La Corea del Sud ha vissuto ore concitate con il presidente Yoon che ha evitato la richiesta di impeachment. Un riepilogo di cosa, e soprattutto perché, è successo a Seul
Il 17 maggio del 1980, l’allora capo del KCIA, i servizi segreti sudcoreani, Chun Doo-hwan, proclama la legge marziale, scioglie l’Assemblea nazionale, in 9 giorni reprime le proteste e dà il via al suo regime militare. Solo anni dopo, precisamente il 17 dicembre del 1987, i sudcoreani tornano alle urne per le prime elezioni a suffragio popolare diretto: sul finire della Guerra Fredda, in Corea del Sud torna la democrazia.
Memore della Storia, nel 2024 il popolo sudcoreano ha deciso di difendere la sua democrazia e questa volta la legge marziale è durata solo 6 ore.
Cronaca di un (tentato) golpe
Nella tarda sera del 3 dicembre scorso, il presidente sudcoreano Yoon Suk-yeol si presenta a sorpresa davanti alla nazione in diretta televisiva dichiarando l’introduzione della legge marziale d’emergenza, prevista dall’articolo 77 della Costituzione. Yoon, esponente del conservatore Partito del Potere Popolare (PPP) e in carica dal 10 maggio del 2022, motiva la sua decisione chiamando in causa il grande “nemico” del Paese, la Corea del Nord di Kim Jong-un, e puntando il dito contro il principale partito d’opposizione, il Partito Democratico (DPK). Nel suo discorso, infatti, dichiara che la misura è necessaria per “sradicare le forze filo-nordcoreane” e “proteggere l’ordine democratico costituzionale”. «Senza riguardo per i mezzi di sostentamento del popolo, il partito di opposizione ha paralizzato il governo solo per il bene dell’impeachment, di indagini speciali e per proteggere il loro leader dalla giustizia», afferma.
Le sue parole scatenano il caos.

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La legge marziale prevede lo stop a tutte le attività politiche di partiti, consigli locali, movimenti, incluse le attività del Parlamento, Assemblea nazionale di cui Yoon, dalla sua elezione, non ha mai avuto il controllo. Alle elezioni del 2020, infatti, il DPK aveva ottenuto 180 seggi su 300 (contro i 103 del PPP), mentre alle elezioni dello scorso 10 aprile i democratici hanno conquistato 169 seggi su 300 (contro i 108 dei conservatori): una conferma dell’impopolarità del presidente che già nel 2022 era stato eletto con il 48,56% dei voti e un margine ristrettissimo rispetto al 47,83% dell’avversario Lee Jae-Myung (in Corea del Sud il presidente è eletto con un sistema maggioritario secco). È in quest’ottica, o almeno in parte, che va guardato l’annuncio della legge marziale: nei giorni precedenti, Yoon e il PPP si erano impantanati nella difficoltà di far approvare la legge di bilancio per il 2025 – un rinvio costante che, secondo il presidente democratico della Camera Woo Won-shik, era dovuto alla mancanza di consenso bipartisan -, fin quando proprio il 3 dicembre il DPK non approva la legge con pesanti tagli, senza il consenso del PPP.
Subito dopo l’annuncio di Yoon il ministro della Difesa Kim Yong-hyun chiama a raccolta “una riunione dei comandanti” delle forze armate, a cui chiede “una maggiore vigilanza”, e ordina all’esercito “di rimanere in uno stato di guardia di emergenza”. Tra i piani alti della difesa, il generale Park An-su, già capo di Stato maggiore dell’esercito, viene nominato comandante della legge marziale ed emette il decreto per la messa al bando delle attività politiche, il controllo su media ed editori e l’arresto o la perquisizione senza mandato di chi viola la legge marziale.
