di Dante Caserta
L’attualità – tra eventi climatici estremi, il diffondersi delle epidemie, l’uso insostenibile delle risorse e la crisi della piccola-media impresa agricola – ci impone di ripensare il sistema zootecnico
700 milioni: è questo l’impressionante numero di animali che si calcola vengano allevati, per poi essere trasformati in cibo, negli allevamenti intensivi italiani ogni anno.
In gran parte sono polli (circa 500 milioni), seguiti da suini, bovini, ovini ed equini. Una quantità enorme di esseri viventi destinati alle nostre tavole dopo una breve vita caratterizzata da indicibili sofferenze in spazi assolutamente innaturali, imbottiti di sostanze per evitare malattie (che comunque si diffondono ugualmente) e per accelerare la crescita così da poter essere macellati il più rapidamente possibile, aumentando il profitto.
Un modello che dovrebbe farci vergognare per il malessere animale che comporta e che risulta essere del tutto insostenibile per gli impatti e i rischi ambientali che causa.
Oltre a essere una delle ragioni della perdita di habitat naturali, gli allevamenti intensivi sono responsabili del 14% delle emissioni climalteranti: del resto, nell’intero comparto dell’agricoltura, il 79% delle emissioni di gas serra si deve agli allevamenti di animali destinati al consumo umano che finiscono per generare circa il 40% delle emissioni globali di metano.
Secondo i dati di ISPRA, la zootecnia intensiva è anche responsabile del 75% di tutte le emissioni di ammoniaca, seconda fonte di formazione di polveri sottili nel nostro Paese, che ogni anno causano circa 50.000 morti premature, in particolare nella Pianura Padana dove si registra una massiccia presenza di allevamenti intensivi.
Questo tipo di allevamenti determina poi il dispendio di moltissime risorse, spesso sottratte al consumo umano diretto: due terzi dei cereali commercializzati nell’Unione Europea diventano mangime per gli animali allevati, mentre circa il 70% dei terreni agricoli europei è destinato all’alimentazione animale, principalmente per coltivazioni come il mais che richiedono molta acqua, una risorsa sempre più scarsa.
Il sistema degli allevamenti intensivi è un modello ad altissimo impatto sanitario e ambientale che, peraltro, paghiamo tutti noi. Tanti, infatti, sono gli incentivi di cui gode che premiano, oltretutto, soprattutto le aziende più grandi: a loro va infatti il 70% dei sussidi diretti della Politica Agricola Comune (PAC), sebbene rappresentino poco più del 30% delle aziende italiane del settore. Ingiustificati criteri di sovvenzione che stanno stritolando i produttori più piccoli tanto che tra il 2007 e il 2022 il nostro Paese ha perso oltre la metà (il 51%) delle sue aziende agricole di piccole dimensioni.
Le conseguenze degli eventi climatici estremi, a cui ormai assistiamo settimanalmente in tante parti d’Italia e del mondo, l’aggravarsi di epidemie come la peste suina, l’uso insostenibile di risorse limitate come acqua e suolo, nonché la crisi delle aziende agricole di piccole dimensioni, impongono una trasformazione dell’attuale sistema zootecnico: un sistema che il nostro Paese, così come gli altri Stati membri dell’Unione europea, è chiamato a ripensare in linea con quanto emerso dalle conclusioni del Dialogo strategico sul futuro dell’agricoltura promosso dalla Commissione europea.
Per questo, cinque grandi associazioni italiane, Greenpeace Italia, ISDE Medici per l’ambiente, Lipu, Terra! e WWF Italia, hanno presentato a febbraio 2024 una proposta di legge alla Camera dei deputati che punta alla transizione in chiave agro-ecologica del comparto. La proposta, sottoscritta ad oggi da 23 parlamentari, sia di maggioranza che di opposizione, con prime firmatarie Michela Vittoria Brambilla (Noi moderati) ed Eleonora Evi (PD), è stata assegnata alla Commissione Agricoltura con il numero AC 1760 ed è in attesa di calendarizzazione.

Il disegno di legge punta a rendere protagoniste le piccole aziende agricole zootecniche, indirizzando verso la sostenibilità quelle grandi e medie, attraverso un piano di riconversione finanziato con un fondo dedicato e prevedendo una moratoria all’apertura di nuovi allevamenti intensivi e all’aumento del numero di animali allevati in quelli già esistenti. L’obiettivo è promuovere la transizione ecologica del settore zootecnico, riconoscendo un giusto prezzo al lavoro dei piccoli produttori e garantendo ai consumatori il sufficiente accesso a cibi sani e di qualità. Una transizione che richiede una riduzione dei consumi di carne e prodotti di origine animale provenienti da allevamenti intensivi, considerando che il consumo medio di carne in Italia è oggi superiore a quello consigliato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità.
Come hanno sottolineato in più occasioni pubbliche i promotori, si tratta di una legge che offre agli allevatori, soprattutto ai più piccoli – costretti a produrre sempre di più con margini di guadagno sempre più bassi – una via d’uscita dalla crisi che li colpisce da anni.
Al tempo stesso, le disposizioni contenute nel testo garantiranno la sicurezza alimentare di tutti noi e il futuro del Pianeta. La proposta di legge, del resto, è coerente con l’implementazione delle Strategie Farm to Fork e Biodiversità 2030 dell’Unione europea, secondo le quali i sistemi alimentari devono “urgentemente diventare sostenibili e operare entro i limiti ecologici del Pianeta”.
Ad accompagnare il nuovo testo normativo anche una proposta di mozione messa a disposizione di Comuni e Regioni per sostenere la legge: uno strumento per responsabilizzare i consumatori e rafforzare la partecipazione delle comunità locali nella gestione dei territori che vivono le ricadute ambientali e sociosanitarie degli allevamenti intensivi.
Mai come oggi serve un piano di riconversione agro-ecologica della zootecnia che metta al centro le piccole aziende e tuteli ambiente, salute umana, benessere animale, garantendo condizioni di lavoro accettabili e una giusta retribuzione alle lavoratrici e ai lavoratori del comparto. La proposta si rivolge quindi a tutti gli attori istituzionali, economici e sociali in modo ampio e trasversale, in primis, alle forze politiche di tutto l’arco parlamentare, nella convinzione che essa possa costituire un passo in avanti nella protezione di ambiente e salute, coerentemente con le modifiche introdotte nel febbraio 2022 agli articoli 9 e 41 della Costituzione.

Dante Caserta
È Responsabile degli Affari Legali e Istituzionali del WWF Italia ETS, di cui in passato è stato anche presidente e vicepresidente. Il WWF Italia fa parte del Network del WWF Internazionale, un’organizzazione ambientalista indipendente, con cinque milioni di sostenitori nel mondo e una rete globale presente in oltre 100 Paesi. La missione del WWF è fermare il degrado dell’ambiente e costruire un futuro in cui le persone possano vivere in armonia con la natura, conservando la diversità biologica, garantendo un uso sostenibile delle risorse naturali rinnovabili e promuovendo la riduzione dell’inquinamento e dei consumi superflui.
Per Il Mondo “Sic Mundus Creatus Est” ha scritto anche Il futuro nelle nostre mani