Il neocolonialismo di Cina e Russia ha messo il cappello sul Continente Nero e si prepara a conquistare un posto in prima fila nella scena mondiale di questo Secolo. E l’Europa?

Al termine del G7 di Elmau, riunito nel castello dell’Alta Baviera nel giugno 2022, interrogato sul posizionamento dell’Africa nel conflitto ucraino Mario Draghi rispondeva con un “proverbio africano che veniva citato a metà degli anni ‘80 quando ero alla Bce”: «quando gli elefanti lottano è l’erba che soffre». Con il consueto stile un po’ gesuita e un po’ realista, l’ex presidente del Consiglio spiegava bene il sentimento di un intero Continente con cui il mondo intero ha aperto senza mai saldarli infiniti conti. 

Vista sul fiume Niger, a Niamey, Niger, © Sally Hayden/SOPA Images via ZUMA Press Wire

Che l’Africa sia il grande osservato di questo Secolo non è una novità. Parliamo dell’unica regione del mondo in crescita demografica, in procinto di passare da 1,2 a 2,4 miliardi di persone entro il 2050, un’età media inferiore ai 20 anni e uno sviluppo tecnologico sostenuto, al netto della sostenibilità. Senza dimenticare che parliamo della culla del 30% delle riserve mondiali di minerali. Eppure, nella nostra narrazione, l’Africa rimane quel carrozzone fatiscente e caotico sclerotizzato nella morsa delle sue iniquità. Nelle regioni subsahariane appena il 30% della popolazione ha accesso ad acqua potabile sicura, il 48% all’energia elettrica e il 33% a strutture igienico-sanitarie di base. Tanto che puntare il dito contro il neocolonialismo ormai sembra quasi un esercizio di stile umanitario da terzosettoristi, sintomo di una malsana ossessione occidentale per trovare il capro espiatorio in un “nord” del mondo bulimico e malcelatamente dispotico. Eppure i numeri ci invitano a prendere sul serio lo scenario africano, non come un banco di prova per la solidarietà internazionale né come una gatta da pelare, ma come la prossima tappa della storia. Lo schema del neocolonialismo odierno è più o meno ricorrente: l’Africa cede terre e risorse a superpotenze sviluppate in cambio di prestiti e armi. Da un lato un potenziale di cui l’acquirente non può fare a meno, dall’altro bombe a orologeria presto barattabili ma difficili da smaltire quali debito e instabilità politica.

Il fenomeno connesso al neocolonialismo oggi più studiato ed esperito è il cosiddetto “land grabbing”: fondi privati o sovrani acquistano le terre africane sostanzialmente a tre scopi, allevamento intensivo, coltivazioni monocolture e produzione di combustibili fossili. Il ricavo è duplice perché, a fronte di un prezzo mantenuto basso da accordi iniqui, si intascano i guadagni di un mercato estremamente fluttuante come quello alimentare. La “finanziarizzazione dell’agricoltura” insomma assicura rendimenti di lungo termine a fronte di un piccolo investimento iniziale, ed è in nome di questo scollamento fra il bene primario e il suo valore che l’Africa – leggasi élites locali più o meno legittimate – sta svendendo la sua sovranità. Il Continente Nero, che pure è secondo all’America Latina per il land grabbing, avrebbe già svenduto un totale di 15.418.676 ettari di territorio (pari a metà dell’Italia) con nessuna garanzia sul fabbisogno interno (la produzione finisce quasi tutta all’estero). Stridono con questo le ultime rilevazioni Oxfam secondo cui un africano su cinque soffre di denutrizione e 93 milioni di persone in 36 Paesi sono ad alto rischio di povertà alimentare.

