SIRIA

È spaventosamente alto il numero di persone colpite dalle guerre e dalle catastrofi umanitarie. Tra loro milioni di bambine e bambini

È allarmante il numero di bambini e minori colpiti dalle guerre e dalle catastrofi umanitarie nel mondo. Nel 2023 erano 473 milioni i bambini che vivevano in una zona di conflitto (quasi uno su cinque), come ha denunciato Save the Children nel report Stop the War on Children. Pathways to Peace, pubblicato il 31 ottobre 2024. Inoltre, prosegue il report, si stima che siano 31 al giorno i bambini e le bambine uccisi o mutilati dai conflitti; più di un terzo dei bambini uccisi nel 2023 erano palestinesi.

Burkina Faso, Repubblica Centrafricana, Mali, Myanmar, Striscia di Gaza, Repubblica Democratica del Congo, Somalia, Siria, Ucraina, Sudan, Yemen sono solo alcuni dei tanti luoghi sotto scacco delle bombe.

Il report provvisorio dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani (OHCHR) reso pubblico lo scorso 8 novembre ha evidenziato che il 70% delle persone uccise nella Striscia di Gaza nei primi 6 mesi di attacchi israeliani sono donne e bambini, la maggior parte dei quali aveva tra i 5 e i 9 anni.

Ti potrebbe interessare: L’infanzia infranta a Gaza

In Siria dal 2011 infuria un sanguinoso conflitto civile, nel quale sono stati uccisi o feriti 14mila bambini (dati UNICEF riferiti al 2023). Secondo il Fondo delle Nazioni Unite per l’Infanzia sono 16, 7 milioni le persone siriane che necessitano di assistenza umanitaria, di cui 7,5 milioni bambini, il numero più alto dall’inizio della guerra. Sfollamenti, epidemie, malnutrizione, terremoti – come quello che ha colpito il confine turco-siriano nel febbraio 2023 – espongono la popolazione tutta e i minori a conseguenze fisiche e psicologiche a lungo termine. Un’indagine sulle famiglie condotta nel nord della Siria, e riportata dall’UNICEF, ha evidenziato che il 34% delle bambine e il 31% dei bambini riportano stress psicosociale, percentuale che aumenta nelle zone devastate dal sisma (83% delle persone intervistate). Sono oltre 13 milioni i siriani – circa metà della popolazione prima della guerra – sfollati all’interno o all’esterno del Paese, senza la possibilità di tornare alle proprie case. Circa 2,4 milioni di bambini di età compresa tra i cinque e i 17 anni – ovvero quasi la metà dei 5,5 milioni di bambine e bambini in età scolare – non frequentano la scuola, continua l’UNICEF.

Ti potrebbe interessare Siria, oltre un decennio di devastazione

Così riportato questo potrebbe sembrare un elenco arido e brutale ed è necessario ricordare che non si tratta di cifre, ma di persone. Gli atti di violenza che le popolazioni costrette a vivere la guerra subiscono sono molteplici, dalla distruzione di case, ospedali, scuole – e il conseguente abbandono, ulteriormente traumatico – agli atti di sfruttamento e agli abusi, le cui ripercussioni si fanno sentire anche dopo la fine dei conflitti, a livello fisico e psicologico. Senza contare il numero di bambini rimasti orfani e il pericolo delle mine antipersona e delle munizioni inesplose, che mietono un numero di vittime spaventosamente alto, anche anni dopo la fine della guerra. Le mine e le munizioni a grappolo sono una minaccia costante per la popolazione e per l’infanzia e, purtroppo, non sono le uniche.

Le macerie dopo un attacco israeliano sul campo profughi di Nuseirat, nella Striscia di Gaza, il 29 novembre 2024 – ANSA/EPA/MOHAMMED SABER

Ti potrebbe interessare Campo minato

Le più gravi violazioni contro i minori

Per quanto riguarda i minori, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha individuato le 6 violazioni più gravi contro i bambini in situazioni di guerra: l’uccisione e la mutilazione di bambini e bambine, il reclutamento di minori nelle forze armate e nelle milizie, gli attacchi alle scuole e agli ospedali, la violenza sessuale, il rapimento, la negazione dell’aiuto umanitario ai minorenni.

