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Nelle intenzioni di Trump il carcere di sicurezza nato per combattere il terrorismo dovrà ospitare 30mila migranti in attesa di rimpatrio.

L’annuncio dell’amministrazione Trump, impegnata negli scontri di piazza più dolorosi degli ultimi anni, riaccende le luci sulla prigione più famosa del mondo. Il carcere di massima sicurezza di Guantanámo, originariamente destinato ai terroristi, torna protagonista nella lotta all’immigrazione, tra proclami e fattibilità.

(ANSA/Magdalena Miriam Tröndle/dpa)

Mantenendo il pugno duro sulla repressione delle proteste a Los Angeles, il presidente ha infatti annunciato il trasferimento a Guantanámo di 9mila migranti, dei quali 800 europei e, secondo le indiscrezioni del Washington Post, anche alcuni italiani. «Non vi è possibilità che gli italiani siano trasferiti a Guantanamo, non c’è da allarmarsi – ha subito replicato il ministro degli Esteri Tajani. – Siamo disponibili a rimpatriare gli irregolari». Il titolare della Farnesina ha annunciato una telefonata con l’omologo Marc Rubio nel pomeriggio di giovedì 12 giugno.

A non convincere non sono “solo” le implicite violazioni di diritti e l’uso arbitrario della detenzione, ma è anche la struttura stessa che, ad oggi, non sembra preparata a trasformarsi nel più grande centro per migranti del Paese.

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Guantanamo e il Laken Riley Act

Non si tratta nemmeno del primo proclamo fatto da Trump, che da tempo chiede che il centro di detenzione torni a pieno regime. A gennaio, poco dopo il suo insediamento, il presidente aveva dato indicazioni al Pentagono per costruire un centro di detenzione per migranti presso la base militare di Guantanámo, ampliando la struttura già esistente e oggi destinata a migranti cubani e haitiani soccorsi in mare (il GMOC, Migrant Operations Center). La capacità della nuova struttura (separata quindi dal carcere di massima sicurezza) sarebbe di 30mila persone. La segretaria alla Sicurezza interna Kristi Noem ha dichiarato che la struttura sarà destinata ai condannati per i “crimini peggiori“. Secondo i propositi dell’amministrazione, i migranti sarebbero detenuti temporaneamente a Guantanámo, nell’attesa di essere rimpatriati nel loro Paese di origine.

La segretaria alla Sicurezza interna Kristi Noem, ex governatrice del Sud Dakota (ANSA/EPA/JIM LO SCALZO)

Il progetto di Guantanámo si collega direttamente alla contestata legge Laken Riley, il primo atto legislativo firmato dall’amministrazione Trump. La legge consente agli USA di trattenere e deportare chiunque si trovi illegalmente nel Paese (dunque senza documenti o con visti scaduti, ma anche richiedenti asilo) e sia accusato di furti, aggressioni alla polizia o crimini violenti. Non sarà quindi necessario celebrare un processo e attendere una condanna per verificare la colpevolezza dell’immigrato. «Li manderemo a Guantanamo» aveva spiegato Trump alla stampa firmando l’ordine esecutivo sul Laken Riley Act, poi convertito dal Parlamento.

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La legge prende il nome dalla 22enne Laken Riley, studentessa universitaria di infermieristica uccisa in Georgia da un immigrato venezuelano irregolare mentre faceva jogging nel campus, un anno fa.

Quanto costerebbe “recuperare” Guantanamo

Al 30 gennaio il carcere di Guantanámo ospitava ancora 15 detenuti (tra cui anche Khalid Sheikh Mohammed, ritenuto l’architetto dell’attentato dell’11 settembre), molti dei quali mai formalmente incriminati, e circa 800 persone tra il personale civile e quello militare, mentre il GMOC (che ha una capienza attuale di 120 persone) da febbraio ha ospitato circa 500 migranti per brevi periodi.

Ospedale della base navale di Guantanamo (ANSA/Magdalena Miriam Tröndle/dpa)

Secondo il senatore Gary Peters, a capo della Commissione per la sicurezza interna e gli affari governativi, i costi di mantenimento della struttura si aggirano sui 100mila dollari al giorno per ogni detenuto. Anche per questo, una buona fetta di partita si giocherà sui fondi erogati per l’ICE (Immigration and Customs Enforcement), l’agenzia federale che vigila sulle norme sull’immigrazione. Secondo il Dipartimento per la Sicurezza, l’arresto, la detenzione e l’espulsione di un immigrato dagli USA costa al Governo 17mila dollari a persona. Anche per questo la Casa Bianca ha rilanciato una politica di “pay to go”, promettendo mille dollari e un biglietto aereo a chiunque si “auto-denunciasse” accettando volontariamente di rimpatriare nel proprio Paese.

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A queste spese vanno poi aggiunte quelle già sostenute dall’amministrazione per i rimpatri che, fino al primo marzo, sono stati effettuati con velivoli dell’aviazione militare. Analizzando i costi dei voli di rimpatrio effettuati (una trentina nei primi due mesi), il Wall Street Journal ha stimato cifre da capogiro; per trasportare una dozzina di immigrati a Guantanámo sono stati spesi 20mila dollari a persona. I tre voli per rimpatriare cittadini indiani con aerei militari sono costati tre milioni di dollari ciascuno.

Infine, non si risolve il problema connesso ai rimpatri. Non tutti i Paesi, infatti, accettano di rimpatriare cittadini illegalmente emigrati. Anche per questo l’annuncio di Trump ha sollevato diverse preoccupazioni di carattere diplomatico, dato il trasferimento a Guantanámo coinvolgerebbe anche cittadini di Paesi europei, teoricamente alleati e propensi al rimpatrio dei propri cittadini.

Attivista di Amnesty International protesta per chiedere la chiusura del carcere di Guantanamo (ANSA/Joerg Carstensen/dpa)

Chiudere Guantanamo, una promessa mai mantenuta

Se Trump aveva già proposto una “riabilitazione” della prigione, i democratici si sono limitati a promesse da mercante. Il carcere di Guantanámo è stato aperto nel 2002 dall’amministrazione Bush nell’omonima isoletta, ufficialmente appartenente al territorio di Cuba ma ospite di una base militare USA dal 1903. La struttura nacque nell’ambito della lotta al terrorismo, dopo i fatti dell’11 settembre, ed è subito diventata tristemente famosa per gravi e palesi violazioni dei diritti umani, a partire dal fatto che la maggior parte delle persone detenute non è mai stata formalmente incriminata né imputata, tra torture documentate e condizioni inumane di detenzione.

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Il predecessore di Trump, Biden, aveva annunciato l’intenzione di chiudere il carcere di Guantanámo, non riuscendo mai nell’intento ma anzi finendo per ampliare la base, con l’aggiunta di un tribunale che perlomeno sostituisse le commissioni militari cui oggi è affidata la giustizia nel carcere. Prima di lui anche Barack Obama aveva promesso un piano della Casa Bianca per mandare in pensione la struttura, salvo poi promulgare leggi per ampliare il raggio di azione del Governo in materia di terrorismo e accusare il Congresso di aver ostacolato il suo proposito iniziale.

CREDITI DELLA FOTO DI COPERTINA: Walter Michot/Miami Herald via ZUMA Press Wire