L’Italia e il land grabbing – L’Italia ha comprato 1.917.842 milioni di ettari, la maggior parte dei quali (500mila ettari circa) in Gabon, ma anche Liberia, Camerun, Angola, Senegal, Mozambico, Congo e Ghana. Il tutto per mezzo di aziende italiane, in prima fila Eni, che si avvalgono dei terreni per la produzione di biocarburanti e non solo. Una strategia ben ricopiata dal Governo Meloni che con il suo Piano Mattei punta ad assicurarsi una discreta fetta di quel “continente estremamente ricco di materie prime e risorse, che noi possiamo aiutare a valorizzare, anche per interesse nostro”. Consapevoli che l’importante è farlo alla pari [in foto: la premier Giorgia Meloni al summit ItaliAfrica, gennaio 2024, ANSA/FABIO CIMAGLIA]

Questo meccanismo predatorio trova gioco facile nel tessuto politico africano: gravi lacune del sistema giuridico, specialmente in relazione alla proprietà, agevolano accordi tutt’altro che trasparenti e paritari, con la popolazione locale esclusa da qualsiasi trattativa commerciale e lasciata priva di tutele private ma soprattutto orfana di un interesse comune, di piani di investimento e occupazione, di eque retribuzioni. Impossibile non percepire le storture di un sistema tanto asimmetrico, né ci sono legittimazioni suprematiste in grado di giustificare il disastro cui si va tutti incontro. La cessione dei territori infatti implica sia l’impoverimento dei terreni quando si tratta di colture intensive, sia la delocalizzazione degli abitanti del posto, costretti a migrare in terreni meno fertili. Insomma, è un boomerang che ritorna al mittente e il perdurare delle crisi migratorie ai confini dell’Occidente ce lo ricorda costantemente. Da qui si biforcherebbe un’altra asimmetria interna, di genere, con le donne che in molti Paesi costituiscono più del 50% della forza lavoro nel settore agricolo e non detengono il minimo potere decisionale sulle (loro) terre.

Senza perdersi nello psichedelico labirinto delle ingiustizie, almeno quelle, universali, spogliamoci di quella indifferenza un po’ malinconica e un po’ annoiata con cui guardiamo le pubblicità delle associazioni umanitarie che chiedono “un piccolo contributo per un grande aiuto”, restiamo ad un nocciolo più esterno e meno duro del problema, quello economico.

Nel 2021 l’Unione Europea ha lanciato il Global Gateway, una contro-Via della Seta cinese nei Paesi in via di sviluppo: 300 miliardi di euro fino al 2027 (ad oggi Pechino ne ha già spesi 885 di miliardi di dollari) da investire in infrastrutture e progetti di partenariato. Che cosa chiederemo in cambio? Di non venire più da noi. La Tunisia ne sa qualcosa.
[In foto: donna in un rifugio a Kinshasa, nella Repubblica Democratica del Congo, dopo un’alluvione che ha devastato il Paese, © Stringer/Xinhua via ZUMA Press]

I numeri ci dicono che la Cina è il Paese più attivo nel land grabbing, con 14,32 milioni di ettari di terreno acquistati, seguita da Canada e Stati Uniti. Che Pechino da anni abbia focalizzato la sua politica di investimenti esteri sull’Africa non è certo un mistero. Sommando i prestiti complessivamente erogati da Stato e Banche cinesi ai Paesi africani dal 2000 al 2018 arriviamo a quota 150 miliardi; è così che tra il 2017 e il 2020 il 20% del capitale africano proveniva dalla Cina. La tendenza del flusso creditizio è stata invertita, negli ultimi anni, in favore di Investimenti Diretti Esteri, aumentati a quota cinque miliardi nel 2021. Mentre la Nuova Via della Seta cinese, il progetto infrastrutturale Belt and Road che tocca decine di Paesi nel mondo, compie 10 anni, è dal 1992 che il ministro degli Esteri inaugura ogni nuovo anno con un viaggio in Africa. Il commercio bilaterale Africa-Cina si aggira sui 185 miliardi di dollari, un decimo di quello con la Russia, ma per capire perché i soldi di Pechino trovino tanto terreno fertile nel Continente non basta guardare alle cifre, già convincenti, è necessario chiedersi anche che cosa la Cina chiede in cambio: nulla. O meglio, nulla che non sia puro affarismo, perché il rientro in termini di materie prime e investimenti basta per non pretendere riforme politiche, allineamenti, transizioni ideologiche, modelli democratici. Che è anche il modo migliore per impedire alla gallina dalle uova d’oro di destarsi e rivendicare poteri contrattuali e diritti.