Le uccisioni e le mutilazioni di minori non sono solo il risultato di attacchi diretti, ma anche del fuoco incrociato, della tortura, delle mine antipersona, delle munizioni “a grappolo”, di ordigni esplosivi improvvisati utilizzati in modo indiscriminato o durante operazioni militari, di demolizioni di abitati o di attacchi suicidi. Secondo l’Unicef, tra il 2005 e il 2022 più di 120mila bambini e bambine sono stati uccisi o mutilati durante i conflitti, e si tratta solamente dei casi accertati.

La definizione di “bambino soldato” comprende tutte le persone under 18 reclutate da gruppi armati, regolari o irregolari: spesso vengono rapiti o adescati con l’inganno. Tra loro rientrano anche le bambine e le ragazze reclutate per i matrimoni forzati o vittime di violenze sessuali. I bambini non vengono unicamente costretti a partecipare direttamente alle ostilità, ma vengono “usati” (termine agghiacciante ma pertinente) come guardie, messaggeri, cuochi, facchini. Secondo l’UNICEF, tra il 2005 e il 2020 sono stati oltre 93mila i casi di bambini reclutati anche se, secondo l’agenzia, il numero reale potrebbe essere molto più alto. Lo Statuto della Corte penale internazionale, adottato nel 1998, considera crimine di guerra l’arruolamento di minori al di sotto dei 15 anni nelle forze armate internazionali o il loro coinvolgimento nelle ostilità.

Le scuole e gli ospedali dovrebbero essere luoghi protetti, sicuri, ma non è così. Secondo il report Stop the War on Children. Pathways to Peace di Save the Children gli attacchi a queste strutture sono aumentati drasticamente tra il 2021 e il 2022, con un picco nel 2023, in cui sono stati registrati 2.414 casi verificati: 937 – cioè il 38% – si sono verificati nei Territori Palestinesi Occupati, 338 in Ucraina e 246 in Myanmar.

La devastazione causata dalla guerra in Sudan – ANSA/Mudathir Hameed/dpa

Sempre nel 2023 sono stati 1226 i casi di violenze sessuali ai danni di minori in zone di guerra, in lieve crescita rispetto all’anno precedente. Il rapporto sottolinea che, benché anche le altre violazioni siano spesso sottostimate, è più frequente nel caso di stupri a causa delle norme sociali, dello stigma e delle paura di ritorsioni. Una vittima su tre di violenza sessuale era un minore, il 98% ragazze, evidenzia l’ufficio della Special Representative of the Secretary-General on Sexual Violence in Conflict Pramila Patten.

Ma a raggiungere il picco nel 2023, continua il documento, sono stati i casi in cui è stato negato l’accesso agli aiuti umanitari: 5.158 nel 2023 contro i 3.931 dell’anno precedente. Solo nei Territori Palestinesi Occupati (Striscia di Gaza, Cisgiordania e Gerusalemme Est) ci sono stati 3.250 casi, il numero più alto mai registrato in una zona di guerra.

Il diniego all’accesso umanitario comprende minacce e violenze agli operatori umanitari, il furto di beni, forniture e strutture a scopo umanitario, oltre che le barriere fisiche e amministrative.

Con la Convenzione Onu sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza (Convention on the Rights of the Child – CRC), approvata il 20 novembre 1989 dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, per la prima volta le bambine, i bambini, le e gli adolescenti vengono riconosciuti titolari dei diritti civili, sociali, politici, culturali ed economici.

L’intervista

Sono molte le popolazioni colpite non solo dai conflitti ma anche da siccità, malnutrizione ed eventi meteorologici estremi. Secondo un rapporto del Programma alimentare mondiale delle Nazioni Unite (World Food Programme, WFP) pubblicato nell’aprile 2024, dal 2016 il numero di persone che affrontano livelli di insicurezza alimentare acuta di emergenza è aumentato di un milione in 39 Paesi e territori; l’aumento più significativo si è verificato in Sudan.

