanze: per antonomasia periodo di riposo, qualsiasi accezione assuma la parola, la vacanza nasconde insidie non ignorabili. Una su tutte, la scelta della meta. I viaggiatori “forti” lo sanno: la destinazione e il percorso per raggiungerla sono fondamentali in un programma di viaggio. E quelli più esperti avranno una lista di luoghi in cui non andare per tutelare quei posti, se stessi e il meritato riposo. Per tutti gli altri quella lista la facciamo noi.
Lo spunto viene dall’editore di guide turistiche Fodor’s e dalla pubblicazione di una lista di luoghi affetti dal cosiddetto “overtourism”, ovvero turismo eccessivo, o “cannibale” come lo definirebbe Der Spiegel, in cui nel 2023 – e forse per gli anni a venire – sarebbe meglio non mettere piede. Il motivo è semplice: questi luoghi vengono letteralmente schiacciati dal peso dei turisti. In Italia, per iniziare, la guida sconsiglia di visitare Venezia e la Costiera Amalfitana, tanto bella da essere stata dichiarata Patrimonio dell’Umanità UNESCO. Se la città lagunare e i suoi turisti sono da anni oggetto di dibattito – fino alla proposta di inaugurare un sistema di prenotazioni -, anche nella pittoresca regione campana a causa dell’afflusso di visitatori l’amministrazione ha dovuto introdurre un sistema di targhe alterne per la circolazione dei mezzi a motore, causa di inquinamento acustico e ambientale. Il nodo traffico preoccupa anche le amministrazioni della Cornovaglia, in Inghilterra, meta ideale per gli amanti del surf: corsie strette, pochi parcheggi, centri abitati letteralmente ingolfati non ripagano l’indotto economico di una regione che vive di turismo e a farne le spese sono i residenti dei villaggi. Sempre ai suoi abitanti ha voluto pensare anche la città di Amsterdam, negli ultimi anni travolta da una vera e propria ondata di popolarità… e turisti. Chi attirato dai famosi canali, chi dalle sue attrazioni culturali e storiche – citiamo, ad esempio, il Van Gogh Museum e la Anne Frank House -, chi dai coffee shops, la capitale dei Paesi Bassi ha raggiunto un numero di visitatori annui pari al numero della popolazione olandese, cifra che si aggira intorno ai 17 milioni. Un peso chiaramente insostenibile. Tutti gli hotspot culturali – e qui la lista sarebbe lunga ma ad esempio citeremo Roma, Parigi, Barcellona, Firenze, Praga, Dubrovnik – vivono le stesse problematiche e come riporta il sito dell’editore “gli hotspot culturali sono tali per un motivo: vale la pena visitarli nel corso della propria vita. Forse riconsiderando la possibilità di visitarne alcuni nel 2023”.
In alcuni dei luoghi nominati da Fodor’s, poi, il turismo sta causando un vero e proprio deperimento delle bellezze naturalistiche. È il caso di Étretat, in Francia, dove il traffico pedonale incide sull’erosione della costa e quindi sull’aumento del numero di frane delle scogliere ritratte da Claude Monet. Un pericolo che ha messo in allerta anche il Parco Nazionale delle Calanques di Marsiglia dove oggi sono ammessi solo 400 visitatori al giorno. O come il Lago Tahoe, famoso in tutto il mondo come il “lago di smeraldo”, diviso tra California e Nevada. Il traffico intorno alle rive sta contribuendo al suo inquinamento: le particelle dei gas di scarico, infatti, si sedimentano nell’area e confluiscono nel lago tramite la pioggia o lo scioglimento della neve. E lo smeraldo divenne presto un quarzo fumé. Nella lista di Fodor’s compare anche l’Antartide, o meglio la Penisola Antartica. Luogo inaccessibile fino a pochi anni fa (nel 2023 possiamo affermare che il concetto di inaccessibilità geografica è ormai stato ampiamente superato), ha subìto un rilevante incremento di visitatori e ricercatori. L’area, tuttavia, è già messa a dura prova dal cambiamento climatico – leggasi, surriscaldamento globale – e la presenza umana non giova. Così come non giova in tutte quelle aree del mondo dove la siccità si è già tradotta o si tradurrà in grave mancanza d’acqua potabile, luoghi molto spesso appartenenti al Terzo Mondo, dove mal si confà lo stile di vita da Primo Mondo, ma anche più vicini a noi dal momento che il problema già riguarda i fiumi Danubio e Reno, la Spagna, le isole della Grecia, la stessa Italia, l’ovest degli Stati Uniti come Arizona, Nevada, California e Utah.