La macchina della rivolta, però, si è già avviata: il presidente dell’Assemblea – che ha potere di abolire la legge marziale -, Woo Won-shik, chiama a raccolta i parlamentari per rispondere all’annuncio del presidente. Intanto il leader democratico Lee Jae-myung invita la popolazione a protestare contro l’imposizione della legge marziale e in centinaia si riuniscono davanti all’Assemblea, circondata da soldati e poliziotti che ne bloccano le entrate, mentre sul tetto atterrano i primi elicotteri. Lo stesso Lee si riprende in diretta sui social mentre scavalca la recinzione esterna dell’edificio nel tentativo di entrare, dichiarando: «il presidente Yoon Suk-yeol ha dichiarato la legge marziale senza alcun motivo, mettendo il Paese in mano ai militari. Non possono farla passare, carri armati, veicoli blindati e soldati con pistole e coltelli controlleranno presto il Paese. Da questo momento Yoon non è più il presidente della Repubblica di Corea», e altri deputati, di tutti gli schieramenti, seguono il suo esempio.
Durante la notte, i 190 parlamentari che sono riusciti a raggiungere l’Assemblea, mentre fuori i manifestanti si scontrano con le forze armate, adottano una risoluzione unanime per la revoca della legge marziale. L’esercito lascia l’edificio ma afferma, secondo i media locali, che “farà rispettare la legge marziale finché non verrà revocata dal presidente”.
Anche il partito di governo si unisce alla mozione dell’assemblea, condannando la mossa del presidente Yoon: poco dopo la diretta televisiva, il leader del PPP Han Dong-hoon rilascia una nota definendo “sbagliata” la scelta della legge marziale che riporta la giovane democrazia sudcoreana indietro agli anni bui della dittatura militare di Chun Doo-hwan.
Alle prime ore del mattino, dopo una notte di scontri e proteste, il presidente Yoon annuncia in diretta televisiva il ritiro dello stato d’emergenza mentre l’agenzia di stampa Yonhap conferma che il gabinetto di governo ha approvato la revoca della legge marziale. Il passo indietro però non basta: i manifestanti, diventati migliaia, chiedono l’arresto del presidente, i sindacati dichiarano lo sciopero a oltranza, l’opposizione minaccia l’impeachment, il won è in caduta libera e gli alleati internazionali – USA in prima fila, presi in contropiede dall’annuncio di Yoon – tengono d’occhio la situazione.

Il 4 dicembre si apre con la condanna secca di tutti i media sudcoreani, senza distinzione ideologica, e le dimissioni di massa di alti consiglieri e segretari del presidente. Partita da Seul, intanto, la protesta dei cittadini si diffonde in tutto il Paese: Daegu e Pohang, Busan, Ulsan, Chuncheon e nell’isola di Jeju. Le richieste che Yoon lasci il suo incarico aumentano ma, al suo posto, sono diversi ministri a esprimere la volontà di lasciare, tra cui il ministro degli Esteri Cho Tae-yul e quello delle Finanze Choi Sang-mok. Il premier Han Duck-soo chiede così “a tutti i componenti del governo di adempiere ai propri doveri e alle proprie responsabilità per il benessere della nazione e della sua gente” e ammette, in qualità di capo del gabinetto, le sue responsabilità sull’annuncio della legge marziale. Le dimissioni dell’intero staff, 18 ministri inclusi, arrivano a metà giornata.
Yoon dal canto suo non sembra voler cedere, lascia per primo il ministro della Difesa Kim Yong-hyun: «sono profondamente dispiaciuto e mi assumo la piena responsabilità per il caos e la preoccupazione causati all’opinione pubblica in merito alla legge marziale. Mi sono assunto la piena responsabilità per tutte le questioni relative alla legge marziale e ho presentato le mie dimissioni al presidente», dice. Il presidente accetta le dimissioni e nomina al suo posto Choi Byung-huk, ex generale attualmente ambasciatore della Corea del Sud in Arabia Saudita.
