Da ragazzo di provincia a volto della resistenza ucraina davanti al mondo: il viaggio di Volodymyr Zelensky
Kryvyj Rih, anni ’80. In una città grigia e operaia del bacino del Donbass, Volodymyr Oleksandrovych Zelensky cresce tra i palazzoni sovietici, figlio di una coppia di intellettuali ebrei. Il padre, professore di cibernetica. La madre, ingegnera. Famiglia colta ma non privilegiata. I suoi amici di infanzia, come Oleksandr Pikalov, ricordano i pomeriggi passati a dividere un solo paio di jeans per sembrare più “cool” e uscire con le ragazze: «eravamo dandy in mezzo alle tute da ginnastica». Ironia e spirito di squadra già allora.
A 11 anni, Zelensky passa un periodo in Mongolia, dove il padre lavora in un progetto minerario. Torna a Kryvyj Rih da adolescente, con una visione più ampia del mondo e un certo talento per le parole. Inizia a studiare giurisprudenza a Kiev, ma è chiaro che l’aula non è il suo palco naturale. Quello vero lo troverà poco dopo.
Nel 1997 fonda il gruppo comico Kvartal 95, insieme a un manipolo di amici fidati. Le loro performance si fanno rapidamente conoscere in tutta l’Ucraina. Mescolano satira politica, improvvisazione e teatro popolare. Zelensky emerge come frontman: intelligente, veloce, capace di parlare sia ai giovani che ai nostalgici dell’era sovietica. Tra uno sketch e l’altro, Kvartal 95 diventa una casa di produzione. E nel 2015, con la serie “Servitore del Popolo”, Zelensky interpreta un professore di liceo che diventa presidente per caso. Il personaggio, Vasyl Holoborodko, è onesto, semplice, arrabbiato contro la corruzione. Il pubblico lo ama. Troppo.
Nel 2018, la finzione diventa realtà. Zelensky annuncia la sua candidatura alla presidenza. Il 31 dicembre, tra fuochi d’artificio e scetticismo generale, l’attore si trasforma in candidato. Il suo partito prende lo stesso nome della serie: “Servitore del Popolo”. Dietro di lui, nessun apparato politico tradizionale. Solo amici, comici, avvocati e produttori della sua vecchia troupe.
Nessuno lo prende sul serio. Eppure, il messaggio arriva. Gli ucraini sono stanchi della politica vecchia, delle guerre di oligarchi, degli scandali. Al secondo turno del 2019, Zelensky stravince: 73% contro il presidente uscente Petro Poroshenko. Al suo fianco, una squadra fatta in gran parte da volti sconosciuti ma fidati. Come il suo manager Ivan Bakanov, che diventa capo dei servizi di sicurezza. O Serhiy Shefir, vecchio partner comico diventato consigliere. Le critiche non tardano: inesperienza, nepotismo, superficialità. Ma Zelensky è popolare. E comunica bene, sempre. Con video, battute, selfie. Soprattutto: parla ucraino e russo con disinvoltura. Parla alla gente.
Tutto cambia il 24 febbraio 2022. Le truppe russe invadono il paese. Zelensky rifiuta l’offerta americana di evacuazione. «Non ho bisogno di un passaggio, ho bisogno di munizioni». È il momento che lo consacra a livello globale. Da quel giorno, ogni suo discorso diventa un evento. Parla ai parlamenti, ai festival, ai premi Oscar, persino a Sanremo. Indossa sempre la stessa maglia verde militare. Diventa il simbolo della resistenza. Il presidente che non fugge. Che dorme (poco) in un bunker. Che manda messaggi video tra le macerie. Il popolo lo segue. Anche chi non lo votava, ora lo rispetta. I leader mondiali lo applaudono. Riceve il plauso di Macron, Draghi, Trudeau, persino Biden, per non parlare di von der Leyen, che fa dei colori della bandiera ucraina il suo dress code. L’Europa apre le porte all’Ucraina. L’Occidente invia armi. Ma il prezzo è altissimo: morti, città rase al suolo, milioni di profughi.
