Con il 50,7% dei voti, il populista più istrionico dei nostri tempi si dimostra ancora capace di incendiare il Paese contro ogni narrativa e si riprende lo Studio Ovale. Dalla ritirata dell’Impero alle sfide sociali: com’è cambiato il sogno americano?
Quando arriva a Laputa, un’isola galleggiante fra le nuvole, Lemuel Gulliver si trova davanti uno strano popolo: tutti sono scienziati, esperti in qualche arte nobile, tanto immersi nelle loro “profonde meditazioni da trovarsi in uno stato di perpetua distrazione, dimodoché nessuno può parlare né udire i discorsi altrui se qualche impressione esterna non viene a scuotere i suoi organi vocali o uditivi”. Le loro teste “erano tutte chinate, a destra o a sinistra; uno dei loro occhi guardava verso l’interno, l’altro direttamente verso lo zenith”. Si potrebbe dire che tutti i sondaggi pubblicati prima dell’elezione del 47esimo presidente degli Stati Uniti d’America siano stati scritti da scienziati laputiani, immuni, come chi ha goffamente tentato di fermare Donald Trump chiamandolo Hitler, al dono del percepito comune.
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I primi strabici sono stati i democratici, tutti o quasi ma uno più di altri, il più decrepito e non tanto per l’età. Per mesi il Partito Democratico ha non solo ignorato ma apertamente negato le criticità sulla stabilità cognitiva (e motoria) di Joe Biden, nonostante la sua Presidenza non avesse accumulato abbastanza consensi da giustificare tanta testardaggine. Il primo e ultimo dibattito fra Biden e Trump è una Caporetto, ma l’81enne non molla: è prassi ultraconsolidata che il presidente uscente si ricandidi. Quando la portata del disastro imminente è chiara a tutti, è già troppo tardi. Non c’è tempo per indire le primarie, non c’è tempo per tracciare la strada futura del Partito, raccogliere idee e selezionare i volti migliori. Perché semplicemente non è stato fatto nemmeno nei mesi precedenti, né il crescente dissenso dell’elettorato ha scalfito la serafica sicumera del Partito. La stessa sicumera che rende il ricatto di Biden inevitabile: se faccio un passo indietro, dev’essere la mia vice a correre. O vorrete prendere le distanze dalla mia presidenza? Forse, e chissà se se lo sono chiesto, gli elettori democratici avrebbero volentieri voltato pagina. Nemmeno fosse caduta da una palma da cocco, Harris si addormenta funzionario e si risveglia leader, chiamata a rivendicare quattro anni difficili di scelte impopolari, sventure internazionali e risultati poco tangibili, poco spendibili: chi si sarebbe dovuto occupare di questo se non il Partito? Ma di nuovo, è troppo tardi: una classe politica impopolare non si rinnova per decreto, fermandosi al secondo erede in linea dinastica di successione. Nel frattempo, la nostra lente di osservazione veniva offuscata dal verde acido della Brat Summer, dal sogno – datato ma non sbagliato – di una presidente donna, dai continui endorsement degli idoli mondiali del pop, dall’impegno politico appassionato e patinato di Hollywood (perché dovrebbe interessarci per chi vota Julia Roberts? Perché dovremmo trovare ispirazione dalla capacità di discernimento politico di LeBron James?).

È così che Harris, sospinta da un entusiasmo più mediatico che popolare, finisce in pasto ai lupi: persino nel fortino blu del distretto di New York il risultato è deludente, 67,8% contro il 76% strappato da Biden nel 2020 e il 79% di Hillary Clinton nel 2016. Anche i calcoli sono sbagliati: Harris si presenta al 5 novembre con un gruzzolo record di 1,6 miliardi, raccolto anche grazie a migliaia di piccole donazioni (inferiori ai 200 dollari). A Trump “basta” un miliardo, il 70% del quale proveniente dai suoi tre principali donatori: Timothy Mellon, Miriam Adelson e naturalmente Elon Musk: il magnate delle telecomunicazioni investe “appena” 130 milioni; il 5 novembre, quando apre Wall Street e il titolo di Tesla vola a +14,3%, sono diventati 130 miliardi. +11mila%. A spaventarci davvero è la sua promessa: «è solo l’inizio del mio impegno politico».
