Il governo Meloni ha varato un disegno di legge sul reato di femminicidio, inasprendo le pene. Le reazioni sono state contrastanti. Ne parliamo con la senatrice del PD Valente
Il 7 marzo, alla vigilia della Festa della Donna, il Consiglio dei ministri, su proposta dei ministri della Giustizia Carlo Nordio, dell’Interno Matteo Piantedosi, della Famiglia, la natalità e le pari opportunità Eugenia Roccella e delle Riforme istituzionali e la semplificazione normativa Maria Elisabetta Alberti Casellati, ha approvato un disegno di legge che introduce nel codice penale il reato autonomo di femminicidio, con l’obiettivo di rafforzare la tutela delle donne e contrastare in modo più efficace la violenza di genere.
«Femminicidio – ha spiegato la ministra Roccella presentando il provvedimento – è una parola che usiamo abitualmente ma fino adesso non era mai entrata nel codice. Questa è davvero una novità dirompente, non solo giuridica ma anche sul piano culturale». Le ha fatto eco Nordio, che ha parlato di una modifica “epocale” (al contrario di quanto affermato più volte negli anni). La premier Giorgia Meloni, assente alla conferenza stampa, rivendica l’azione del governo nel “dare una sferzata nella lotta” alla “intollerabile piaga” della violenza di genere.

Nel 2024 le vittime (ufficiali) di questo crimine sono state 83: l provvedimento viene visto come un nuovo passo verso la nascita di un Testo Unico contro le violenze di genere.
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Cosa prevede
Il disegno di legge prevede l’introduzione dell’articolo 577-bis nel codice penale, che punisce con l’ergastolo chiunque cagioni la morte di una donna per motivi di discriminazione o odio di genere, per reprimere l’esercizio dei suoi diritti e delle sue libertà, o per ostacolare l’espressione della sua personalità. Oltre all’introduzione del reato di femminicidio, il ddl prevede un aumento delle pene per reati già disciplinati dal cosiddetto “Codice Rosso”, come maltrattamenti in famiglia, violenza sessuale e stalking. Le pene potranno essere aumentate di almeno un terzo e, in alcuni casi, fino a due terzi, con l’obiettivo di rafforzare la deterrenza e offrire una tutela più efficace alle vittime.
Introduce ulteriori misure procedurali per garantire una maggiore tutela delle vittime: l’audizione obbligatoria della vittima: il pubblico ministero avrà l’obbligo di ascoltare personalmente la vittima, senza delegare questo compito alla polizia giudiziaria, assicurando così una maggiore attenzione alle testimonianze delle vittime; l’informazione ai familiari delle vittime: i familiari delle vittime di femminicidio saranno informati sull’andamento delle indagini e sull’evoluzione del procedimento penale, garantendo loro un coinvolgimento attivo nella ricerca della giustizia.

Prima di questa iniziativa legislativa, il codice penale italiano non prevedeva una specifica fattispecie di reato per il femminicidio. Gli omicidi di donne per motivi di genere erano perseguiti attraverso le norme generali sull’omicidio, con l’applicazione di circostanze aggravanti in determinati casi. Nel 2013, l’Italia aveva ratificato la Convenzione di Istanbul e introdotto il “Codice Rosso” nel 2019, che prevedeva misure per accelerare le indagini e i procedimenti penali riguardanti la violenza domestica e di genere.
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Reazioni
L’introduzione del reato autonomo di femminicidio ha suscitato diverse reazioni nell’opinione pubblica e tra gli esperti del settore. Alcuni ritengono che la nuova norma rappresenti un passo avanti significativo nella lotta alla violenza di genere, offrendo una risposta più adeguata alla gravità del fenomeno. Altri, invece, sollevano dubbi sull’efficacia di una nuova fattispecie di reato, sottolineando la necessità di interventi più ampi sul piano culturale e sociale per prevenire la violenza contro le donne.