In alcune zone è in corso un’emergenza umanitaria che, spesso, viene dimenticata. Ne abbiamo parlato con Arianna Martini, presidente di Support and Sustain Children (SSCh) associazione che avvia progetti e distribuisce aiuti in Siria, Turchia, al confine tra i due Paesi, nella Striscia di Gaza ma anche in Madagascar.

Come è la nata la vostra associazione e di cosa si occupa?

«Nasciamo nel 2012, subito dopo lo scoppio della guerra in Siria. Io personalmente ero stata sul confine con la Turchia e in Siria per via di una breve partecipazione a missioni umanitarie di un’altra associazione, dalla quale mi sono, poi, allontanata. Pochi mesi dopo con un gruppo di amici abbiamo iniziato a raccogliere fondi e a fare piccolissimi progetti. Una volta rientrata in Italia ho cominciato a scrivere su Facebook per raccontare quello che vedevo – i bambini per strada, le ferite, la morte, il bisogno – e le persone hanno iniziato a seguirmi, chiedendomi come potessero donare. Allora abbiamo prima costituito un comitato, poi, nel 2018 siamo diventati onlus. Ora abbiamo progetti più strutturati  basati su questa spinta dal basso: la maggior parte dei progetti, infatti, è sostenuto da donazioni spontanee».

Siete appena tornati da una missione in Madagascar. Quali sono i progetti che avete attivato nel Paese?

«Il progetto [Madaproject, NdR], nasce poco meno di due anni fa. Il Madagascar è il Paese più povero al mondo in cui non c’è guerra. Sono partita e ho fatto alcune missioni ricognitive (come siamo soliti fare) nell’estremo Sud del Paese che negli ultimi 7 anni è afflitto da una forte siccità dovuta ai cambiamenti climatici in corso: la popolazione è stremata, non ha acqua. Al momento stiamo aiutando una comunità di quattro villaggi, che diventeranno 6. Una volta a settimana facciamo passare una cisterna per l’acqua, portiamo le persone malate in ospedale, consegniamo tonnellate di riso. Il progetto ha cambiato la vita alla popolazione locale, che prima doveva pagare per avere l’acqua. Ho visto la differenza, soprattutto nei bambini. Il progetto a lungo termine, però, è quello di scavare un pozzo – per il quale abbiamo ottenuto le autorizzazioni e stiamo cercando fondi – in modo da far ripartire l’agricoltura e rendere la comunità indipendente».

A ottobre siete stati in Siria, in Turchia e sul confine turco-siriano. Quali progetti avete attivato in queste zone?

«In Turchia fin da subito ci siamo fatti carico di un campo profughi sul confine con la Siria non gestito da associazioni, tantomeno dal governo turco. Siamo lì dal 2013 e ci occupiamo di tutto: prima emergenza, cibo, latte in polvere per i bambini piccoli e malnutriti. Abbiamo un progetto di adozione a distanza per bambini orfani, oltre a una piccola scuola. Abbiamo anche un progetto di medicina di base: durante alcune missioni siamo accompagnati da alcuni medici – in questo caso una dottoressa interna all’associazione che ha visitato l’intero campo – eroghiamo farmaci, ospedalizziamo quando necessario. Si tratta di un progetto enorme e molto faticoso a livello economico, sponsorizzato solo dalle donazioni. In Siria abbiamo tre progetti. Il primo è quello relativo alla clinica nel campo di Al-Resala, che nasce come pediatrica ma fornisce visite gratuite a tutti. Il team è formato da due medici e un’infermiera che con un’automedica raggiungono chi è allettato e chi non può spostarsi, anche perché la zona è abbastanza ampia e pericolosa. Da novembre è partito un servizio con un’ostetrica e un’infermiera che si occupano del sostegno alle puerpere, sia in clinica, sia con l’automedica, aiutandole anche a partorire: è una zona in cui ci sono poche strutture e a pagamento. Il terzo è il progetto AMAN, un centro di protezione della donna alla periferia di Idlib, che nasce per fornire supporto psicologico a giovani donne vittime di violenza, ma anche vedove e madri. Successivamente abbiamo iniziato a erogare una formazione specifica sull’empowerment a 15 ingegnere ambientali della comunità per aiutarle in futuro a presentare i loro progetti. Lo step successivo, che partirà tra gennaio a febbraio, prevede che loro stesse vengano chiamate a sviluppare un progetto che porti benessere all’intera comunità. Abbiamo anche un Help Point che fornisce supporto alle persone nell’area grazie a un team. Attualmente supportiamo circa 350 famiglie, 600 bambini con patologie più o meno gravi, fornendo latte, pannolini e cibo alle famiglie che lo richiedono e che non hanno modo di provvedere ai loro figli».  

