Non solo l’economia, ma la stessa diplomazia mondiale si basa ormai su una manciata di metalli. Può la transizione ecologica poggiare sull’impiego di materiali tanto critici per l’ambiente? Uno sguardo sul recupero delle terre rare

Il tempo della “petrodiplomazia” è finito? L’oro nero non è forse più la moneta di scambio geopolitico più preziosa. Lo intuiva già negli anni Ottanta Deng Xiaoping, tra i pionieri delle riforme economiche del Dragone post-Mao Zedong, quando dichiarava che “il Medio Oriente ha petrolio. La Cina possiede terre rare”. Per Pechino questi metalli preziosi rappresentano l’asso nella manica del braccio di ferro con l’Occidente. Se il vantaggio naturale della Cina, che nel suo territorio contiene il 37% dei giacimenti mondiali, è ormai un dato aprioristico, non c’è principio di scarsità che tenga per giustificare una nuova corsa all’estrazione. Soprattutto se alternative economicamente e ambientalmente sostenibili esistono già.

Le terre rare, lo ricordiamo, sono 17 elementi della tavola periodica, arcinoto sottogruppo di metalli apprezzati e impiegati per le loro proprietà magnetiche e conduttive. Questi elementi sono alla base di alcune delle tecnologie più diffuse, dai magneti ai microchip, dai semiconduttori alle batterie. Oltre a smartphone, schermi e motori, l’elenco degli impieghi di questi metalli si estende a dispositivi medici (laser chirurgici, mezzi di contrasto), usi aerospaziali, applicazioni militari. In generale, la maggior parte delle tecnologie di transizione, dai pannelli fotovoltaici ai motori elettrici, si basa sull’impiego di questi elementi. Insomma: dimmi quante terre rare hai e ti dirò che potenza economica sei.

Purtroppo, l’innovazione e lo sviluppo industriale corrono più lentamente della geopolitica: nonostante la Commissione Europea abbia già varato un progetto per aumentare la produzione interna di terre rare, gli effetti di una vera e propria ristrutturazione del sistema estrattivo e di lavorazione dei metalli richiederanno tempo. Nemico involontario di questa necessaria rivoluzione è proprio il New Green Deal europeo, fondato su un paradosso: immaginare una crescita economica positiva basata su un consumo di risorse negativo. Ciò che invece si profila è la sostituzione di tecnologie obsolete con nuove scoperte e sperimentazioni, le quali semplicemente richiederanno l’estrazione e la lavorazione di altre risorse, con tutte le conseguenze ambientali che tali processi inevitabilmente implicano. Il metodo dell’estrazione solido-liquido, molto impiegato per i suoi bassi costi energetici, separa le terre rare dagli altri minerali mescolandole in un solvente, un processo a base di acidi che genera sottoprodotti estremamente pericolosi per l’ambiente. Altre tecniche di estrazione mediante solventi organici generano prodotti tossici, e persino radioattivi. Lo sa bene la Cina che paga il prezzo del suo primato, conquistato a suon di deregolamentazione ambientale selvaggia. È così che si innesca una corsa al nuovo oro, nonostante le terre in questione non siano così “rare”: secondo Fondazione Leonardo, ad oggi sono documentati almeno 800 depositi di questi metalli in tutto il mondo. Per capire la loro diffusione, ci basti sapere che il tulio, la più rara tra le 17 terre rare, è 125 volte più comune dell’oro. La scarsità delle materie prime è di natura geopolitica prima che fisica.

