In diverse città del Kenya si sono svolte manifestazioni per accendere i riflettori sul femminicidio e dire basta alla violenza sulle donne
Basta uccidere le donne!!! Inizia così il comunicato con cui la campagna lanciata dalle donne e dei gruppi femministi intersezionali in Kenya, con gli hashtag #EndFemicideKe e #TotalShutdownKe, accende i riflettori sui femminicidi nel Paese. Dall’inizio del 2024 sono state uccise almeno quattro donne. Nel 2023, ha riportato la ong Femicide Count Kenya, sono stati 152 i femminicidi, il dato più alto degli ultimi cinque anni. Che, però, secondo le associazioni per i diritti umani potrebbe essere ancora più elevato.
Gli ultimi femminicidi che hanno scosso l’opinione pubblica in Kenya sono stati quelli di Starlet Wahu, influencer 26enne, e di Rita Waeni, studentessa 20enne il cui corpo è stato mutilato.
Secondo una ricerca del 2022, in Kenya più di una donna su tre ha subìto forme di violenza fisica. Africa Data Hub analizzato oltre 500 femminicidi commessi nello Stato tra il gennaio 2016 e il dicembre 2023, riportati nel database Silencing Women, e ha evidenziato che non si tratta di casi isolati, ma che è riconoscibile un pattern ascrivibile a una violenza sistemica. Ed è proprio questa la chiave: il femminicidio è diventato “crisi nazionale” in Kenya in quanto espressione di una questione strutturale.
E di “crisi nazionale” parla Audrey Mugeni, co-fondatrice di Femicide Count Kenya. «Questa è una crisi nazionale: non stiamo facendo abbastanza come Paese per proteggere le donne» ha dichiarato Mugeni al Guardian. Secondo l’ong la maggior parte delle donne uccise aveva tra i 20 e i 30 anni. Come riporta Femicide Count Kenya, le donne spesso muoiono “per mano di un marito, di un fidanzato, del padre o di altri membri della famiglia”.
A finire sotto la lente di ingrandimento è il governo keniano perché, afferma l’ong, nonostante le politiche adottate per promuovere l’uguaglianza di genere, la violenza contro le donne e i femminicidi non fanno che aumentare. La direttrice del Young Women’s Leadership Institute (YWLI) Shyleen Bonareri ha dichiarato ad Al Jazeera che non ci sono campagne sponsorizzate dal governo indirizzate specificamente alla violenza di genere o alle sue conseguenze. Il governo keniano, inoltre, non registra le cifre relative ai femminicidi.
A giocare un ruolo fondamentale sono la misoginia e il victim blaming, ovvero ritenere la vittima responsabile o corresponsabile della violenza subìta. «Come eri vestita?», «Hai bevuto?», «Allora te la sei cercata», sono tutte frasi volte a colpevolizzare la donna che ha subìto violenza, a screditarla. Questo produce la vittimizzazione secondaria, prodotta dalle istituzioni, dalle forze dell’ordine, dai media, ma anche dai social e dalla famiglia e dai conoscenti.
Un comportamento che sul web e sui social viene spesso portato avanti dalla “manosphere” (o “uomosfera”), anche in Kenya, come evidenzia Danai Nesta Kupemba in un articolo per la BBC. Per “manosphere” si intende l’insieme di comunità maschili online antifemministe secondo le quali gli uomini sarebbero vittime del femminismo. Sono diversi i gruppi che ne fanno parte, dagli MRA (Men’s Rights Activist) agli Incel (Involountary celibate), ai Men Going Their Own Way (MGTOW), fino ai Pick Up Artists (PUA), ma anche il movimento alt-right di estrema destra: nonostante spesso divergano tra loro sono accomunati dal fatto di considerare il femminismo un veicolo per “l’odio per gli uomini”, oltre che causa della corruzione della civiltà occidentale. Danai Nesta Kupemba cita l’esempio di un uomo che su X ha scritto che “nessuna quantità di attivismo fermerà i femminicidi” e che “l’unica opzione praticabile” sia che le donne “mettano al primo posto la loro sicurezza”.
Ha detto ancora Bonareri ad Al Jazeera: «È un luogo comune diffuso che la donna keniana venga “disciplinata” dal marito, alcune persone lo vedono addirittura come un segno di affetto, perché l’uomo si prende il tempo per “insegnare” a sua moglie. Idee patriarcali come queste, unite alle disuguaglianze strutturali tra uomini e donne nella società keniana, creano terreno fertile per lo sviluppo della violenza».
Il 27 gennaio a Nairobi, a Mombasa e in altre città del Kenya si sono svolte manifestazioni per dire basta ai femminicidi: si è trattato del più grande evento mai tenutosi nel Paese contro la violenza di genere.

Agnes Tirop e Damaris Muthee Mutua
Tra il 2021 e il 2022 due storie in particolare hanno sconvolto l’opinione pubblica keniana, quelle delle atlete Agnes Tirop e Damaris Muthee Mutua.
La mezzofondista Tirop, vincitrice di due bronzi ai Mondiali di Atletica e quarta alle Olimpiadi di Tokyo 2020, è stata rinvenuta senza vita nell’ottobre 2021, pochi giorni prima di compiere 26 anni. Successivamente è stato arrestato il marito della donna, che al momento è sotto processo. La sorella dell’atleta ha dichiarato che l’uomo aveva aggredito fisicamente Tirop diverse volte, ma lui ha sempre negato le accuse.
Agnes Tirop è stata uccisa a coltellate nella sua abitazione a Iten, sede di una base di addestramento per corridori. Nella stessa città, sei mesi dopo, è stata trovata morta la maratoneta 28enne Damaris Muthee Mutua, bronzo nei 1000 metri ai Giochi Olimpionici Giovanili di Singapore 2010. I sospetti sono ricaduti su un uomo con cui aveva una relazione: secondo la polizia l’uomo avrebbe confessato a un amico di aver ucciso la donna.
Le vicende di Tirop e Mutua hanno prepotentemente riportato all’attenzione la questione della violenza di genere nell’atletica.
Come ricordato anche in Silencing Women, non si tratta di “cifre” e “statistiche” ma di persone, di donne, le cui storie vengono cancellate dal discorso pubblico.
di: Francesca LASI
FOTO: ANSA/EPA/Daniel Irungu
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