A 37 anni dal Vertice di Ginevra, primo passo per il disarmo delle superpotenze mondiali, il mondo ha detto addio a uno dei suoi protagonisti assoluti, l’ex leader sovietico Michail Gorbačëv. Una lezione storica da ricordare
«Se riuscirete insieme ad accrescere la fiducia e la cooperazione tra i vostri due Paesi, si può sperare che la soluzione dei problemi regionali e globali verrà incoraggiata». Era il 19 novembre del 1985 e l’allora Segretario generale delle Nazioni Unite, Javier Pérez de Cuéllar, si rivolgeva ai leader delle due massime potenze mondiali, il Presidente degli Stati Uniti d’America e il Segretario generale del Partito Comunista dell’Unione Sovietica, nel giorno in cui si apriva quello che, ancora non poteva sapere, sarebbe diventato il primo vertice del disgelo tra Washington e Mosca, il primo passo verso il futuro.
Oggi, nel 2022, un appello tanto simile quanto attuale è lanciato dal più recente Segretario delle Nazioni Unite, António Guterres, che in occasione della Giornata internazionale per la totale eliminazione delle armi nucleari, lo scorso 26 settembre, si è rivolto ai leader mondiali chiedendo un “passo indietro” e “una nuova prospettiva funzionale al disarmo e alla non proliferazione nucleare”.
Sono anni, quelli del decennio degli Ottanta, caratterizzati da una complessa tensione: dopo la vecchia parentesi di alleanza, resasi necessaria durante la Seconda Guerra Mondiale per combattere il nemico comune, i regimi dittatoriali di destra dell’Europa, le rilevanti differenze fattuali e ideologiche tra gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica hanno creato profonde spaccature e numerose crisi internazionali. Nel contesto della Guerra Fredda la minaccia nucleare, che nell’agosto del 1945 aveva lasciato il mondo sotto shock, resta una costante negli anni a seguire. Già sul finire degli anni Sessanta i leader delle due superpotenze avevano avviato i cosiddetti Strategic Armaments Limitation Talks (SALT) con la firma di due trattati (i SALT I vennero siglati da Richard Nixon e Leonid Il’ič Brežnev nel 1972, i SALT II fecero seguito nel 1979 con il Presidente Jimmy Carter), mai ratificati e resi operativi fino in fondo.
L’11 marzo del 1985 Michail Gorbačëv, in carriera all’interno del Partito Comunista dell’Unione Sovietica già dal 1970, viene eletto Segretario generale del partito e deputato alla guida dell’URSS. Il giovane leader – allora ha “solo” 54 anni – ha come obiettivo quello di far uscire l’Unione dal pantano economico, sociale e produttivo in cui si trova. Per farlo, tuttavia, ha bisogno di potersi concentrare sul dentro più che sul fuori, mettere la parola fine alla lotta militare e diplomatica con gli Stati Uniti.
Solo due anni prima l’inquilino della Casa Bianca Ronald Reagan, definendo l’URSS “l’Impero del Male”, aveva annunciato lo Strategic Defense Initiative (SDI), un programma nucleare difensivo da 44 miliardi di dollari passato alla storia, sulla scia del successo delle Star Wars di George Lucas, con il nome di “Guerre Stellari” (l’iniziativa, infatti, prevedeva sistemi d’arma nello spazio oltre che al suolo). Già dal 1977, inoltre, Est e Ovest del mondo stavano vivendo la cosiddetta crisi degli Euromissili, una serie di tensioni – acuite dalle proteste dei pacifisti – dovute allo schieramento di missili balistici nucleari installati da entrambe le forze mondiali sul territorio europeo.
È in questo clima che Reagan e Gorbačëv si conoscono per la prima volta nelle sale della Villa Fleur d’Eau sulle rive del lago di Ginevra a Versoix, in Svizzera. Lo scenario è quello di “un lungo tavolo ovale, quattro grandi finestre da cui s’intravedono le acque plumbee del lago, gli alberi semispogli, qualche chiazza di neve”, come descrive La Repubblica il 19 novembre. Le aspettative, negative vale la pena di dire, sull’incontro sono altissime: nel gennaio di quell’anno i ministri degli Affari Esteri dei due Paesi hanno firmato a Vienna una dichiarazione d’intenti sulla necessità globale di prevenire la corsa agli armamenti spaziali e di ridurre le armi nucleari e strategiche, ma il 13 novembre il Segretario alla Difesa statunitense, Caspar W. Weinberger, indirizza una lettera al Presidente – comparsa a pagina 7 del New York Times tre giorni dopo – perché rifiuti qualsiasi proposta sovietica in virtù delle “violazioni” agli accordi precedenti che “continuano e richiedono una risposta adeguata e proporzionata”.