Non basta, i 6 partiti di opposizione presentano una mozione di impeachment preparata con urgenza accusando Yoon di aver “violato gravemente e ampiamente la Costituzione e la legge” con una misura “motivata non da preoccupazioni per la sicurezza nazionale ma dall’intento di eludere le indagini sulle accuse penali che coinvolgono il presidente e la sua famiglia”. La mattina del 5 dicembre il PPP annuncia che si opporrà all’impeachment che verrà votato sabato 7 dicembre alle 19.00 ora locale. «Faremo degli sforzi per impedire che questa mozione di impeachment venga approvata», dichiara Han Dong-hoon ai membri del partito durante un incontro trasmesso in diretta, ma specifica ai giornalisti di aver chiesto le dimissioni di Yoon dal partito.
Il DPK non si ferma però alla mozione di impeachment e denuncia ufficialmente il presidente e alcune figure a lui vicine per il reato di insurrezione. Poco dopo il capo del quartier generale investigativo nazionale della National Police Agency, Woo Jong-soo, annuncia che “il caso è stato assegnato” e le indagini iniziate: nel mirino c’è anche l’ormai ex ministro Kim Yong-hyun (che ha ricevuto il divieto di viaggio) che, secondo i media nazionali, avrebbe avanzato la proposta della legge marziale al presidente. Durante una sessione parlamentare, il viceministro della Difesa Kim Seon-ho riferisce che Kim ha ordinato alle truppe di infiltrarsi nell’Assemblea nazionale per impedire ai deputati di entrare dopo il decreto della legge marziale. A parlare è anche il generale Park An-su – capo di Stato maggiore dell’esercito dimissionario le cui dimissioni, tuttavia, sono state rifiutate dal presidente – che, nel corso di un’audizione di emergenza al comitato parlamentare di Difesa, secondo quanto riportato dall’agenzia Yonhap, dichiara di essere venuto a conoscenza della legge marziale solo dopo l’annuncio televisivo di Yoon.

Il presidente Yoon è riuscito a evitare l’impeachment perché il partito si è presentato compatto e gli 8 deputati di maggioranza necessari all’opposizione per raggiungere i due terzi del parlamento non hanno votato a favore della richiesta di impeachment.
Un Paese spaccato
Quanto accaduto il 3 dicembre sembra essere il tentativo di un presidente che ha perso il consenso dell’opinione pubblica, “ostaggio” da una parte dell’opposizione che blocca in Parlamento la legge di bilancio e dall’altro delle tensioni con la Corea del Nord.
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Al punto di rottura si arriva dopo anni di tensioni tra partiti politici e una polarizzazione sempre maggiore nella società sudcoreana. La linea politica di Yoon Suk-yeol, presidente dal 2022 con il margine più ristretto (come anticipato solo lo 0,8% in più rispetto al suo sfidante) della – seppur giovane – storia democratica della Corea del Sud, è stata di netta cesura rispetto al suo predecessore, il progressista Moon Jae-in.
Dopo anni di politiche di avvicinamento con la Corea del Nord e di avanzamento in materia di diritti, Yoon ha sostenuto fossero sintomo di debolezza e che stessero minando il Paese stesso. Così per la politica estera ha cercato appoggio negli Stati Uniti allontanandosi il più possibile dalla Corea del Nord, mentre la politica interna è andata verso posizioni molto più conservatrici e tradizionaliste.

Le critiche e il dissenso non si sono fatte attendere, a pochi mesi dal suo insediamento il governo fu travolto dalle critiche in seguito al disastroso incidente avvenuto durante la festa di Halloween, che costò la vita di circa 150 persone che morirono nella calca nel centro di Seul. Nel 2024, invece, un grande sciopero ha coinvolto tutto il Paese, a protestare contro stipendi bassi e pessime condizioni di lavoro sono stati i medici, ben presto il dibattito si è spostato anche sulla crisi abitativa e i prezzi proibitivi del mercato immobiliare per la maggior parte della popolazione sudcoreana; in questo clima esplode poi lo scandalo relativo alla borsa Dior regalata alla first lady.
