L’intellettuale italiano, eclettico, complesso, controverso, veniva assassinato nella notte tra il 1° e il 2 novembre 1975

Poeta, scrittore, regista, attore, sceneggiatore, giornalista (ma non solo, anche pittore, saggista, traduttore): Pier Paolo Pasolini è stato (ed è) uno dei più noti e controversi intellettuali italiani del Novecento, che ha incarnato diverse contraddizioni. Ancora oggi è difficile trovare un modo univoco di parlarne, di ricordarlo, vista la tensione nel tenere insieme conservatorismo e carica sovversiva. Pasolini è stato testimone di quel cambiamento epocale che ha attraversato l’Italia post-bellica con l’avvento della società dei consumi, che ha criticato in modo sferzante, così come in modo sferzante ha criticato la borghesia italiana, il neocapitalismo, il Potere (che scriveva con la “P” maiuscola). Ha parlato apertamente della propria omosessualità, in un’Italia che rendeva praticamente impossibile farlo e in cui era ancora più pericoloso rispetto a oggi. Un’Italia in qualche modo restituita nel documentario Comizi d’amore (1964) che vede l’autore, in giro per il Paese, rivolgere domande ai cittadini sulla sessualità e le relazioni.

Si definiva antifascista, marxista, anticlericale, ateo – ma sempre profondamente legato all’esplorazione religiosa, più che alla religione in sé -, ha fatto parte del Partito Comunista Italiano fino al 1949, quando venne espulso (dalla federazione di Pordenone) per quella che viene definita “indegnità morale”, in relazione ai cosiddetti fatti di Ramuscello, che attirarono a Pasolini le accuse di corruzione di minorenni e atti osceni in luogo pubblico. È questa un’altra delle vicende controverse che riguardano la biografia di Pasolini: condannato in primo grado a tre mesi di reclusione, poi la pena venne interamente condonata dall’indulto, fino all’assoluzione durante il processo di appello. Già prima, però, venne espulso dall’insegnamento e lasciò il Friuli per andare a Roma insieme alla madre. Con lei, Susanna Colussi, Pasolini aveva un rapporto molto stretto, tanto da dedicarle diverse opere – come la famosa Supplica a mia madre, nella raccolta Poesia in forma di rosa – e da volerla come attrice in Teorema (1968) e ne Il Vangelo secondo Matteo (nel ruolo della Madonna più anziana; 1964).

“vangelo.jpg”: Pasolini e l’attrice Rosanna Schiaffino alla premier francese di “Il Vangelo secondo Matteo”, dicembre 1964. Crediti: ANSA/OLDPIX

Si è pensato e si è detto di tutto, poi, sulla sua morte, su quella notte tra il 1° e il 2 novembre 1975, quando venne brutalmente ucciso all’Idroscalo di Ostia, all’età di 53 anni. L’esito dei processi ha visto condannato Pino Pelosi, diciassettenne all’epoca dei fatti, ma lo stesso Pelosi nel 2005 ha dichiarato di non essere lui il colpevole e di aver confessato per paura. Pelosi è morto nel 2017, a 59 anni, e ancora aleggia il mistero intorno a quanto successo in quella notte.

Dicevamo, è difficile ricordare Pasolini in un modo solo. Non si può certo appiattire, era, come si dice, “divisivo”, “scomodo”. Come la sua posizione contraria all’aborto espressa in un articolo su Il Corriere della Sera, poi raccolto negli Scritti Corsari,posizione criticata da altri intellettuali italiani come Elsa Morante -alla quale era legato da una profonda e complessa amicizia – e Italo Calvino, solo per citarne alcuni.O come la critica al Sessantotto e ai giovani contestatori: a questo proposito viene sempre citata la poesia Il PCI ai giovani! sulla battaglia di Valle Giulia del 1968 tra studenti universitari e polizia che, però, secondo molti esperti dell’opera dello scrittore, si inscrive all’interno di una critica più ampia alla borghesia.