È necessario ricordare che già nel 2019, Zelensky era finito nella bufera per la famosa telefonata con Donald Trump, in cui l’allora presidente USA gli chiese «un favore» riguardante Joe Biden e suo figlio. Quel caso innescò il primo impeachment di Trump. Zelensky cercò di restare neutrale, ma imparò subito quanto potesse essere pericoloso il gioco diplomatico. Nel dicembre 2024, dopo l’elezione di Trump per un secondo mandato, i due si erano incontrati a Parigi durante la cerimonia per la riapertura di Notre-Dame. Il clima era solo apparentemente cordiale. Infatti, la visita ufficiale a Washington, nel febbraio 2025, ha mostrato il vero volto della relazione tra i due capi di stato: tensione palpabile, discussione accesa, nessuna conferenza congiunta. Trump ha accusato Zelensky di «non volere davvero la pace». La conseguenza è stata pesante, pesantissima: sospensione temporanea degli aiuti americani. Una catastrofe per Kiev, che contava sugli USA per mantenere la pressione contro Mosca. Zelensky ha lasciato Washington con il volto tirato. In privato, avrebbe detto ai suoi: «La guerra si vince solo se l’Occidente resta unito. E ora è più diviso che mai».
Con il passare del tempo, e con una guerra che ha smesso di essere novità per diventare normalità, la narrazione si è fatta più complessa. E con essa, anche il giudizio sul suo operato. Dietro l’icona, cominciano ad affiorare crepe, dubbi, critiche. Alcune motivate, altre strumentali, ma tutte indicative di quanto sia diventato delicato il ruolo di Zelensky: reggere un Paese in guerra, mantenere i consensi, gestire la pressione internazionale e tenere insieme una democrazia sotto stress. Un equilibrio che nemmeno il miglior sceneggiatore avrebbe potuto rendere senza inciampi.
Uno dei punti più discussi riguarda la concentrazione di potere nelle mani dell’esecutivo. Con l’invasione russa come giustificazione, molte delle prerogative ordinarie del parlamento e degli enti locali sono state sospese o limitate. Zelensky ha vietato diversi partiti di opposizione accusandoli di legami con il Cremlino – una mossa che, se da una parte ha trovato il consenso di chi temeva infiltrazioni, dall’altra è stata letta come un segnale preoccupante da organizzazioni come Human Rights Watch e Freedom House.
Non sono mancate nemmeno le purghe ai vertici delle istituzioni: funzionari, giudici, governatori locali rimossi in nome della sicurezza nazionale. La logica dell’“uomo solo al comando” in tempo di guerra ha delle giustificabili motivazioni, ma alcuni costituzionalisti ucraini, tra cui Mykola Khavronyuk, hanno iniziato a mettere in discussione la legittimità di certi decreti, chiedendo che l’emergenza non diventasse una nuova normalità.
Un altro fronte caldo riguarda la gestione dell’informazione. Se all’inizio del conflitto la macchina comunicativa di Zelensky veniva applaudita per efficacia e modernità, col tempo si è trasformata in qualcosa di molto più centralizzato. Alcuni giornalisti indipendenti, soprattutto quelli legati a testate come Kyiv Independent e Babel, hanno lamentato ostacoli crescenti nell’accesso ai fronti, nelle conferenze stampa e persino nella pubblicazione di inchieste scomode. Nel 2022 è passata una legge che ha esteso in modo significativo i poteri dell’ente regolatore dei media. La giustificazione ufficiale era quella di combattere la propaganda russa, ma l’Unione Nazionale dei Giornalisti dell’Ucraina e l’OSCE hanno espresso riserve, temendo che potesse colpire anche le voci critiche interne. In tempo di guerra, le sfumature sono sottili, ma i segnali restano. Per la scrivente, è stato impossibile intervistare i reciproci ambasciatori di Italia e Ucraina, nonostante ripetute insistenze e diverse vie intentate.
Poi c’è il tema spinoso della corruzione. Zelensky era stato eletto proprio per ripulire l’Ucraina da quel sistema opaco e clientelare che per anni aveva bloccato le riforme. E qualcosa è stato fatto: agenzie anti-corruzione rafforzate, magistratura parzialmente riformata, oligarchi messi sotto osservazione. Ma i risultati restano incerti. Nel 2023, una serie di inchieste su appalti truccati in ambito militare e forniture gonfiate ha colpito duramente l’immagine del governo. Alcuni ministri sono stati rimossi, altri hanno rassegnato le dimissioni. Transparency International ha riconosciuto i passi avanti, ma ha anche avvertito che la lotta è tutt’altro che vinta. Il sospetto, per alcuni analisti, è che Zelensky reagisca più che prevenire, colpendo solo quando i casi esplodono sui media.
