Sessant’anni fa chiudeva il penitenziario federale più famoso al mondo, simbolo del fallimento del carcere punitivo
Rimase in funzione per solo 29 anni, tra il 1934 e il 1963, abbastanza per renderla una location iconica ripresa da cinema, fumetti e non solo. Ma fu soprattutto uno dei primi simboli del fallimento di un sistema carcerario punitivo. Il 21 marzo del 1963, poco più di sessant’anni fa, chiuse per sempre il penitenziario federale di Alcatraz, la prigione più famosa della storia americana. Costruita sull’omonima isola che si estendeva per poco più di 85 mila metri quadrati, era come un sasso spoglio e logoro scagliato da mano divina ad appena due chilometri da San Francisco, in California. La corta distanza era però compensata da un braccio di mare noto per le acque gelide e le forti correnti e maree.
Strade chiuse e fughe impossibili
Di fatto, fu un misero fallimento. Era stato studiato dal Federal Bureau of Prisons, l’amministrazione federale statunitense che si occupa dei penitenziari, per isolare completamente i detenuti di più difficile gestione, quelli che si temeva altrove avrebbero creato problemi o tentato la fuga. Una sorta di 41bis americano, con la differenza che in teoria era considerata una soluzione temporanea: se il detenuto avesse mostrato segni di buona condotta sarebbe stato trasferito. Era famigerata per la sua collocazione e per la brutalità dei suoi secondini, ma di fatto ospitò sempre meno detenuti di quelli che era progettata per accogliere. Tanto che alla fine il governo la reputò un costo inutile e decise di chiuderla per sempre. La prigione aveva una capienza massima di 336 carcerati, ma non arrivò mai ai limiti. Ogni detenuto aveva una cella personale, di 1,5 metri di larghezza per 3,7 metri di lunghezza.
Le condizioni di vita all’interno erano particolarmente difficili. Fino alla fine degli anni Trenta vigeva la regola del silenzio assoluto, anche quando i prigionieri (evento più unico che raro) si trovavano in compagnia. La prigione era divisa in blocchi e i corridoi avevano ironicamente i nomi di grandi strade americane: Broadway, Times Square, Sunset Strip e Park Avenue. Soprattutto nei primi anni in cui il penitenziario entrò in funzione i detenuti vivevano in condizioni che si potrebbero definire ai limiti della tortura, se non conoscessimo ancora oggi casi ben peggiori di violenza carceraria. Nei 29 anni in cui restò in funzione furono tentate 14 evasioni, da parte di in 36 detenuti. Sei di loro furono uccisi dalle guardie, di 5 si persero le tracce, gli altri furono tutti catturati. Sui cinque di cui la narrativa popolare intessé storie eroiche, ma molto più probabilmente morirono annegati mentre tentavano di attraversare a nuoto il pericoloso braccio di mare.
Carcere duro
Nei primi anni di Alcatraz i detenuti avevano diritto a cibo, vestiti, un tetto e cure mediche. Tutto il resto, dalla lettura alle ore d’aria, fino alla possibilità di interagire all’interno e all’esterno (come la possibilità di parlare con altri carcerati o i colloqui con i parenti) era un privilegio che si poteva in teoria guadagnare con la buona condotta, nella pratica quasi mai. Il lavoro a scopo riabilitativo era un miraggio a cui potevano accedere solo pochi privilegiati.
I prigionieri venivano svegliati alle 6:30, alle 6:55 andavano in mensa per la colazione, entro le 7:30 la cella doveva essere pulita per iniziare l’eventuale turno di lavoro (lavanderia, pulizie, sartoria, giardinaggio). Ma di quel lavoro che svolgevano non esisteva nessuna retribuzione, perché il denaro ipoteticamente guadagnato finita in un fondo carcerario. Il turno lavorativo durava fino alle 16:15, con un’interruzione dalle 11:20 per il pranzo. La “pausa” durava 20 minuti, al termine dei quali si contavano forchette, coltelli e cucchiai per evitare che venissero usate come armi. La cena era servita alle 16:25, alle 16:50 i detenuti erano chiusi in cella. La luce era spenta alle 21:30.
Piccolo mondo violento
Questo, ovviamente, se si poteva accedere al lavoro che consentiva quanto meno di spezzare la monotonia della giornata. Altrimenti, la detenzione ad Alcatraz era descritta come una dolorosa attesa di trasferimento. Chiaro che in un contesto del genere la violenza per esasperazione, la depressione e gli istinti suicidi non fossero infrequenti: cinque detenuti riuscirono a togliersi la vita in 29 anni, mentre 8 uccisero all’interno del penitenziario.
La violenza era d’altronde il linguaggio usato sia dai prigionieri che dai secondini. I prigionieri erano sottoposti alla conta 13 volte al giorno, spesso sotto minaccia, scherno se non veri e propri abusi dei secondini, noti per la loro brutalità. Inoltre, Alcatraz era un modello in scala minore dei problemi sociali che affliggevano gli States in quegli anni: i detenuti afroamericani, ad esempio, erano tenuti separati dagli altri per i frequenti episodi di violenza razzista.
La fine di un modello
Alcatraz è entrata nell’immaginario comune anche perché ebbe l’onore di ospitare detenuti come Al Capone o l’altro celebre gangster del Proibizionismo George Kelly. E proprio Al Capone poté vivere uno dei primi miglioramenti che furono introdotti negli anni: quello di suonare uno strumento. Al Capone, che rimase ad Alcatraz fra il 1934 e il 1939, pare potesse suonare il banjo. Ma il miglioramento più grande, per molti, fu l’installazione di una biblioteca. Vero è che i detenuti non potevano accederci direttamente, ma almeno potevano sfogliare le pagine per passare le lunghe ore in cella. A disposizione avevano fra i 10mila e i 15mila libri che venivano recapitati in cella, al massimo tre romanzi, una decina di libri per studiare, una bibbia e un dizionario. Si potevano chiedere anche riviste, ma le pagine relative a episodi di cronaca erano censurate. I quotidiani non erano a disposizione e proibiti, i libri non potevano contenere descrizioni di sesso, crimini o violenza.
Eppure, quella prima apertura fu sintomo anche del crollo di un sistema. La prigione era stata fondata per contenere criminali in larga parte legati alla criminalità organizzata che si era arricchita con il periodo del Proibizionismo. La loro detenzione però non solo non riuscì a colpire le organizzazioni in modo effettivo, ma col tempo la stessa lotta bigotta all’alcol negli Stati Uniti perse completamente presa e fu abbandonata. Così come la super prigione che ne è il simbolo.
di: Caterina MAGGI
FOTO: PIXABAY