Ad accrescere il clima di tensione è stata anche l’ondata di movimenti femministi che hanno iniziato in maniera dirompente a criticare la struttura patriarcale e tradizionalista sudcoreana (come detto, rinsaldata dalle politiche di Yoon). La reazione degli uomini sudcoreani è stata di creare gruppi esplicitamente antifemministi e il presidente ha deciso di schierarsi apertamente con le frange più reazionarie, arrivando a promettere l’abolizione del ministero delle Pari opportunità e azioni per mettere un limite alle attività dei movimenti femministi nel Paese.
Tutti fattori che hanno contribuito alla sempre maggiore impopolarità del presidente che si è resa evidente alle elezioni legislative, dove il Partito Democratico ha raggiunto risultati senza precedenti dopo aver improntato tutta la campagna elettorale su toni asprissimi parlando di Yoon come “traditore nazionale”, mentre per le forze alleate al presidente gli avversari erano “criminali” e “comunisti nordcoreani”.
È questo lo scenario che si trova davanti il presidente quando decide di sospendere la democrazia, seppur per poche ore – probabilmente perché, come sostiene un esperto di Corea del Sud del calibro di Karl Friedhoff, “il modo in cui la legge marziale è stata annunciata ha dimostrato i caratteri generali della presidenza di Yoon: pianificata male e applicata peggio”.

Nonostante abbiano tutti dichiarato stupore di fronte alla decisione di Yoon pare che le opposizioni da mesi si prospettassero questa possibile mossa. Era stato visto con preoccupazione il fatto che Yoon avesse nominato a capo di varie strutture militari e di sicurezza (tra cui il ministero della Difesa e l’unità di controspionaggio) suoi ex compagni delle scuole superiori, percepito come un tentativo di assicurarsi fedeltà personale da parte dell’Esercito. Soprattutto, lo scorso settembre la nomina del suo ex compagno di scuola a ministro della Difesa aveva fatto insorgere le opposizioni che avevano accusato Yoon di voler istituire la legge marziale. Il governo allora aveva smentito queste voci accusando i membri del Partito Democratico di complotto e diffusione di fake news.
Alla fine dei fatti il presidente Yoon Suk-yeol ha accettato le dimissioni del ministro della Difesa Kim Yong-hyun (che si è assunto le responsabilità della decisione della legge marziale) e l’opposizione ha approvato la mozione di impeachment che verrà votata in Parlamento sabato 7 dicembre. La votazione, come anticipato, è stata respinta, ma l’esito non era scontato, dato che l’opposizione aveva bisogno di almeno 8 dei 108 parlamentari del partito del presidente (l’impeachment è possibile con i voti dei due terzi del parlamento). Il leader del partito di Yoon, Han Dong-hoo, aveva già dichiarato l’intenzione di opporsi alla richiesta di impeachment, secondo i media locali però diversi deputati sarebbero in disaccordo. In ogni caso, anche se l’impeachment fosse stato approvato Yoon non sarebbe stato costretto a lasciare la presidenza, dato che è necessaria l’udienza della Corte costituzionale che deve confermare la decisione con il voto di 6 dei 9 membri.
La “consorte del presidente”
Dietro al tentato golpe – così è stato definito – del presidente sudcoreano Yoon ci sarebbero (anche) gli scandali in cui è implicata la moglie, la first lady Kim Keon-hee.
Nata Kim Myeong-sin il 2 settembre del 1972, la donna cambia nome nel 2008 e nel 2009 fonda la Covana Contents, azienda specializzata nell’organizzazione di mostre ed eventi d’arte. Nel 2012 sposa l’avvocato Yoon Suk-yeol che l’anno successivo diventa procuratore capo di Yeoju, nel 2017 capo dell’ufficio del procuratore centrale di Seoul e nel 2019 Procuratore Generale della Corea del Sud, fino all’elezione presidenziale.