Ecco che in Africa la Cina si dimentica della lezione sul multilateralismo che da anni decanta nei consessi internazionali: messa al sicuro la propria influenza di protagonista principale con la perfetta trappola del debito, in nessun modo il neocolonialismo di Pechino si dispiega in termini di sostegno allo sviluppo del Continente. È infatti agli atti che l’instabilità politica sia il primo e più radicato male del Continente africano: dal 1956 al 2001 si stimano 188 colpi di Stato, di cui 80 riusciti. Solo negli ultimi tre anni se ne contano 8, considerando il più recente nel Gabon, e solo nell’Africa centro-occidentale.

La Russia intanto gioca tutto un altro tipo di partita. Ce ne siamo accorti dopo il 22 febbraio 2022, quando la presenza navale russa nel Mediterraneo è praticamente raddoppiata da una media di 6/7 a 13 navi, comprese piattaforme con basi di intelligence e sottomarini: lo ha confermato alle Camere l’ammiraglio capo di Stato maggiore della Difesa, Giuseppe Cavo Dragone, parlando di una presenza che “dobbiamo ormai considerare probabilmente duratura, endemica, anche perché la crisi ucraina avrà effetti marcati sul Mediterraneo”. Mosca si trova dal lato giusto della storia al momento giusto già del XIX Secolo, con il supporto sovietico ai movimenti di decolonizzazione del Continente. La politica estera russa diventa lampante nel 2015, spesso definito “l’anno africano” del Cremlino, quando all’epoca Dmitrij Medvedev firma accordi di cooperazione militare con 21 Paesi. Ed è proprio la forza militare il miele russo per le api africane: forniture di armi ed equipaggiamento, addestramento e presenza di “consiglieri militari” (in divisa Wagner) titillano il disperato bisogno di sicurezza di Stati con istituzioni deboli ed eserciti politicizzati. Qualcosa in cambio però la Russia lo chiede: completare il disallineamento dalle ex colonie europee, Francia in primis, e chiudere loro i rubinetti.

Quella russa in Africa è una penetrazione più ibrida e complessa di una commissione di kalashnikov, perché oltre a innaffiare il potenziale militare delle dittature perpetua un’aperta operazione di infowar e propaganda. In più le armi russe, è vero, servono anche per contrastare la minaccia forse più grave per il Sahel, il terrorismo islamico, una piaga che finora ogni attore regionale si è dimostrato incapace di mendare. Nei primi 6 mesi del 2023 nella sola Africa occidentale ci sono stati 1.800 attacchi terroristici, per 4.600 morti. In un articolo programmatico del 24 luglio 2023 intitolato Russia e Africa: unire le forze per la pace, il progresso e per un futuro vincente, Vladimir Putin spiega la sua idea di partenariato, con radici solide fatte di “buone intenzioni” e “credibilità”. Dopotutto, “noi abbiamo sempre appoggiato i popoli africani nella loro battaglia per la liberazione dal giogo coloniale”, sostenendoli nella loro “capacità difensiva”. Non si dimentica Putin, nel pieno delle ripetute crisi del grano innescate dal blocco russo del Mar Nero, di parlare di insicurezza alimentare; salvo poi assicurare “sul fatto che il nostro Paese è in grado di supplire al frumento ucraino sia a livello commerciale che a titolo gratuito, tanto più che quest’anno da noi si prevede ancora una volta un raccolto record”.