Oggi Donald Trump è ancora presidente, ancora recordman: è il secondo a ricoprire due mandati presidenziali non consecutivi dopo Stephen Grover Cleveland 130 anni fa, ricordato come “Grover il buono” per il suo standing incorruttibile e altruista. È anche il più ricco di sempre, con un patrimonio stimato da Forbes sui 5,5 miliardi di dollari (il precedente più ricco era sempre lui, nel 2016 più modesto con 3,6 miliardi), nonché il più vecchio a insediarsi (78 anni). È, ricordiamolo, anche il primo presidente condannato: Trump è stato giudicato colpevole di 34 capi di imputazione nel caso dell’ex pornostar Stormy Daniels (l’entità della pena dovrebbe essere annunciata a fine novembre, fra i reati di cui è stato dichiarato colpevole l’uso illecito di finanziamenti elettorali, oltre alla precedente condanna per abusi sessuali sulla scrittrice Jean Carroll). Trump aveva commentato la sentenza “farsa” dei “giudici corrotti” preannunciando che il vero processo si sarebbe tenuto il 5 novembre, e anche Biden aveva avvisato che l’unico modo per battere davvero Trump era andando alle urne, non in tribunale. Difatti, le urne decretano che per la maggior parte degli statunitensi i procedimenti giudiziari di Trump sono come minimo poco rilevanti, quando veri, o interamente politicizzati, quando difficili da sbrogliare. Lo criticano per la sua eloquenza schizofrenica, per i continui balzi da un argomento all’altro, una retorica “a zig zag” che rende effettivamente difficile inchiodarlo alle sue responsabilità o persino capire cosa pensa. «Fare zig zag mi ha già fatto eleggere presidente – risponde The Donald. – È un’ottima qualità, nessun altro lo sa fare», o meglio “in pochissimi ci riescono”. In effetti, il suo approccio comunicativo risponde perfettamente a quella bulimia di stimoli e contenuti di facile e breve fruizione cui i social ci hanno condannato, ma questo sarebbe un altro discorso.
Che sia per i suoi zig zag o per il suo status perenne di vittima di persecuzione politica, Trump è riuscito a modellare attorno a sé un nocciolo durissimo di fan che pendono dalle sue labbra, credono alla sua narrazione, si riconoscono nelle sue debolezze (chiamiamole così) e inondano la rete di slogan, accuse, smentite, bugie ma anche verità nascoste: la neutralità anglosassone dei media giace sotto a un cipresso, perché per contare qualcosa in questa guerra civile bisogna schierarsi. Il consenso è solido anche perché per anni si è cementificato in una eco chamber ridondante che è stata capace di attrarre anche persone esterne, “fan occasionali” che pur non idolatrando la figura di Trump ne riconoscono i meriti: il pragmatismo, contro le storture del sistema che i cittadini subiscono senza comprendere; la schiettezza, in uno spazio comunicativo che ha ampiamente sdoganato retoriche incendiarie e violente semplicemente perché più efficaci e dirette – uno statunitense sarebbe scandalizzato nel vedere quante denunce si sporgono vicendevolmente i nostri politici per presunti insulti -; infine, è diverso da loro, scienziati strabici della politica che da troppi anni (e non da quest’estate) non riescono a dimostrare di essere effettivamente migliori di lui. Lo spiegava bene un giovane trumpiano, rampante di rosso: «Trump è una gigantesca spina nel fianco dell’establishment, di entrambi i partiti». Entrambi perché il trumpismo per sua natura ispira diffidenza nei confronti delle istituzioni, e i nemici interni, reinventati trumpiani o epurati, non si contano più. In effetti Trump ha davvero rivoluzionato il Partito Repubblicano che, pur presentando sensibilità differenti al suo interno, oggi è nelle mani dei MAGA, assuefatto dai loro mantra. Il risvolto della medaglia è evidente: non c’è un dopo-Trump, non certamente per i MAGA che, senza perdere l’ardore, seguono lo stesso leader da più di 8 anni e non vedono nessun successore all’orizzonte – e chi ne sarebbe all’altezza?

