Con il terzo mandato di Xi Jinping prende forma un nuovo “modello Cina” fra autoritarismo, apertura economica e nazionalismo estero
È il 26 ottobre 2022 e nella Grande Sala del Popolo di Pechino va in scena l’ultima giornata del 20esimo Congresso del Partito Comunista Cinese. Il segretario Xi Jinping ha terminato il suo discorso e nella stanza sono appena entrati giornalisti e telecamere per le votazioni finali; alla sua sinistra siede Hu Jintao, suo predecessore fino al 2013; ha 80 anni e lo sguardo assente. A un certo punto, si avvicinano due persone dello staff; gli sussurrano qualcosa e sembrano invitarlo ad abbandonare l’aula. Lui non è convinto, i due insistono. Hu prova ad opporre resistenza, si aggrappa alla cartellina davanti a sé, che gli viene tolta. La decisione è presa. I due lo aiutano ad alzarsi prendendolo per le braccia e lo accompagnano fuori dalla sala. Xi fissa gelido il vuoto davanti a sé, senza girarsi neppure quando l’ex presidente gli parla toccandogli la spalla. Tutti i funzionari astanti rimangono impassibili, ad eccezione di Li Zhanshu, presidente dell’Assemblea nazionale del popolo che dopo aver tentato di intercedere si asciuga vistosamente il sudore dalla fronte con un fazzoletto. L’agenzia di stampa ufficiale Xinhua poco dopo parla di un malore di Hu, accompagnato fuori “per riposarsi“. Chi conosce la rigidissima etichetta pubblica cinese però coglie il senso dei piccoli dettagli di questo quadretto quanto mai inedito, fotografia della “rivincita” definitiva di Xi e della sua piena incarnazione come guida unica e indiscussa del Partito e del Paese.
Stando alle previsioni dell’oroscopo cinese il 2023, anno del Coniglio, porta con sé la pace e la tranquillità. Se le cronache estere quotidiane lasciano qualche dubbio sul vaticinio dell’astrologia orientale, è in un’altra caratteristica segnante dei leporidi che risiede una chiave di lettura del rebus della Cina, indecifrabile attraverso il solo pensiero occidentale. Il coniglio è un animale responsabile, cauto e conservatore. Forse, dunque, non è un caso che il Dragone abbia confermato, per un terzo e inedito mandato, difficilmente l’ultimo, la leadership di Xi, segretario generale del Pcc e presidente della Repubblica popolare cinese. Per la sua conferma è stata appositamente abolita la regola dei due mandati, con il plauso unanime di tutti e 2952 voti dell’Assemblea. Poco conta che le democrazie occidentali sorridano ironicamente all’assenza di altri candidati, perché il ruolo del Partito, in Cina, non è quello di frammentare la massa sulla base di interessi particolari ma è quello di incarnare lo spirito guida del popolo. Oggi più che mai, la leadership è concentrata nelle mani del numero uno del Pcc che, come ratificato anche nella Costituzione, incarna il “nucleo” del Partito e la “guida” degli oltre 90 milioni di iscritti. Il Congresso ha permesso al “Nuovo Timoniere” anche di redistribuire le cariche gerarchiche a cascata; così il Politburo, Comitato permanente composto da 7 dirigenti che di fatto detengono tutto il potere decisionale lasciando ai sottostanti meri compiti attuativi, è composto oggi da soli fedelissimi al presidente. Anche queste nomine rappresentano una novità per l’etichetta politica cinese, fra personaggi dispensati dalla consueta, lunghissima, gavetta, come il segretario di Xi, Ding Xuexiang, e politici fortemente impopolari, fra tutti il nuovo primo ministro ed ex capo del Pcc a Shanghai Li Qiang, al centro delle recenti proteste della popolazione, inedite per dimensioni e partecipazione, per aver gestito (con esiti anche disastrosi) l’emergenza Covid nella Capitale. Nel Politburo rimane anche lo “zar anticorruzione” Zhao Leji, fautore di un’impietosa epurazione del Partito che ha favorito un nutrito ricambio politico celato sotto l’egida della campagna anti-corrotti voluta da Xi. Solo dall’inizio del 2022 sono stati epurati 1.100 funzionari. «Economicamente liberali ma politicamente conservatrici»: così lo studioso sino-americano della Brookings Institution Cheng Li definisce le politiche di Xi che nel fronte interno sfodera un pugno duro dal sapore leninista. Le dinamiche interne del Dragone, imperscrutabili per definizione, assumono sotto il personalismo maoista di Xi un controllo pervasivo sempre più profondo. Un recente episodio ha fatto chiacchierare la stampa estera quando il Quotidiano del popolo, giornale ufficiale del Pcc, ha dovuto richiamare e materialmente distruggere milioni di copie in cui affermava che “il Governo centrale valuta la situazione“, anziché utilizzare la più appropriata formula “il Governo centrale con al centro il compagno Xi Jinping valuta la situazione“.