Secondo l’Organismo Congressuale Forense «siamo all’ennesima strumentalizzazione della giustizia penale alla ricerca di facile consenso elettorale», ribadendo la sua contrarietà a «progetti di riforma ispirati a una visione illiberale del diritto penale». Secondo l’Ocf, la tutela della vittima non può essere affidata all’aumento delle pene. E nel provvedimento del governo «mancano seri interventi sul sociale e che diffondano una cultura del rispetto verso la donna».
Secondo l’avvocatura le modifiche introdotte dal ddl «hanno un unico denominatore comune, ossia il ricorso al carcere quale panacea dei mali. Non può che prendersi le distanze da norme che discriminano in maniera incostituzionale il medesimo delitto in ragione del genere, così come va stigmatizzato l’ennesimo aumento delle pene, l’inclusione tra i reati ostativi dei delitti di maltrattamenti in famiglia e di stalking, l’introduzione di aggravanti, la marginalizzazione dell’accusato nel processo a vantaggio della persona offesa. Insomma, il diritto penale assume un volto marcatamente repressivo che criminalizza attraverso generalizzazioni l’individuo prima del processo e rende impossibile la difesa di chi è accusato di taluni reati, catalogo sempre in aumento». E l’inefficacia di queste misure ai fini preventivi, a partire dall’aumento delle pene «è dimostrata dall’aumento dei delitti negli ultimi anni nonostante il Codice Rosso e le altre misure repressive adottate». Di qui l’auspicio che «lo stesso Governo, il Parlamento e il Presidente della Repubblica pongano rimedio e blocchino una riforma che porterà a gravi ingiustificati sacrifici della libertà dell’innocente e a delineare un processo penale fortemente ingiusto».

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Arriva scetticismo anche dalle opposizioni. I parlamentari del Partito democratico Cecilia D’Elia, Sara Ferrari, Antonella Forattini, Valentina Ghio, Filippo Sensi e Valeria Valente (di seguito l’intervista a quest’ultima) sottolineano: «Non possiamo non rilevare però che il governo agisce con misure penali che intervengono a violenza o femminicidio oramai agiti, continuando ad ignorare l’azione preventiva dell’educazione». «Femminicidio e violenza di genere sono fenomeni culturali, legati alla sperequazione di potere tra uomo e donna e a modelli sociali e di relazione segnati da un patriarcato che ancora persiste. Dobbiamo essere tutti consapevoli che la battaglia contro il Femminicidio e la violenza contro le donne si combatte prima di tutto sul terreno del cambiamento socioculturale e che non può certo bastare il diritto penale», continua la nota.
Anche Luana Zanella, capogruppo di Alleanza Verdi Sinistra vorrebbe più attenzione alla prevenzione. «La vita delle donne si salva prevenendo l’atto di violenza, prima ancora che reprimendo il gesto». E ancora, la questione della formazione: «Senza l’educazione affettiva e sentimentale nelle scuole, che dia forma al rispetto del corpo femminile, fino a fare del suo oltraggio un tabù, è un percorso ineludibile senza il quale ogni approccio securitario sarà insufficiente, così come sono essenziali la formazione di forze dell’ordine, magistratura, operatori e operatrici sociali e il finanziamento dei centri antiviolenza».

Critica anche la CGIL: «Le donne vogliono diritti da vive», recita una nota. Per la segretaria confederale, Lara Ghiglione, «non ci si occupa mai dell’elemento culturale, del superamento della visione arcaica e patriarcale che fa da substrato alla violenza. E non si parla mai di lavoro stabile e retribuito per le donne, non si affronta il nodo della condizione delle donne nel lavoro e nella società, con tutte le disparità e le discriminazioni ormai tristemente note. È questa condizione di marginalità che espone alla violenza». Per il sindacato, l’ombrello protettivo del governo per le donne va esteso ulteriormente. «Per l’esecutivo, evidentemente, le donne sono visibili e degne di attenzione solo se vittime, madri o mogli – prosegue Ghiglione -. E in queste due ultime vesti, unicamente come destinatarie di bonus di dubbia incisività o titolari del lavoro di cura. Di misure strutturali a sostegno della genitorialità neanche l’ombra, così come di provvedimenti per migliorare la qualità del lavoro, combattere discriminazioni e precarietà».
