Un piano di riarmo da 800 miliardi di euro e un kit di sopravvivenza da tenere sempre pronto. L’Europa sta andando in guerra?
di Giulia Guidi e Marianna Mancini
L’Unione Europea ha messo in moto un ambizioso programma volto a rafforzare le capacità militari, provocando un complesso dibattito in molti Paesi membri. Non ha sicuramente aiutato la serenità della discussione un bizzarro video della Commissaria europea per la parità, la preparazione e la gestione delle crisi Hadja Lahbib, in cui spiegava come assemblare nella propria borsetta un kit di sopravvivenza per 72 ore.
Ma cos’è ReArm Europe Plan/Readiness 2030, annunciato dalla presidente Ursula von der Leyen? Il piano prevede strumenti legali e finanziari per mobilitare fino a 800 miliardi di euro a favore del settore della difesa. L’intento è garantire un salto di qualità nelle capacità difensive degli Stati membri attraverso tre direttrici: lo sblocco dell’uso di fondi pubblici nazionali per la difesa; la creazione del nuovo strumento SAFE (Security Action for Europe), che faciliterà massicci investimenti in difesa tramite appalti congiunti; il coinvolgimento del Banca europea per gli investimenti (BEI) e dei capitali privati, tramite l’accelerazione dell’Unione dei mercati dei capitali.
SAFE rappresenta la novità più rilevante. Si tratta di un meccanismo finanziario che prevede l’erogazione di prestiti fino a 150 miliardi di euro, garantiti dal bilancio dell’UE. Questi prestiti aiuteranno gli Stati a rafforzare la propria capacità difensiva, soprattutto tramite acquisti coordinati di attrezzature militari. I prestiti saranno a lungo termine (fino a 45 anni), con condizioni vantaggiose, sfruttando la solidità creditizia dell’Unione. Potranno coprire anche fino al 15% in prefinanziamento per assicurare l’avvio delle attività già nel 2025.
I Paesi interessati dovranno presentare alla Commissione un piano dettagliato di investimento, specificando prodotti da acquistare, modalità di spesa e l’eventuale coinvolgimento dell’Ucraina. I progetti saranno valutati in base alla loro coerenza con gli obiettivi dell’UE. Gli Stati potranno presentare aggiornamenti semestrali e richiedere nuove tranche di finanziamento fino al 31 dicembre 2030. L’allocazione non seguirà criteri rigidi, ma sarà basata sulla domanda. Questo approccio vuole incentivare la rapidità e l’efficacia operativa.
Uno degli elementi chiave del piano è l’acquisto congiunto di equipaggiamenti. Di norma, ogni appalto dovrà coinvolgere almeno due Stati membri (oppure un Paese membro e l’Ucraina, o un Paese EFTA/SEE), e prevedere forniture da aziende con sede nell’UE, Ucraina o Paesi SEE/EFTA. In via transitoria, sarà possibile anche ricorrere a fornitori nazionali, purché si favorisca l’apertura futura del contratto a terzi. Questo modello di acquisti permetterà una maggiore interoperabilità tra le forze armate, la riduzione dei costi e il rafforzamento dell’industria europea della difesa.
Gli investimenti si concentreranno in particolare su sette aree: difesa aerea e missilistica; artiglieria; missili e munizioni; droni e tecnologie anti-drone; infrastrutture strategiche e protezione dello spazio; mobilità militare; cyberdifesa, IA e guerra elettronica. Per la raccolta fondi, la Commissione continuerà a utilizzare il suo approccio di finanziamento unificato, emettendo titoli (EU-Bonds e EU-Bills) non etichettati come “difesa”, ma destinati a una varietà di programmi, tra cui questo.
Sulla compatibilità giuridica, il programma si basa sull’articolo 122 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea (TFUE), che consente di fornire assistenza finanziaria agli Stati membri in difficoltà a causa di eventi eccezionali, come la crisi geopolitica attuale. Questo lo distingue dall’articolo 41 del TUE, che vieta l’uso del bilancio UE per spese militari dirette nell’ambito della Politica estera e di sicurezza comune (PESC). Qui, i fondi non finanziano operazioni militari, ma l’industria della difesa in quanto infrastruttura economica strategica.
Una clausola importante è che gli Stati dovranno destinare i fondi a fornitori con sede nell’UE, Ucraina o SEE/EFTA. Per materiali non complessi, almeno il 65% dei componenti dovrà provenire da questi Paesi. Per i sistemi complessi, oltre alla quota di componentistica, sarà richiesta piena proprietà del design da parte del fornitore. Anche Paesi terzi (in via di adesione, candidati o partner per la sicurezza) potranno partecipare agli appalti comuni, ma non avranno accesso ai prestiti. In parallelo al piano, la Commissione propone di utilizzare la clausola di salvaguardia nazionale, per dare maggiore flessibilità fiscale ai Paesi che partecipano al programma. Per essere attivata, devono verificarsi circostanze eccezionali al di fuori del controllo dello Stato, un impatto rilevante sui conti pubblici e/o il mantenimento della sostenibilità fiscale nel medio termine.
Il piano ReArm Europe, secondo le dichiarazioni della Commissione, si inserisce in una strategia più ampia che mira a rafforzare l’autonomia strategica dell’Europa in campo militare, promuovendo allo stesso tempo l’integrazione industriale e finanziaria tra i Paesi dell’Unione. Tra le principali voci del dissenso, c’è l’intellettuale ed ex ministro dell’Economia greco Yanis Varoufakis: «Il riarmo dell’Europa è la prossima grande follia dell’Unione. Ci renderà meno sicuri. Renderà la vita più brutta, più brutale, più breve in Europa. È un modo per indebolire l’Europa, in nome del rafforzamento».