Al Congresso della sua rielezione, in un’ora e 45 minuti di discorso, Xi condensa i pilastri della politica cinese del prossimo quinquennio: le parole chiave sono sviluppo economico, sicurezza, energia e unità, ideologica e dei confini. Rischi e sfide per il Dragone, a partire dall’ambizioso progetto economico di trasformazione digitale delle città, con l’obiettivo di portare la produzione industriale a quasi 70 miliardi di dollari e ingenti investimenti su 5G, intelligenza artificiale e istituti di ricerca all’avanguardia. Dopo aver mancato di ben due punti percentuali l’obiettivo di crescita del 2022, fermo al 3% (il dato sarebbe eclatante per un Paese occidentale, ma per Pechino è il risultato peggiore dagli anni ’70), Xi ha cautamente riconfermato un valore di crescita a “attorno al 5%” per il 2023, dato che la prima trimestrale dell’anno sembra centrare. A trainare la crescita sarebbero anche le spese militari, con un lieve aumento dei fondi al 7,2%: 224,79 miliardi di dollari che la dicono lunga sul secondo pilastro citato da Xi, quello sulla sicurezza. La strada che condurrà il Dragone al rientro a pieno regime della crescita economica passa necessariamente anche per l’espansione del mercato interno e la ripresa dei consumi, ma non può ignorare cosa accade dall’altra parte dello steccato. In occasione del G20 di Bali nel novembre 2022 Xi ribadisce infatti al premier olandese Mark Rutte la necessità di “contrastare la politicizzazione delle questioni economiche e commerciali e mantenere la stabilità delle catene industriali e di approvvigionamento globali”. Al decoupling in atto da parte delle imprese statunitensi che, dalla guerra commerciale di Donald Trump in poi sfidano il Dragone con la ricollocazione delle loro imprese verso altre economie emergenti asiatiche, Xi risponde che “il mondo è uno”, rilanciando a più riprese il mantenimento di scambi economici liberi e globali.
Il confine fra un impegno concreto per il multilateralismo e il perpetuo braccio di ferro con gli Stati Uniti è liquido. A tal proposito, rimarrà nella storia il 13 aprile 2023, giorno in cui il presidente cinese e l’omologo brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva, celebrando a Shanghai la nomina dell’ex collega Dilma Rousseff a capo della Banca per lo Sviluppo dei Brics – gruppo di cui Cina e Brasile fanno parte insieme a Russia, India e Sudafrica – dichiarano guerra al dollaro statunitense: «ogni sera – provoca Lula impietoso con uno dei suoi principali sponsor Joe Biden– mi chiedo perché tutti i Paesi debbano basare i propri scambi sul dollaro». La guerra con Washington, o meglio, per un mondo multipolare, è in atto da tempo anche lungo il Belt and Road, l’imponente piano delle Nuove vie della Seta. Un programma internazionale di cooperazione e massicci investimenti che coinvolge, direttamente o indirettamente, 68 Nazioni in tutto il mondo (più della metà della popolazione globale), tra Paesi in via di sviluppo (africani e asiatici) e Stati occidentali (Italia compresa).