«Finalmente è arrivato. È una presa di coscienza collettiva che esiste il femminicidio, una differenziazione di cui abbiamo bisogno. Il comitato legale della Fondazione aveva il desiderio di proporlo – ha dichiarato Gino Cecchettin (padre di una giovanissima vittima, Giulia) a QN.

«Ovviamente non può bastare, come non bastano le leggi in generale. Serve poi un’azione culturale, che è alla base di una società civile» prosegue. E, per attuarla, al sistema scolastico «servono risorse. Bisognerebbe anche dare ai docenti i mezzi per poterlo affrontare. Come Fondazione Giulia Cecchettin, tra i primi progetti, abbiamo appunto la formazione dei docenti. L’educazione affettiva, a parte qualche progetto attivato dalle singole scuole, deve diventare sistematica. Sono gli studenti stessi a chiederlo».
L’intervista
Valeria Valente, avvocata, dal 23 marzo 2018 è senatrice della Repubblica per il Partito Democratico, dopo essere stata deputata alla Camera nella XVII legislatura, ricoprendo, tra gli altri, l’incarico di presidente del Comitato per le pari opportunità. In questa legislatura è membro (anche) della Commissione parlamentare di inchiesta sul femminicidio, nonché su ogni forma di violenza di genere.

Quali sono i punti salienti di questo disegno di legge?
«Il principale è l’istituzione di una fattispecie autonoma di reato dedicata all’uccisione di donne, in ragione di una specifica modalità di relazione uomo-donna. Si fotografa finalmente la differenza tra femminicidio e omicidio di donna, che sono due cose differenti. Per la prima volta si dà dignità e riconoscimento palese a questa differenza e a questa specificità; significa fotografare che cos’è il femminicidio e la sua matrice di carattere culturale. Il femminicidio si differenzia dall’omicidio di una donna perché è consumato per ragioni legate alla asimmetria di potere, al desiderio di possesso, di proprietà dell’uomo verso la donna, alla convinzione da parte dell’uomo di potere disporre e di essere proprietario degli spazi di libertà e del corpo della donna. Questa cosa viene finalmente fotografata dal codice e questa è una scelta dirompente, coraggiosa, preziosa, utile, per fare un passo soprattutto di carattere culturale, ma anche per le ricadute pratiche nelle aule dei tribunali, perché sarà più semplice fotografare questa verità e leggerla anche quando ci sono naturali resistenze o pregiudizio o, semplicemente, ignoranza e buona fede».
In questo disegno di legge c’è un forte coinvolgimento della magistratura, per la sua formazione.
«Intanto, mi sento di dire che la magistratura ha fatto tanti passi in avanti su questo terreno, si è impegnata e lo fa, molto spesso, con risorse limitate. Questa forse è una criticità di questo disegno di legge: si chiede ancora molto alla magistratura, ma si dà sempre poco. Anzi, proprio in questo momento mi pare che la si attacchi e basta. Quindi, vorrei spendere una parola in favore di questo corpo, la magistratura, che è molto impegnata a specializzarsi e a formarsi. Alcuni profili professionali si sono cimentati sul terreno della formazione e della specializzazione delle procure, ora i tribunali ordinari stanno facendo un importante passo in avanti; adesso ci arriveranno anche i tribunali di sorveglianza, i Gip… Piano piano, però sicuramente è un passo. Questa norma spinge molto su questo processo forse naturale di formazione, lo accelera e lo decentra, istituendo un obbligo che quindi rende tutto più facile e diffuso; coinvolge il punto di vista della parte offesa e il punto di vista di chi sul territorio lavora alla protezione delle donne e anche alla prevenzione, alla lotta alla violenza, quindi i centri antiviolenza, le associazioni etc. . Quindi, credo che, anche da questo punto di vista, la norma abbia avuto un’intuizione, fatto una scelta, felice e intelligente».