Dal 2019, Kim è al centro di una serie di accuse e scandali che la vedrebbero implicata in evasione fiscale, tangenti, corruzione e manipolazione del mercato azionario. In quell’anno infatti i media cominciano a suggerire che la futura first lady – sebbene lei, si dice, preferisca il termine “consorte del presidente” – non paghi regolarmente le tasse della sua società e che tramite la stessa riceva tangenti per ospitare mostre d’arte. Nel 2021 a finire sotto il mirino dei media è il suo curriculum accademico: alcune segnalazioni rivelano come falsi i collegamenti alla Stern School of Business della New York University e la 52enne, durante la campagna elettorale del marito, si scusa pubblicamente. L’anno successivo, però, la comunità universitaria la accusa di plagio per gli scritti accademici del master presso la Sookmyung Women’s University e del dottorato alla Kookmin University.

Il 2023 la vede ancora protagonista per il cosiddetto “Dior-gate”. A novembre il sito di news Voice of Seoul pubblica un video risalente all’anno prima in cui si vedrebbe Kim Keon-hee accettare in regalo una Dior Lady dal valore di tre milioni di won, circa 2.000 euro. A consegnarle la borsa e riprendere la scena è Choi Jae-young, pastore coreano-americano di una chiesa cristiana protestante noto, tra le altre cose, per le sue posizioni a favore del riavvicinamento delle due Coree. A organizzare l’incontro e la trappola, munito di un telecamera installata nell’orologio, era stato lo stesso pastore dopo aver sentito la first lady parlare al telefono di questioni politiche e aver dedotto una gestione privata degli affari di Stato. Nel video, tuttavia, non si vede mai la donna prendere la borsa – appoggiata su un tavolo da Choi – ma secondo il quotidiano Korea Herald Kim aveva poi preso la borsa, “gestita e riposta come proprietà del governo”.
Le “colpe” dell’episodio non sono mai state rivelate – secondo la legge sudcoreana i funzionari pubblici non possono accettare regali oltre il milione di won se questi avvengono “in connessione con i doveri di un funzionario pubblico”, cosa non accertata per la borsa della maison francese – ma la supposizione è stata abbastanza forte da minare ancora di più la popolarità del presidente. Nel frattempo, infatti, già dal 2020 Kim Keon-hee era osservata speciale della giustizia per presunta manipolazione azionaria: erano risultati 6 conti bancari a lei intestati contenenti prove della negoziazione di titoli presi di mira e coinvolti in una frode sugli investimenti da 63,6 milioni di won. In particolare la donna era stata accusata di aver manipolato i prezzi delle azioni della Deutsch Motors, concessionaria BMW, dal 2009 al 2012 in cospirazione con il presidente della Deutsch Motors Kwon Oh-soo e con il trader Lee Jong-ho, ex CEO di Black Pearl Invest. L’indagine sulla Deutsch Motors era partita nell’aprile del 2020 dopo che Choe Kang-wook, ex deputato dell’Assemblea nazionale, aveva denunciato Kim per presunte violazioni del Capital Market Act.
La first lady non era la sola ad essere coinvolta nello scandalo ma, a differenza di altri, accusati e condannati per favoreggiamento, lei non è stata incriminata. Lo scorso ottobre, infatti, l’ufficio del procuratore distrettuale centrale di Seul ha dichiarato il ritiro delle accuse nei confronti della donna, scatenando le ire del partito d’opposizione. Il 3 dicembre, la maggioranza parlamentare in mano al DPK – che già tre volte aveva proposto in Assemblea un disegno di legge per indagare sulla moglie del presidente Yoon, senza successo – è riuscita a ottenere l’approvazione delle mozioni presentate per rimuovere dagli incarichi il procuratore generale e il numero uno della Corte dei conti che si sarebbero rifiutati di incriminare Kim.

Ciò che emerge dai fatti di Seul è che la forza della giovane democrazia sudcoreana è stata dimostrata dalla popolazione, che ha risposto riversandosi in strada e non intendendo cedere alla legge marziale. Perché la democrazia è fragile e si salva solo con l’attenzione, e l’azione, di tutti e tutte.
di: Alessia MALCAUS e Flavia DELL’ERTOLE
FOTO: ANSA/EPA/JEON HEON-KYUN