Nei Paesi che hanno varato leggi più restrittive sull’aborto le procedure clandestine sono aumentate del 15%: a perdere sono solo i diritti umani

Ogni anno 73 milioni di gravidanze indesiderate si concludono con un aborto, il 61% del totale. Nel 45% dei casi (25 milioni circa), tuttavia, la procedura di aborto viene svolta in modo non sicuro, con elevati rischi per la salute fisica e mentale della donna, e in un terzo di questi a compiere l’operazione è una persona priva di alcuna formazione che utilizza metodi pericolosi e invasivi.

Questo accade nonostante l’Organizzazione Mondiale della Sanità abbia incluso l’interruzione volontaria di gravidanza tra i servizi sanitari essenziali, descrivendone la pratica come un “semplice intervento sicuro” se condotta da personale sanitario formato e svolto tramite farmaci o procedure chirurgiche, laddove soprattutto la donna sia stata adeguatamente informata e assistita lungo tutto l’iter. 

A pagare il maggior prezzo per la diffusione degli aborti insicuri sono i Paesi in via di sviluppo di Asia, America Latina e Africa con il 97% dei casi. Si stima che i sistemi sanitari nazionali spendano ogni anno circa 553 milioni di dollari l’anno per curare donne che hanno subìto le conseguenze degli aborti insicuri. 

Chi vuole interrompere una gravidanza indesiderata incontra sul suo cammino diversi impedimenti, tra cui le diverse discriminazioni di tipo geografico, sociale, economico, culturale e religioso. È stato tuttavia provato che a farla da padrone tra le cause della diffusione degli aborti insicuri è una legge tematica particolarmente restrittiva. Se andiamo a guardare i Paesi in cui abortire è considerata ancora una pratica illegale in ogni eventualità (quindi in caso, ad esempio, di malformazione fetale, stupro, incesto, pericolosità per la madre) — 23 in tutto secondo il Centre for Reproductive Rights —, infatti, tra questi compaiono il Madagascar, la Repubblica del Congo, l’Egitto, la Mauritania, il Senegal, la Sierra Leone e il Gabon in Africa, Haiti, Honduras, Jamaica ed El Salvador in America Centrale e Latina. Ridurre il discorso sul tema ai Paesi in via di sviluppo potrebbe tuttavia essere limitativo: sono diversi i Paesi del cosiddetto primo mondo che ancora vedono nell’aborto un nemico da combattere. Ultimi ma non per importanza, gli Stati Uniti d’America. 

Il 24 giugno del 2022, infatti, la Corte Suprema statunitense ha ribaltato la storica sentenza Roe v. Wade risalente al 1973 che tutelava il diritto all’aborto – assente nella Costituzione. L’ordinamento giuridico degli Stati Uniti si basa sul modello britannico della Common Law che si affida ai precedenti giurisprudenziali (in Italia, ad esempio, l’ordinamento giuridico si basa sulla Civil Law che trae origine dal diritto romano e quindi prevede la codificazione della norma): per questo la sentenza degli anni Settanta aveva di fatto reso l’aborto un diritto in tutti gli Stati dell’Unione. Alla decisione dei giudici, molti di questi Stati (secondo le previsioni almeno 24, quasi la metà), soprattutto quelli a guida repubblicana, hanno varato, o hanno annunciato l’intenzione di farlo, norme più o totalmente restrittive. Una deriva che ha riguardato anche quelli Stati dove, già prima della decisione della Corte Suprema, abortire era una pratica fortemente limitata, come l’Alabama, l’Arizona, il Wyoming, l’Iowa e il Texas.

Se l’obiettivo della Corte Suprema e dei singoli Stati era quello di ridurre gli aborti in generale, tuttavia, dati alla mano, si può affermare che l’intento è destinato a fallire. Secondo le statistiche, infatti, nei Paesi in cui sono state varate leggi più restrittive gli aborti illegali sono aumentati del 15%. L’unica conseguenza della restrizione è, dunque, l’incremento delle procedure clandestine, della mortalità materna, del costo per la società e la sanità, a discapito dei diritti delle donne e della tutela della vita. Oltre il 58% delle donne in età fertile (pari a 40 milioni di persone), infatti, vive negli Stati in cui l’aborto è stato dichiarato illegale. Inoltre, lasciare lo Stato per andare ad abortire in un altro è considerato un reato. La questione, dunque, è più morale che sanitaria. E del resto il dibattito (val la pena di dire da sempre molto acceso e non senza vittime) tra “pro-life” e “pro-choice” è ormai decennale.

E in Europa, invece? Già da tempo gli eurodeputati chiedono che il diritto all’aborto – e in generale i diritti sessuali e riproduttivi delle donne – venga incluso nella Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea modificando l’articolo 7. Questa necessità deriverebbe dalle diverse sfumature di garanzia del diritto che si possono riscontrare sul Vecchio Continente. Secondo una classifica stilata dall’EPF for Sexual and Reproductive Rights del 2022, tra i Paesi europei (inclusi alcuni che non appartengono all’Ue come Russia, Turchia, Islanda e Ucraina) 21 possono vantare sistemi sanitari nazionali che garantiscono l’aborto come qualsiasi altro servizio medico, 31 non riconoscono l’aborto nella copertura finanziaria del sistema sanitario nazionale, 16 regolano l’aborto tramite il codice penale, 14, infine, che trattano l’aborto come reato.

Tra i Paesi più virtuosi ci sono Svezia, Islanda, Regno Unito e Olanda, ma anche Spagna, Francia e Germania. Al contrario, sull’isola di Malta e nel Principato di Andorra l’aborto è considerato reato in qualsiasi circostanza venga praticato, in Polonia dal 2021 è legale solo in caso di stupro, incesto o pericolo per la gestante, così come in Ungheria dove molti paletti normativi limitano di fatto il diritto all’aborto. Una simile situazione si registra anche a San Marino, Monaco e Liechtenstein. In questi micro-Paesi la norma viene facilmente aggirata recandosi negli Stati confinanti, più garantisti, come appunto Francia e Spagna. Il Paese iberico si mostra infatti in tal senso tra i più progressisti: una legge dello scorso anno ha reso reato qualsiasi attività che ostacoli o voglia intimidire le donne che desiderano abortire. 

Dando infine credito a uno sguardo globale, secondo il Centre For Reproductive Rights, i Paesi che autorizzano l’aborto solo quando la vita della gestante è a rischio sono 42 mentre in altri 51 Paesi l’aborto è legale se serve a preservare la salute fisica e mentale della persona incinta, inclusi casi di stupro e incesto.

I dati, le statistiche e le diverse legislazioni statali dimostrano che parlare di aborto nel 2023 è ancora estremamente necessario e quanto mai urgente: la deriva moralista che ha impregnato il dibattito sul tema rischia infatti di far perdere di vista il focus della questione. Questo è, e sempre rimarrà, il diritto femminile alla salute e all’autoaffermazione del proprio corpo.

di: Alessia MALCAUS

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