La linea politica dettata da Trump è lacunosa, per così dire, e spesso onirica, ma resta capace di mirare al cuore del problema. E non è vero che manca di indirizzo politico, a partire dalla politica estera. Da bravo outsider, Trump si è costruito una buona fama di isolazionista anche se, come suggerisce Sergio Romano, non rappresenta che una “manifestazione diversa dell’imperialismo americano”. Un approccio certamente non nuovo ai repubblicani che però con lui ha prevalso: «io e la maggioranza del popolo americano conosciamo e comprendiamo il nostro ruolo unico nella storia» rivendicava orgoglioso, e sbagliandosi di grosso, l’ex vicepresidente di Trump oggi suo convinto oppositore Mike Pence tirando fuori un vecchio argomento: la “più grande Nazione del mondo” non deve scegliere fra risolvere i suoi problemi interni “ed essere leader del mondo libero”. Secondo un sondaggio PewResearch dello scorso luglio per il 62% dei repubblicani gli USA non avevano alcuna responsabilità nell’aiutare l’Ucraina contro l’invasione russa, che solo il 26% ritiene una minaccia primaria agli interessi statunitensi. Nel 2023 gli USA hanno consegnato armi per 25 miliardi a Kiev, su una spesa totale ucraina di 65 miliardi: è un prezzo che Trump non vuole più pagare, proprio in virtù dell’egemonia statunitense, e certo di non perderla. È anche, sostengono alcuni, il costo dell’Impero: per mantenere la sua posizione di leadership ormai condivisa nel mondo gli Stati Uniti devono necessariamente destinare parte delle loro risorse a fronti e confini lontanissimi, a discapito delle periferie rurali: la rust belt della grande industria, quell’America profonda e sperduta che però attrae sempre più persone (chi “scappa” dalle città supera chi vi si trasferisce), ospita un americano su cinque. È ciò che è accaduto, per esempio, quando l’invasione dell’Ucraina ha fatto schizzare l’inflazione sconvolgendo i prezzi di beni energetici e alimentari in tutto l’Occidente. L’approccio di Biden è stato concreto ma inevitabilmente non risolutivo, non certo nel medio termine e nonostante la sua vicinanza alle fabbriche: il presidente ha infatti puntato molto su una rigida normativa antitrust e sanzionatoria sui prezzi delle aziende e contro i monopoli, una linea che Harris ha poi proseguito in campagna elettorale, tanto da (non) meritarsi l’appellativo di “comunista” mentre piuttosto metteva a frutto la sua formazione da procuratrice. Fra gli strumenti citati da Trump per abbattere l’inflazione c’è invece la cancellazione del Green New Deal, il programma per la sostenibilità energetica ed ambientale, “che io chiamo la Nuova Fregatura Verde, la più grande fregatura della storia probabilmente”. La proposta economica di Trump punta infatti moltissimo sui costi dell’energia a partire dal caro adagio «drill baby drill», una di quelle promesse “from Day 1”. Accanto alla trivellazione, si prevedono spietati tagli agli incentivi federali alle fonti a basse emissioni, coerentemente con il negazionismo climatico di cui si vanta: l’eolico “uccide uccelli e balene”, mentre si è recentemente dichiarato “un grande fan” del solare pur avendolo tassato. Molto, ad ogni modo, resta nelle mani dei singoli Stati. La logica elettorale è semplice: da un lato gli ambientalisti, dall’altro la working class che soffre di carovita e stipendi bassi, e nella narrativa trumpiana non può esserci sovrapposizione né bilanciamento fra i due interessi. Fra le generiche promesse di poche tasse, naturalmente basse, c’è quella di eliminare le tasse sulle mance, una proposta importantissima per sostenere i salari di milioni di impiegati nel settore della ristorazione e non solo, e che ha trovato d’accordo anche Harris, più timida perché consapevole della sua complessità. Secondo la Committee for a Responsible Federal Budget la misura costerebbe tra i 100 e i 250 miliardi di dollari in 10 anni, ma i numeri non interessano al dibattito: mentre Harris preferisce raccontare di aver lavorato da McDonald’s (un americano su 8 l’ha fatto), Trump corre a friggere patatine e, nel dubbio, l’accusa di mentire. La questione si chiude così, tra fake fatti con l’AI e un’epidemia-lampo di Escherichia coli in alcuni fast food della catena, proprio poco dopo l’endorsement al tycoon.