A spaventare i produttori è infatti soprattutto il ruolo dominante che la Cina si è ritagliata in questi anni (anche se poco si parla delle colpe di chi ha sottovalutato la dipendenza tecnologica cui si andava incontro). Secondo l’ultimo report dell’IEA (Agenzia Internazionale dell’Energia), entro il 2030 il 51% dell’estrazione di terre rare (nello specifico neodimio, praseodimio, disprosio e terbio) sarà in capo alla Cina, così come il 76% della loro lavorazione. Pechino dunque non primeggia tanto per le sue riserve, quanto più per l’industria consolidata negli anni che, di fatto, le consegna il monopolio del settore. Se parliamo di magneti permanenti, la Cina controlla addirittura il 90% della produzione mondiale. La maggior parte dei motori di veicoli elettrici in circolazione, così come le turbine eoliche e moltissimi elettrodomestici, sfruttano la tecnologia dei magneti permanenti, realizzati a partire da metalli comuni come ferro e nichel, ma anche terre rare. Secondo Wood Mackenzie, il mercato delle tecnologie basate su questi magneti ha un potenziale di tremila miliardi di dollari. Ecco perché preoccupa la scarsità (strategica, e non naturale) delle materie prime alla base, appunto “materiali critici strategici”, ed ecco perché non è così facile pensare anche solo a una diversificazione delle tecnologie. Anche se qualcosa si muove, e l’Italia si dimostra essere un cantiere virtuoso. Diverse case produttrici stanno investendo in motori alternativi, da BMW a Renault a Tesla. Tra i progetti italiani che ambiscono a ripensare le tecnologie energetiche c’è lo Spinrel, un motore elettrico brevettato dal Green Silence Group che ha sostituito i magneti permanenti (e le terre rare), attualmente impiegato con alte performance nei veicoli industriali.

Per aggirare davvero il problema, però, forse c’è bisogno di ribaltare prospettiva. Ci prova Confindustria Cisambiente quando fa notare che in realtà, in Italia, il problema dell’approvvigionamento di terre rare non è così critico: ci dimentichiamo infatti del “moltissimo materiale nascosto in apparecchiature obsolete che vengono dal mondo del digitale, dell’elettronica e della difesa”. Il riciclo dei RAEE è davvero il grande assente nei piani di sviluppo globali, anche se recentemente la Commissione Europea ha iniziato a fiutare l’affare: sfruttare le terre rare recuperate dai vecchi dispositivi significa anche stabilizzare il prezzo della materia prima, dunque sganciarsi dalla volatilità del mercato e dalle esportazioni. I numeri del potenziale di recupero di questi metalli così preziosi sono difficilmente stimabili in questa fase primordiale che vede germogliare anche in Italia steli preziosi. L’Università dell’Aquila ha brevettato un procedimento idrometallurgico e privo di trattamenti termici che consente di recuperare terre rare in modo sostenibile, tanto da diventare uno dei 47 partner strategici designati nel Critical Raw Material Act europeo. La legge, già recepita in Italia, ha fissato una prima asticella: entro il 2030, il 25% delle materie prime critiche consumate in Europa dovrà provenire da attività di riciclo. A raccogliere la sfida di coordinare un progetto che metta a sistema ricerca e impresa c’è anche Itelyum Regeneration, il primo impianto europeo di recupero delle terre rare sito a Ceccano, nel frusinate. Qui si recuperano le terre rare contenute nei magneti di hard disk e motori elettrici, con un tasso di riciclo a dir poco eccellente: dalle circa duemila tonnellate di rifiuti trattati in un anno si estraggono più di 500 tonnellate di terre rare. C’è poi il progetto RARE di un giovane team di ricercatori dell’Università Milano-Bicocca: in questo caso il recupero delle terre rare avviene attraverso nanotecnologie ricavate dagli scarti dell’industria chimica. In pole anche l’Università di Udine con Freecover, progetto internazionale finanziato dall’UE per il recupero di terre rare da materiali di scarto, in particolare magneti. 

La Cina, lo dicevamo poco sopra, lo sa bene: l’aver lasciato carta bianca all’estrazione di terre rare nei giacimenti ha provocato ingenti, non stimabili danni all’ambiente, alle colture, alla salute umana, con la contaminazione di falde acquifere e terreni di inquinanti e radioattivi. Drammatico è il caso del distretto di Bayan Obo, il più grande giacimento al mondo in cui si concentra oltre metà della produzione totale cinese. Gli Stati Uniti, purtroppo, seguono. Trump ha recentemente ordinato la riapertura del sito estrattivo di Mountain Pass in California, il più grande del Paese. Il riciclo di terre rare, globalmente, occupa ancora l’1% del fabbisogno. Se non è questo il tempo di investire, forse non lo sarà mai.