Martini spiega che l’associazione è stata molto attiva nel post-terremoto, fornendo beni di prima necessità e tende.

Avete distribuito aiuti umanitari a distanza a  Gaza in un contesto in cui è ancora più difficile e complicato entrare e portare aiuti…

«Qui è stato fondamentale avere conoscenza delle dinamiche del Medio Oriente. Abbiamo un team interno a Gaza, che coordiniamo da qui e senza il quale non riusciremmo a fare nulla. Ad agosto siamo andati in Egitto e al confine, ora  siamo in attesa che ci vengano dati i permessi per l’accesso (che non stanno arrivando e non sappiamo se arriveranno). Riusciamo ad inviare denaro in piccole quantità, poco alla volta ma quasi quotidianamente, e in base alla liquidità interveniamo con azioni di prima necessità, come la distribuzione di acqua con una cisterna, soprattutto in tre zone (a volte anche in una quarta zona che, però, si trova al nord ed è molto più pericolosa). In questo caso non abbiamo beneficiari fissi, le persone si mettono in fila e prendono l’acqua. Due cisterne passano due volte al giorno, quindi sono 7mila litri d’acqua per due volte. Poi portiamo il cibo, e anche questo non è semplice, perché costa molto e non sempre si trova quello che si cerca, ma riusciamo a farlo con tanta fatica e penetrazione del contesto grazie alle persone che si trovano lì e che ne conoscono le dinamiche. Da un paio di mesi stiamo cercando di consegnare tende, che costano una follia: una tenda che in Italia costa circa 200 euro lì la paghiamo quasi 1000 dollari, più 50 dollari per il trasporto. Spesso vengono distribuite di nascosto a causa dei bombardamenti. Poi è ancora più faticoso perché non c’è carburante, quindi non sempre si trova il mezzo per spostarsi».

Ti potrebbe interessare Un anno di orrori

Martini racconta che negli ultimi tempi la situazione nella Striscia di Gaza è, se possibile, peggiorata e che anche le comunicazioni sono molto difficoltose a causa della mancanza di elettricità. «A volte non si riesce a parlare con le persone per due o tre giorni perché hanno il cellulare scarico e non possono ricaricarlo – spiega -. Però in attesa di questi permessi per mettere in pratica il progetto medico che abbiamo scritto, continuiamo in questa maniera».

In chiusura, Martini sottolinea che la peculiarità dell’associazione è quella di spostarsi ed essere presente sui territori. «Da quando abbiamo iniziato partiamo sempre – a parte Gaza, per ovvi motivi- ed è questa è la nostra forza. I nostri progetti – spiega – arrivano fino all’ultimo beneficiario e questo ci permette anche di modificarli quando ci accorgiamo di alcune lacune. Essere in contatto con la comunità locale è un grossissimo vantaggio. È un’esperienza di condivisione che aiuta loro a capire chi siamo noi, e noi a trovare l’energia per rinnovare i nostri progetti».

Durante l’intervista (a fine novembre) abbiamo chiesto quale fosse la situazione in Siria. Martini ci ha spiegato che a ottobre per l’associazione è stato difficile entrare perché la situazione era molto calda. Negli ultimi tre giorni prima della nostra chiacchierata, ha raccontato, il loro team ha riferito di veri e propri bombardamenti. Durante la stesura dell’articolo è arrivata la notizia che diversi gruppi armati sono entrati nella città di Aleppo, dal 2016 sotto controllo del regime di Bashar al-Assad.

di: Francesca LASI

FOTO: Anas Alkharboutli/dpa/ANSA