Il concetto di portare la pace con la guerra è antico e accomuna civiltà distanti nel tempo e nello spazio, occupando la riflessione di generazioni di filosofi, da Platone in poi, e, soprattutto, i calcoli degli affaristi sui loro bilanci. E, probabilmente, è quest’ultima l’intima ragione del ReArm Europe.
IL REARM SECONDO L’ITALIA
A cura di Marianna Mancini
Il voto sul riarmo lanciato da Von der Leyen in seno al Parlamento europeo ha ulteriormente polverizzato le posizioni dei Partiti italiani, già così composite rispetto al grande tema della Difesa. A determinare la confusione è stato anche il fatto che al PE sia stato sottoposto un complesso e articolato, seppur vago, Libro bianco sul futuro della difesa europea, di cui solo al punto 68 si cita l’accoglimento “con favore” del piano ReArm in cinque punti. Così tra vecchi assi che si ricostituiscono e nuove spaccature che minacciano, i nostri parlamentari si sono trovati a dover ingoiare tutto o niente, posto che le risoluzioni si limitano a fornire indirizzi di massima e non sono vincolanti. Fratelli d’Italia ha votato in favore della risoluzione nonostante Giorgia Meloni abbia apertamente criticato il piano, mostrandosi contraria soprattutto al titolo scelto («è fuorviante perché la difesa non è solo acquisto di armi»). Favorevole anche Forza Italia, fedele alla linea del PPE di Von der Leyen. A spaccare la maggioranza ci pensa ancora la Lega che non teme la polemica, anzi rilancia la campagna elettorale: «non si poteva investire un euro in più per sanità e scuola, mentre ora si possono spendere 800 miliardi per la difesa comune?» si chiede Matteo Salvini, indirettamente ripreso e corretto dalla stessa Meloni in Senato. Passando all’opposizione, nel fronte interno del PD si apre una spaccatura drammaticamente simmetrica: su 21 deputati, 10 hanno votato in favore della risoluzione, 11 si sono astenuti. Il Movimento5Stelle ritrova l’antica sintonia gialloverde in politica estera, allineandosi al No della Lega. Dalla stessa parte dell’inedita barricata anche Sinistra Italiana e i Verdi. Quanto a questi ultimi, i deputati italiani si sono scostati rispetto all’indirizzo del gruppo europeo esprimendo una posizione contraria, o meglio: pare che si siano sbagliati a votare, approvando per errore e poi correggendo il tiro (la stessa cosa è accaduta anche a Lucia Annunziata del PD, segno che un po’ di confusione generale era tangibile).
Il caleidoscopio di posizioni politiche ufficialmente sostenute dai nostri Partiti si è plasticamente dispiegato nel carnevale di bandiere di piazza del Popolo, diventata “Una piazza per l’Europa” e «trasformata in una nuova Ventotene». Complici gli sponsor d’eccezione, dal promotore Michele Serra al Comune di Roma (la Corte dei Conti ha aperto un’indagine a seguito di un esposto sulle spese sostenute dall’amministrazione capitolina), 30mila persone (50mila secondo Gualtieri) hanno rivendicato la loro cittadinanza europea. Che non significa necessariamente riarmo, anzi. Sul maxischermo montato sul Pincio sventolano le bandiere europee del PD, ma anche le bandiere della pace di AVS e CGIL e quelle dell’Ucraina di +Europa e Azione. Il Movimento 5 Stelle preferisce la prova muscolare e diserta rilancia un appuntamento tutto suo. L’ARCI fa ancora meglio e, insieme a Potere al Popolo, Rifondazione Comunista e sindacati USB, convoca nello stesso giorno un secondo appuntamento a piazza Barberini per “svuotare gli arsenali” e “riempire i granai”. Qui, le bandiere per l’Europa vengono date alle fiamme. Contemporaneamente, a Bocca della Verità l’ex comunista Marco Rizzo scandisce ostinato “pace e sovranità”, tra bandiere italiane, russe, greche e rumene, mentre il Papa risponde per i cattolici rimasti a casa, ma pure per quelli in piazza: «dobbiamo disarmare le parole, per disarmare le menti e disarmare la Terra. C’è un grande bisogno di riflessione, di pacatezza, di senso della complessità».
Questo aprile, però, non è un radioso maggio. Il Paese non è realmente diviso tra interventisti entusiasti e neutralisti convinti. Per avere il polso del vero dibattito ci basta buttare un occhio sul sondaggio firmato da Ipsos a marzo. L’Istituto statistico di Nando Pagnoncelli rileva, tra gli altri, tre dati particolarmente esaustivi: quasi il 60% degli italiani non “parteggia” né per Kiev né per Mosca; il sostegno degli italiani all’Ucraina, rispetto al 2022, è crollato praticamente dimezzandosi (dal 57% al 32%); quanto al riarmo, la torta è tripartita, con un terzo favorevole, un terzo contrario e un terzo incapace di esprimersi, e le opinioni “non si radicalizzano”, ma “stanno producendo maggioranze di opinione inedite, a geometria variabile”. La guerra, agli italiani, preoccupa poco e interessa ancora meno.