Quali sono, invece, secondo lei, i punti critici di questo provvedimento?
«Presenterò in Senato un mio emendamento. Posso anticipare che la fattispecie stessa può essere definita ancora un po’ meglio, perché non sarà semplice superare il vaglio di costituzionalità da un lato e anche provare a rispondere quanto più possibile alle caratteristiche richieste per la norma penale di tassatività e determinatezza. Avrei qualche dubbio sulla possibilità di revocare il fascicolo da parte del procuratore a proposito dell’ascolto diretto della parte offesa: secondo me sarà una norma doppio taglio, perché non so quanto il procuratore capo dell’Ufficio sia specializzato; io vorrei che il fascicolo andasse sempre in mani specializzate. Sempre sull’ascolto diretto, sono perplessa sulla quantità delle risorse disponibili. Si può chiedere tutto ai magistrati, però bisogna metterli nelle condizioni di poterlo fare, altrimenti sono solo slogan bruti e demagogici. Per quanto la strada sia giusta, le intuizioni siano giuste, poi vanno sostanziate e vanno rese sostenibili, fattibili».
Un altro aspetto, non solo legale ma anche socio politico, è la sottolineatura che questo governo si muove sempre verso un inasprimento delle pene.
«E questo come può essere negato? È una verità. Sono state introdotte 15 nuove fattispecie di reato. Io sono contraria e penso che la strada maestra per combattere la violenza maschile contro le donne non sia il diritto penale. La strada prioritaria è perseguire il necessario cambiamento culturale e quindi fare campagne di sensibilizzazione 365 giorni all’anno, rivedere programmi scolastici, dialogare con i dirigenti scolastici per costruire piani di offerta formativa che contengano lezioni, ore dedicate all’educazione sentimentale, formare insegnanti preparati su questo tema, costruire norme per scrivere libri di testo mai discriminatori come lo sono oggi, vietare stereotipi e pregiudizi nei libri di testo in cui studiamo, entrare nelle università, nei programmi universitari in maniera strutturale e non solo sperimentale per formare operatori preparati. Non pensiamo solo ai magistrati, agli avvocati o agli assistenti sociali e psicologi, ma anche ai giornalisti che raccontano di questi temi, a volte non utilizzando il linguaggio adeguato, agli insegnanti, agli operatori di pronto soccorso, ai sanitari: tutti dovrebbero essere adeguatamente formati. Ma in questo caso, introducendo la fattispecie di femminicidio nel codice penale, si opera anche sul piano culturale. Io sono favorevole perché aiuta tanto i giudici a trovare un appiglio nel codice per leggere quello che a volte si fa fatica a leggere. Ma è ancora più importante dal punto di vista del significato culturale. Negli anni abbiamo abolito alcune cose dal codice penale, leggendo i cambiamenti della società, come, ad esempio, il delitto d’onore. Insomma il codice penale fotografa la realtà, quindi che dica che l’omicidio di una donna è diverso dal femminicidio è un risultato importante. Però bisogna scriverlo bene per passare il vaglio costituzionale e sostanziare i tanti provvedimenti previsti affinché sia possibile applicarli concretamente».
Secondo lei quanto tempo ci può volere affinché la legge sia pubblicata in Gazzetta Ufficiale?
«Dovrebbe chiederlo alla maggioranza (ndr: ride), però, se non ci sono “intoppi”, potrebbero bastare due o tre mesi per licenziarlo, essendo un disegno di legge».
di: Giulia GUIDI
FOTO: ANSA (In copertina un particolare della mostra ”Femminicidio” dell’artista Paola Volpato, 2017).
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