Un elemento che colpisce è come le critiche al presidente arrivino da mondi molto diversi. I nazionalisti più radicali lo accusano – o lo accusavano, nei primi anni – di essere troppo morbido verso il Donbass. I pacifisti europei, al contrario, gli rimproverano di inseguire la vittoria totale, senza aprirsi a veri negoziati. Anche alcuni intellettuali occidentali, come John Mearsheimer, hanno criticato la strategia dell’“espansione NATO a tutti i costi”, pur con toni più rivolti all’Occidente che a Kiev.
Non si è salvata dalle critiche nemmeno la first lady. Olena Zelenska non cercava i riflettori, ma ci è finita dentro. Moglie di Volodymyr dal 2003, madre di due figli (Oleksandra, nata nel 2004, e Kyrylo, nel 2013) ha sempre preferito restare dietro le quinte. Prima della politica, scriveva testi comici per la televisione, proprio per il suo futuro marito. Poi è arrivata la guerra, e il silenzio non è più bastato. Da allora, Olena ha iniziato a farsi vedere, ma con misura: visita ospedali, parla ai leader stranieri, difende i diritti dei più fragili, soprattutto bambini e rifugiati. È stata criticata per alcune apparizioni troppo patinate, come il servizio su Vogue, ma lei ha risposto con calma: «serve attenzione sul nostro Paese». Mai sopra le righe, ma nemmeno invisibile, oggi è una delle figure più solide della scena ucraina, senza aver mai chiesto di diventarlo.
Infine, ma non per importanza, anche all’interno dell’Unione Europea, negli ultimi mesi, si sono fatte sentire voci più caute. Non si tratta di mettere in discussione il diritto dell’Ucraina a difendersi, ma di capire se l’attuale linea porti davvero a un esito sostenibile o rischi di incagliarsi in una guerra di logoramento senza fine.
Zelensky, intanto, continua a incarnare per molti il volto della resistenza. Ma dietro l’icona comincia a vedersi l’uomo. Stanco, esposto, obbligato a tenere insieme esercito, alleati, opinione pubblica e un paese che, sotto le bombe, continua a chiedere risposte. Non è più tempo di slogan né di narrazioni nette: oggi è costretto a muoversi tra compromessi, pressioni e scelte impossibili. E con ogni giorno che passa, le aspettative si scontrano con la realtà.
In guerra, la leadership è spesso giudicata solo a posteriori. Ma le crepe che emergono oggi ci dicono molto su quanto sia difficile restare eroi senza trasformarsi, inevitabilmente, anche in bersagli. Ma nessuno gli può negare il coraggio. In un’epoca in cui molti leader fuggono o parlano da dietro una scrivania, lui ha scelto di rimanere. Di esporsi. Di rischiare.
Ad oggi, l’Ucraina è ancora nel pieno del conflitto. Le linee del fronte non si sono mosse molto, ma la guerra si è trasformata. Meno blitz, più droni. Più propaganda. Più diplomazia difficile. Zelensky continua a parlare al popolo quasi ogni sera. La sua voce è diventata familiare come quella di un notiziario. Alcuni si chiedono quanto potrà ancora reggere. Altri lo vedono già candidato per un Nobel per la Pace. E lui? Quando glielo chiedono, sorride amaro: «non mi sono mai preparato a essere presidente in guerra. Ma ora non posso più smettere di esserlo».
La storia di Volodymyr Zelensky è quella di un uomo che ha risposto alla Storia con ciò che sapeva fare meglio: comunicare. Dalle battute sul palco alla tragedia delle bombe, ha usato parole, presenza e coraggio per tenere unito un Paese e coinvolgere il mondo. Nessuno sa cosa accadrà dopo, forse a breve. Ma una cosa è certa: comunque vada, sarà ricordato come uno dei protagonisti più sorprendenti e umani del nostro tempo. Zelensky, l’uomo che veniva dalla commedia. Da ragazzo di provincia a volto della resistenza ucraina.