Ma la vittoria di Trump non è solo merito del reaganiano “stavo meglio quattro anni fa”. Le attenuanti alle debolezze economiche della proposta di Biden–Harris non si possono applicare anche alla loro gestione dell’immigrazione, un fenomeno esogeno ma di certo non recente che si è confermato in cima alla lista delle priorità, insieme all’economia e certamente più dell’aborto (un altro errore di calcolo democratico). Il blocco alla costruzione del famigerato muro e una grave carenza di personale amministrativo e di sicurezza hanno fatto schizzare gli ingressi irregolari nel Paese sotto la presidenza Biden (oltre 8,2 milioni), indiscutibilmente diffondendo insicurezza e paura, che non significa necessariamente razzismo e xenofobia. La sinistra, questo, non lo ha ancora capito, mentre un terzo degli elettori non bianchi ha sposato la linea repubblicana (stime dagli exit poll di NBC News). Nonostante le poche parole di carità sugli immigrati “animali”, ancora grazie alla politica estera Trump riesce a presentarsi come l’uomo della pace promettendo di “mettere fine al caos in Medioriente ed eviterò la Terza guerra mondiale ”. Trump ha già giocato in questo scacchiere: senza contraddirsi – e non poteva essere più chiaro – ribadisce il pieno sostegno a Israele, nel segno dell’amicizia che lo lega a Netanyahu ma anche degli ottimi rapporti con l’Arabia Saudita, nel solco degli Accordi di Abramoche lui stesso promosse. Nessun cessate il fuoco a Gaza e via libera a Israele, purché sia “rapido”. Della Palestina, il cosiddetto prezzo della pace, non si è praticamente parlato. Un cessate il fuoco immediato farebbe invece parte del suo piano di pace per l’Ucraina, che prevede la cessione a Mosca dei territori ucraini conquistati finora (la Crimea e le quattro Regioni annesse) e lo stop alla consegna di armi da parte degli USA. Un’iniziativa già “degna di attenzione” per Putin.
Quando si misero a tavolino per stabilire le regole del gioco, i padri fondatori avevano a cuore un principio su tutti, la separazione dei poteri, garantita attraverso un fitto sistema di checks and balances che oggi potrebbe sembrare inadeguato e divisivo. Il sistema elettorale statunitense, da sempre criticato ma intatto, è stato così appositamente pensato per impedire che il potere legislativo e quello esecutivo fossero espressione della medesima volontà popolare. Lo scopo dichiarato era quello di scongiurare plebisciti in favore di un singolo, come dice Slavoj Žižek “rendere impossibile un’espressione diretta dell’insoddisfazione popolare”. Il risultato è, appunto, un populismo irrisolto, o meglio, inespresso. Trump scardina tutto questo e, vincendo contro le stesse regole del sistema, rende possibile l’impossibile. Questa volta il suo mandato è davvero politico, confermato e supportato dalla maggioranza alla Camera e Senato. Molti parlano del ritorno del Berlusconi d’America. Glielo chiese, al Berlusconi originale, anche David Parenzo nel 2017: «si dice che Trump sia il Berlusconi americano… la cosa la lusinga, le fa piacere?». «Né l’una né l’altra. A me, di Trump,piace molto Melania».
Guai giudiziari e scorciatoie

Di fatto, con l’immunità presidenziale alle porte e la possibilità di nominare i giudici federali della Corte Suprema (con conferma del Senato, che controlla) e il procuratore generale degli Stati Uniti (il nostro ministro della Giustizia), la strada legale per Trump potrebbe spianarsi anche prima di tagliare il traguardo dell’insediamento: sembra infatti che il procuratore speciale Jack Smith, autore di due delle accuse più gravose ancora pendenti sul tycoon (l’assalto di Capitol Hill e i documenti riservati conservati nella sua residenza di Mar-o-Lago) avrebbe già intrapreso una serie di “colloqui” per gettare le accuse, prima che gettino lui. Trump aveva minacciato di licenziare Jack Smith “in due secondi”, il tempo che ci ha messo il suo consigliere legale Mike Davis a lanciare la caccia all’uomo dopo la vittoria: «in questo momento tu sei il cacciatore. Ma dopo oggi, Jack Smith, sarai la preda».