Il 24 ottobre Reagan interviene alla 44esima Assemblea generale delle Nazioni Unite: durante il suo discorso, guardando all’imminente incontro con la controparte, auspica un dialogo che possa portare il mondo a “camminare insieme su un sentiero più sicuro verso il XXI secolo e a gettare le basi per una pace duratura”. Lo stesso Gorbačëv ne è consapevole: la responsabilità della pace mondiale è sulle loro spalle.
Tra strategie difensive, finanziamenti militari, predominanza nucleare, tutti cercano di analizzare e prevedere come andrà quel primo rendez-vous ma, forse in un Novecento che aveva perso di vista l’individuo e l’individualità, la singola umanità intesa come capacità di essere esseri umani prima che leader, statisti, generali decorati, tutti avevano dimenticato di includere nel quadro analitico un elemento: la componente umana. Perché a partire da quel loro primo incontro, tra Reagan e Gorbačëv scatta qualcosa, qualcosa che nella vita comune potremmo chiamare semplicemente affinità, intesa, simpatia. Da subito viene sottolineata “la loro capacità di conversare pacatamente”, come riferisce il portavoce della Casa Bianca Larry Speakes, citato allora da La Stampa, una capacità che li porterà a smettere di guardare gli orologi e prolungare di oltre un’ora i loro primi colloqui privati, alcuni fuori programma. Il segretario di Stato di Reagan, George P. Shultz scrive che “la chimica personale era evidente. L’atteggiamento facile e rilassato l’uno nei confronti dell’altro, i sorrisi, la risolutezza… si notava”.
Come i migliori degli amici, Gorbačëv e Reagan “agreed to disagree”, si rendono conto che, messe da parte le differenze, il loro scopo nel loro ruolo è il medesimo: fare il bene per il proprio popolo e quel bene, in quel momento, è la denuclearizzazione. Come ha sottolineato lo storico Jason Saltoun-Ebin, i due protagonisti del Vertice di Ginevra “hanno riconosciuto che il cambiamento stava arrivando, ed entrambi volevano essere dalla parte giusta della storia”.
40 lettere personali, numerosi vertici e due anni più tardi, l’attore statunitense e il giovane comunista firmano, a Washington D.C. l’8 dicembre del 1987, il Trattato INF (Intermediate-Range Nuclear Forces Treaty) che stabilisce non il ritiro o la riduzione dei sistemi d’arma – 2.700 missili stanziati in Europa – ma la loro eliminazione totale.
«A nuclear war cannot be won and must never be fought», dichiarano i due leader in una nota congiunta al termine di quel primo Vertice di Ginevra, nel 1985, e quello scopo portano avanti ancora nel loro rapporto d’amicizia, in primis, e diplomatico, in secundis, quando due anni dopo arrivano ad annunciare che gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica, con l’obiettivo di “prevenire qualsiasi guerra tra di loro”, riconoscendone le potenziali “conseguenze catastrofiche”, “non cercheranno di raggiungere la superiorità militare” l’uno sull’altro.
Quel primo incontro e quella dinamica squisitamente umana che è l’amicizia assumono le vesti di una lezione storica da ripercorrere in un’attualità segnata ancora una volta dal sangue e dalle minacce per la stabilità globale. Forse anche i noi del futuro, al termine di “una guerra straziante e terribile”, scopriranno che “i principi e i diritti fondamentali su cui era stata fondata la nostra unione erano più chiari e forti che mai”, come riconobbe Reagan quando andò in visita a Mosca, nel 1990, lo stesso anno in cui Michail Gorbačëv venne insignito del Nobel per la pace.
Poco meno di 30 anni dopo, l’ex statista sovietico ci ha lasciato la sua ultima lezione. Mentre gli Stati Uniti guidati da Donald Trump si preparavano al ritiro dal Trattato INF – cosa che avverrà in maniera formale il 2 agosto del 2019 -, assistendo al tramonto di quel pezzo di pace che aveva contribuito a rendere reale, Gorbačëv lanciò un monito, un appello che ancora nel 2022, l’anno della sua morte, risuona forte, chiaro e urgente: «di fronte a questa terribile minaccia alla pace, non siamo impotenti. Non dobbiamo rassegnarci, non dobbiamo arrenderci».