Pasolini è stato processato 33 volte in meno di 33 anni e 33 volte assolto (tre condanne in primo grado, due assoluzioni nei gradi successivi e due amnistie). Secondo alcuni, però, si sarebbe trattato di un unico processo, all’interno di un meccanismo in cui lo scrittore era diventato capro espiatorio perché comunista, antifascista, omosessuale, perché intellettuale. Le accuse riguardavano i suoi romanzi (Ragazzi di vita, Una vita violenta), i suoi film (Salò e le 120 giornate di Sodoma, Mamma Roma, Teorema, I racconti di Canterbury, Il fiore delle mille e una notte, La giornata balorda) accusate di contenuto osceno, offesa al comune senso della morale e del pudore, fino all’accusa di “vilipendio alla religione di Stato” per La ricotta, episodio del film collettivo Ro.Go.Pa.G. (dai cognomi dei registi Roberto Rossellini, Jean-Luc Godard, Pasolini appunto, e Ugo Gregoretti).

Ma sono proprio le opere ciò che rimane dell’autore: censurate, sequestrate, dissequestrate, parlavano all’epoca e parlano ancora oggi. Nella prima fase della sua produzione al centro c’è il sottoproletariato romano, come nel suo primo romanzo Ragazzi di vita (1955) e nei suoi primi tre film da regista, Accattone (1961), Mamma Roma (1962), con protagonista Anna Magnani, e Uccellacci e Uccellini (1966),con Ninetto Davoli e Totò (nessuno lo avrebbe mai associato al regista). Nel sottoproletariato Pasolini vede la purezza e la vitalità non più rintracciabili nella società consumistica e nell’omologazione capitalista, ma proprie, secondo lo scrittore, di un’Italia rurale depredata dallo sviluppo. Anche qui si inscrive la tensione tra la rappresentazione di una realtà dimenticata e la sua mitizzazione. Ed è proprio questa mitizzazione che gli vale, all’epoca, diverse critiche. La maggior parte dei protagonisti dei suoi film (tranne qualche eccezione) sono attori e attrici non professionisti: questo, in un certo senso lega questa parte della filmografia di Pasolini al Neorealismo, anche se si muove al di fuori delle caratteristiche tipiche di questa corrente.

Lo stesso Pier Paolo Pasolini in un’intervista radiofonica del 1972 distingue la sua cinematografia in due fasi. La prima, appunto, (da Accattone del 1961 a Edipo re del 1967) composta da pellicole da lui definite “nazionalpopolari nel senso gramsciano della parola” (Antonio Gramsci parla di “nazionale-popolare” in quanto espressione coerente della cultura di un popolo) con l’intento di rivolgersi al“popolo come classe sociale, ben differenziata dalla borghesia”.La seconda fase, invece,arriva in seguito alla trasformazione della società, caratterizzata, come afferma l’autore, dal passaggio da un’Italia paleocapitalista, “in parte agraria”, alla cosiddetta epoca del benessere, cioè il neocapitalismo. Proprio in polemica con questa cultura capitalista Pasolini decide di realizzare quelli che chiama “film d’élite”, solo apparentemente aristocratici, in realtà indirizzati proprio alle masse e per questo da lui definiti come un “atto di democrazia”.Dopo Edipo re Pasolini realizza Teorema (1968), Porcile (1969), Medea (1969), la Trilogia della vita, composta da Il Decameron (1971), I racconti di Canterbury (1972) e Il fiore delle Mille e una notte (1974) e Salò o le 120 giornate di Sodoma (1975).

La poetica e la politica pasoliniane sono vaste, sfaccettate, non riducibili a un’unica faccia di una ipotetica medaglia, basti pensare a due dei suoi testi più noti come gli Scritti Corsari e le Lettere luterane (tra le ultime della sua vita), in cui approfondiva la concezione  “mutazione antropologica”  che ha investito la popolazione italiana con l’avvento della società dei consumi, portando all’omologazione culturale.

Anche questo, però, non può essere motivo per incasellare Pasolini all’interno di una o più categorie, tra chi lo ha definito “reazionario”, “antimoderno”, e chi ha visto in lui il desiderio di una modernità diversa da quella che si è effettivamente realizzata.

Lo abbiamo detto all’inizio, parlare di Pier Paolo Pasolini è difficile, difficilissimo. Eclettico, complesso, controverso, non ci si può appropriare della sua opera e della sua eredità. 

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