La lista dei luoghi vittima del “cannibalismo” turistico trascende l’elenco di Fodor’s: negli anni molte altre località sono state bollate come a rischio perché teatro di un eccesso quasi maniacale, in primis le bellezze della natura. Ne sono esempio la “montagna arcobaleno” Vinicunca del complesso Hatun Rit’iyuq e la città perduta degli Incas Machu Picchu sulle Ande peruviane, la Grande Barriera Corallina australiana e la “natura incontaminata” delle ecuadoriane Isole Galapagos, i siti archeologici e le riserve faunistiche sparsi ai quattro angoli del globo. Ne è un esempio anche l’Everest: l’altezza non ferma il turista più affamato che si arrampica su per la vetta lasciando dietro di sé montagne di rifiuti, come da anni denunciano gli sherpa, gli alpinisti nepalesi che ogni anno inaugurano la stagione stabilendo il Campo IV all’altezza di Colle Sud, a 8.000 metri dal livello del mare. Tende, bombole di ossigeno, scarpe e vettovaglie valgono alla montagna il soprannome di “discarica più alta del mondo”.
L’overtourism ha effetto sui luoghi ma anche sugli stessi turisti che si devono barcamenare tra folle, file e prezzi folli. È una realtà: il turismo di massa, figlio del boom economico prima e della spasmodica ricerca dell’esperienza (possibilmente “condivisa”) dopo, non giova neanche al turista. Da questo punto di vista, poi, la lista dei luoghi in cui non mettere piede si allunga.
Tanti sono gli aspetti da attenzionare quando si sceglie la meta delle vacanze: le condizioni climatiche e atmosferiche ad esempio (al bando Oklahoma City, detta la “Tornado Alley”, o Yakutsk in Siberia, dove le temperature possono raggiungere anche i 50 gradi sotto lo zero); i tassi di criminalità, che in alcuni luoghi farebbero rabbrividire anche il più impavido dei viaggiatori (ne sono esempio Caracas e Bogotà in Venezuela, Ciudad Juárez in Messico, Mogadiscio in Somalia), in alcuni casi influenzati dai livelli di povertà (come a Bujumbura, nella Repubblica del Burundi, il Paese più povero del mondo); l’inospitalità forzata di alcuni luoghi a causa degli eventi (a Chernobyl, ad esempio, i livelli di radiazioni sono considerati ancora molto alti e pericolosi, mentre Port-au-Prince, ad Haiti, porta ancora i segni dei devastanti terremoti); i livelli di inquinamento (la “città oscura” di Linfen, in Cina, è vittima dell’estrazione di carbone); i conflitti (come non citare, tristemente, Baghdad in Iraq o Kabul in Afghanistan). In tal senso, prima di scegliere la propria meta di viaggio, è sempre consigliabile affidarsi alle linee guida delle autorità per consultare la lista di quei Paesi in cui la grave instabilità politica, economica e sociale rende pericoloso il viaggio: è così che, ai luoghi già nominati, si aggiungono numerosi Paesi dell’Africa centrale, del Centro e Sud America, del Medio Oriente; e poi, per leggi specifiche particolarmente restrittive o stili di vita profondamente diversi da quelli occidentali, l’elenco si allunga ancora. Calcolatrice alla mano, la lista dei luoghi in cui sarebbe meglio non metter piede esclude molti dei 195 Paesi sovrani nel mondo. La migliore alternativa suggerita al lettore, a questo punto, può essere una sola: perché non prendersi una vacanza per esplorare la propria, di terra?