Il problema di appaltare la sicurezza a organismi esteri è anche che questi, dietro il paravento del terrorismo, finiscono spesso per armare e alimentare conflitti interni e civili. Nel 2022 Human Right Watch ha denunciato l’esecuzione sommaria di circa 300 civili in Mali, alcuni dei quali sospettati di essere combattenti islamici ma perlopiù appartenenti al gruppo etnico pastorale Peuhl o Fulani inviso ai golpisti, con il supporto dei plotoni di esecuzione Wagner. È questo il modello putiniano di “soluzione africana per i problemi africani” che si contrappone oggi al neocolonialismo globalizzato?
[In foto: monumento dedicato all’esercito a Bamako, Mali, EPA/MAURIZO GAMBARINI]

Così il Mali, che pure riconosce ufficialmente quanto “negli ultimi anni il tessuto sociale è stato degradato, a causa dei conflitti comunitari che vengono sfruttati dai gruppi terroristici e dai loro Stati esteri sponsor”, ha scelto da che parte stare. I golpisti affidano la propria sicurezza alla Russia rinunciando a un rinforzo delle missioni Onu (MINUSMA) ed europea (Takuba). La missione militare francese Barkhane che doveva combattere l’avanzata jihadista si ritira con un grande inchino non ricambiato di Emmanuel Macron, di cui parliamo a breve, e Wagner si è sostituita ai contingenti europei nella lotta al terrorismo. Non stupisce dunque che dove l’Europa arretra la Russia esulta: «il Niger è nostro! L’ultima marionetta della France-Afrique è stata rovesciata» scriveva su Telegram il filosofo nazionalista Alexander Dugin. L’intellettuale spesso appellato come “l’ideologo di Putin” sa bene che il golpe in Niger, Paese da cui proviene anche il 5% dell’uranio mondiale, metterà seriamente a rischio la realizzazione del gasdotto Nigal che dalla Nigeria attraversa il Paese per raggiungere l’Europa.

Eco: via al conio – Ad adottare Eco saranno innanzitutto gli 8 Paesi dell’Uemoa (Benin, Burkina Faso, Costa d’Avorio, Guinea-Bissau, Mali, Niger, Senegal e Togo) e in un secondo momento anche i 6 Paesi dell’Ecowas. Il passaggio verso una piena sovranità monetaria africana sarà necessariamente graduale: Parigi non rinuncerà agli accordi doganali e commerciali e a stampare in Francia la moneta, che in una prima fase manterrà anche il tasso di cambio fisso ancorato all’Euro. Questo, a garanzia della stabilità di cui la moneta ha goduto finora, ma a costo di una bassa competitività con le altre valute che in passato ha fortemente rallentato la crescita dei Paesi.
[In foto: 65esima sessione ordinaria dell’Ecowas, riunito ad Abuja, in Nigeria, luglio 2024, EPA/ECOWAS HANDOUT]

Se per l’Africa è difficile guardare avanti nella stessa direzione dei suoi partner in orbiting, ormai le sarà certo impossibile voltarsi indietro: la Françafrique è putrefatta. Certo le sfide interne (in Francia e in Europa) impongono a Macron un’attenzione libera da nostalgie coloniali, ma le responsabilità del suo Paese in Africa sono troppo pesanti per gettare le briglie senza rimpianti. Nel 2020 Macron ha annunciato la riforma del Franco Cfa che nel 2027 sarà sostituito da Eco: le 16 ex colonie non avranno più l’obbligo di deposito del 50% delle riserve valutarie, forse il giogo più umiliante dopo quasi 80 anni, e la Francia non farà più parte della sua governance finanziaria. La valenza di questa transizione sarà soprattutto simbolica, anche perché accompagnata da decenni di dibattito sulla sostenibilità di un modello di “accompagnamento” perenne alle economie africane che non ha dato i frutti sperati.La bussola del “fanciullo” africano è ancora indecisa. Da Est arriva il tintinnio incessante del denaro che, prestato per far ritorno al mittente, lascia dietro di sé un modello economico di assoluta dipendenza e infrastrutture ad esso funzionali. Dalle steppe russe risuona il clangore delle armi, prestate per alimentare la “perdurante natura tribale della dialettica politica”, come la definisce il vaticanista Riccardo Cristiano, evidentemente più funzionale di qualsiasi modello di assoggettamento politico. La campana francese suona a morto, in sottofondo, mentre l’Europa piantona i confini marittimi e terrestri: si ripara dalla tempesta con un filo spinato.