Il fenomeno delle “tiny house” nasce negli U.S.A. trent’anni fa, per poi diffondersi in tutto il mondo. L’architetta Fasoli: “complicato, ma possibile”
Di fronte all’emergenza climatica, a un crescente bisogno di libertà, ma anche a causa di un’emergenza abitativa globale, migliaia di persone nel mondo hanno deciso di ridurre il proprio spazio. Ma non le ambizioni. Nasce così il movimento delle tiny house, letteralmente “case minuscole”, una filosofia dell’abitare che rifiuta l’eccesso per riscoprire l’essenziale. Ma cosa sono davvero queste microabitazioni su ruote o su fondamenta? E perché in Italia (Paese del mattone per eccellenza) fanno ancora così fatica a imporsi?
Il termine “tiny house” comincia a circolare negli Stati Uniti alla fine degli anni ’90, ma è con la crisi economica del 2008 che il fenomeno esplode. Di fronte a mutui impagabili e case pignorate, molti americani iniziano a chiedersi: davvero serve tutto questo spazio per vivere bene? La risposta, per alcuni, è una casetta di 20 o 30 metri quadrati, costruita spesso in autonomia, con materiali sostenibili e con un investimento contenuto. Non è solo una questione economica: la tiny house diventa ben presto il simbolo di una nuova libertà. Niente ipoteche, meno consumi, la possibilità di spostarsi, nel caso dei modelli su ruote, e una maggiore connessione con la natura. Il movimento cresce rapidamente, alimentato da blog, documentari (come Tiny: A Story About Living Small) e programmi televisivi.
Dagli Stati Uniti, l’idea viaggia veloce. In Nuova Zelanda, in Australia, in Canada, ma anche in molti Paesi europei, in particolare nei Paesi Bassi, in Germania e nei Paesi scandinavi, le tiny house iniziano a popolare periferie, aree rurali, ma anche spazi urbani inutilizzati. In Olanda, ad esempio, sono nati veri e propri quartieri sperimentali. Le amministrazioni locali, attente alla transizione ecologica, hanno accolto positivamente queste soluzioni, permettendo l’avvio di progetti pilota in collaborazione con cittadini e architetti. In Germania, la mini-casa diventa uno strumento per la rigenerazione urbana. In Francia, molte tiny house sono scelte da giovani coppie o single in cerca di indipendenza.
In Italia il fenomeno è ancora marginale, ma qualcosa si muove. In un contesto immobiliare bloccato, con costi elevati anche nei piccoli centri e un crescente interesse per forme di vita sostenibili, le tiny house cominciano ad attirare l’attenzione di una fascia specifica di popolazione: giovani precari, nomadi digitali, pensionati con spirito d’avventura.
Ma è complicato e lo sa bene l’architetta e imprenditrice Giulia Fasoli, che sulle tiny house scrisse la sua tesi 10 anni fa e poi ne ha fatto un mestiere. «L’Agenzia delle Entrate ha riconosciuto l’abitazione amovibile, su ruote, omologabile come veicolo. Ma appena si sceglie di stabilizzarla su un terreno per viverci stabilmente, entrano in gioco normative edilizie – spiega -. Di fatto, serve un permesso di costruire anche se l’unità è su ruote. È un’area grigia e serve molta attenzione, perché ogni Comune può interpretare diversamente. Per le case più grandi, come le container house, servono terreni edificabili o agricoli con indice di edificabilità, e questo comporta un iter burocratico più complesso, coinvolgendo tecnici e architetti».
«Se opto per un veicolo, pago bollo e assicurazione, ma posso collocarlo in campeggi o agricampeggi senza acquistare un terreno. È una formula più accessibile – prosegue Fasoli –. Ma il nostro obiettivo è creare veri e propri villaggi per tiny house, spazi già regolamentati dove un privato possa acquistare o affittare una piazzola senza doversi districare nella burocrazia. Ci stiamo muovendo con accordi con i Comuni per progetti residenziali, turistici o anche sociali ed emergenziali».
Se negli Stati Uniti il movimento sembra già in declino, «in Europa, e in particolare in Germania, ho visto fiere dedicate con molti produttori attivi. Tuttavia, anche lì le regole sono molto rigide: mi raccontavano che bastava spostare una tiny house di 30 centimetri per dire che l’hai “traslocata” e rientrare nella norma. In Italia sarebbe impensabile. Qui, spesso anche se sei in regola, ti trattano come se non lo fossi. Questo rende tutto molto difficile».
E poi c’è sempre il metodo “all’italiana”: «alcuni riescono a installarle in contesti agricoli, ma spesso sono “invisibili” per evitare controlli. Questo ostacola la nascita di un vero movimento italiano delle tiny house: ognuno si arrangia da solo, spesso in silenzio. Per questo stiamo cercando di creare una comunità che possa fare rete e condividere esperienze. Abbiamo circa 2000 contatti, che crescono piano ma costantemente». E il budget non è poi così contenuto: «per vivere in sicurezza e a norma di legge servono almeno 50.000 euro».
Nonostante le difficoltà, ci sono in Italia alcune realtà virtuose. A Torino, Milano, Bologna e nel Lazio sono nati i primi prototipi abitativi, spesso in collaborazione con startup del settore green o associazioni culturali. In Toscana, un’azienda agricola ha realizzato un eco-villaggio di tiny house per il turismo esperienziale. Anche l’università si muove: a Firenze e Venezia si sperimenta la micro-architettura come strumento di risposta abitativa nelle aree marginali.
In un Paese dove la casa è spesso vissuta come bene identitario e patrimonio da tramandare, abituarsi all’idea di vivere in 25 metri quadri può sembrare una provocazione. Eppure, il movimento delle tiny house costringe a interrogarsi su cosa sia davvero necessario per vivere bene.
Forse non è una questione di metri quadri, ma di qualità dello spazio. E di libertà (almeno un po’).