Eppure in politica estera Pechino ruggisce ma non attacca, più simile ad un cauto e ragionevole coniglio che ad un imperialista Dragone. Così Xi, vestito in tuta mimetica, annuncia che la Nazione si trova in una posizione di “instabilità e incertezza” e deve prepararsi a “vincere una guerra“. In qualità di presidente della Commissione militare centrale, Xi rilancia la necessità di “trasformare l’esercito in una Grande Muraglia d’acciaio che salvaguardi efficacemente la sovranità nazionale, la sicurezza e gli interessi di sviluppo”, sovranità che sarà raggiunta solo dopo il “processo di riunificazione della madrepatria”: Taiwan è uno dei dossier più caldi della politica estera cinese ma, nonostante toni più militarizzati che mai, lo scontro non sarà necessariamente diretto e passerà anche per le urne di Taipei nel 2024, quando la vittoria del partito nazionalista Kuomintang potrebbe cambiare le sorti dell’Isola. Lo sa bene Xi che fin dal 2015 intesse fitti rapporti con l’ex presidente e leader del Kmt Ma Ying-jeou. Un gioco di ambigui equilibrismi è in atto anche sul versante occidentale: nonostante dall’Unione europea fiocchino incessanti accuse di favoreggiare la guerra di Vladimir Putin e sebbene le stesse Pechino e Mosca celebrino pubblicamente la loro stretta alleanza, Xi lascia le porte aperte anche ai leader europei, dal cancelliere tedesco Olaf Scholz al presidente francese Emmanuel Macron che fanno visita al presidente stringendo fior fior di accordi economici A prescindere dalle intenzioni o dagli esiti della mediazione cinese nel conflitto in Ucraina, ciò che è certo è che sotto la guida del Nuovo Timoniere Pechino investe nel soft power tanto quanto negli armamenti, perseguendo un dialogo diretto con un Vecchio Continente meno allineato con Washington rispetto al passato.
Quanto ai rapporti con il “rivale sistemico”, la Cina di Xi ha rilanciato la competizione con gli Stati Uniti in termini economici e tecnologici, ma nella politica estera è ben attenta a dosare toni aggressivi e atteggiamenti concilianti. Gli attriti sono diretti ed espliciti quando si parla di Taiwan, con Pechino disposta a imporre il principio della Cina unica («continueremo a impegnarci per la riunificazione pacifica, ma non prometteremo mai di rinunciare alla forza e ci riserviamo di usare tutti i mezzi» afferma Xi in quello che è il passaggio più applaudito del suo discorso al Congresso), ma la diplomazia si fa più conciliante quasi melliflua in altri contesti, con l’affermazione del massimo impegno “verso il rispetto reciproco, la coesistenza pacifica (…) e per trovare modi di andare d’accordo nella nuova era”, per una cooperazione che “andrà a beneficio non solo dei due Paesi, ma di tutto il mondo” come scrive il presidente in occasione del National Committee on US-China Relations.
«Qual è la verità negli eventi internazionali? Nella tradizione occidentale, la verità è complessa: è legata a Dio, all’essere e al verbo essere. Nella tradizione cinese la verità è più semplice: è un risultato, dimostrabile con la vittoria» scrive il sinologo ricercatore presso la Renmin University of China Francesco Sisci, secondo cui la Cina ha ben chiare le sue priorità, “necessità interne e per la sua stessa sopravvivenza” prima ancora che estere. Disegnando un nuovo modello cinese, Xi ha finalizzato un accentramento totale del Partito, incarnandolo per disporne appieno, ma soprattutto non esserne divorato. Pechino, insomma, si sta prendendo il suo tempo per farsi trovare pronta quando non potrà più ignorare il mondo esterno che bussa alla sua porta. Nel frattempo, Xi siede cauto sulla riva del fiume degli eventi internazionali, in attesa che scorra il primo cadavere a indicargli la direzione da prendere.
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